DELLA RIVIERA FRIULANA / DELLE RIVIERE FURLANE

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CHE COS’È L’ATLANTE DEI LUOGHI?

È uno strumento innovativo, che permette di esplorare un territorio attraverso i luoghi più importanti per le comunità locali, descritti per come essi sono visti, vissuti e sentiti da queste. L’Atlante non è dunque solo un documento utile per le amministrazioni locali: è innanzitutto un racconto di quel patrimonio interiore fatto di legami e connessioni tra le persone e il proprio territorio, tramite il quale potersi riconoscere, riflettere, e divenire più consapevoli di quelle valenze e proiezioni che uniscono le comunità, e che potranno pavimentare in futuro percorsi comuni ricchi di senso. Per questa ragione non sarebbe stato possibile sviluppare l’Atlante dei Luoghi senza il supporto attivo e fattivo delle realtà locali, dalle amministrazioni alle associazioni ai singoli abitanti , che hanno accettato di raccontare il proprio mondo agli altri, e di incrociare i loro racconti con quelli degli altri.

 

COM’È NATO L’ATLANTE DEI LUOGHI?

L’Atlante dei Luoghi nasce dalla volontà della ex-UTI Bassa Riviera Friulana (oggi Comunità della Riviera Friulana) di dotarsi di questo strumento con tre obiettivi principali:

– creare un quadro conoscitivo omogeneo in grado di nutrire percorsi collaborativi di programmazione territoriale e sviluppo locale, maggiormente consapevoli e radicati nelle sensibilità locali;

– generare conoscenza e senso di appartenenza al territorio della Riviera da parte delle comunità locali, tradizionalmente focalizzate sui propri contesti locali; 

– favorire la divulgazione del territorio della Riviera anche verso l’esterno, offrendone un affresco capace di riflettere la sua ricchezza ambientale, sociale e culturale nascosta, e la sua vitalità e dinamismo.

Per rispondere questi obiettivi, il gruppo tecnico incaricato aveva incardinato già dal 2020 lo sviluppo dell’Atlante in un ampio percorso partecipato, finalizzato a stimolare il dialogo tra tutte le comunità locali che compongono la Comunità della Riviera. L’evolversi degli eventi pandemici ha quindi portato a rimodulare il progetto iniziale spostando tutto il percorso partecipativo sullo spazio digitale, e ripensando lo strumento stesso dell’Atlante come un Atlante Digitale, aperto alla libera fruizione di tutti i cittadini e delle persone interessate. A tal fine, nell’autunno del 2020 è stato attivato un sito web, Verso l’Atlante dei Luoghi, specificamente dedicato a supportare questo percorso, il cuore è stato il Tour Virtuale dei Luoghi, un cyber-viaggio in otto tappe alla scoperta della Riviera nel quale proprio gli abitanti sono stati le vere guide ed esperti, avendo così modo di raccontarsi e scambiarsi l’un l’altro conoscenze, esperienze e prospettive sui propri luoghi. Questo ha consentito al tempo stesso di avviare la maturazione di un senso di appartenenza su scala più ampia, e di raccogliere un vasto repertorio di informazioni e riflessioni, che hanno costituito il nucleo centrale dell’Atlante. Qui potete trovare una sintesi del percorso di sviluppo complessivo dell’Atlante, e dei principali risultati emersi.

 

COME SI USA L’ATLANTE DIGITALE DEI LUOGHI?

L’Atlante raccoglie oltre cento luoghi raccolti nell’arco dei numerosi incontro svoltisi tra il 2020 e il 2021 con le realtà locali; l’Atlante non costituisce dunque una guida turistica esaustiva, né un testo enciclopedico: è invece uno spazio dove orientarsi nella grande varietà e profondità delle esperienze che legano le comunità locali al proprio territorio, e dove ascoltare questi racconti. 

I luoghi raccolti nell’Atlante sono stati raggruppati in sette grandi “sistemi territoriali”, contraddistinti da diversi colori, sulla base delle relazioni emerse tra di essi durante il percorso, siano esse di tipo geografico, storico, esperienziale o di senso. All’apertura dell’Atlante, la mappa di navigazione mostra subito questi sette sistemi, mentre zoomando i sistemi svaniscono, ed appaiono i singoli luoghi inclusi in ogni sistema. Ci sono quindi due modi principali per esplorare l’Atlante:

1. navigazione “per luoghi”: si effettua semplicemente zoomando ed esplorando la mappa di navigazione, nella quale i luoghi dell’Atlante sono mostrati tutti insieme; cliccando su un luogo, si apre la corrispondente “scheda luogo”.

2. navigazione “per sistemi”: si effettua cliccando su uno dei sistemi dell’Atlante all’avvio della mappa di navigazione, sia direttamente dalla mappa stessa, che dagli appositi bottoni sottostanti; questo apre una “scheda narrativa” che propone un racconto dettagliato di quel sistema nel suo complesso, mentre la pagina di navigazione mostra ora solo i luoghi corrispondenti al sistema selezionato. 

Chiudendo la scheda narrativa si ritorna alla mappa di navigazione iniziale (lo stesso risultato si ottiene cliccando il logo arancione dell’Atlante in alto a sinistra). È inoltre sempre possibile scegliere, per entrambe le modalità di navigazione, sia la cartografia standard sia quella satellitare. L’Atlante è ottimizzato per i seguenti browser: Chrome, Mozilla e Safari (per una navigazione ottimale, consigliamo di pulire la cache del browser), ed è fruibile anche tramite mobile (al momento solo su Android).

 

GRUPPO TECNICO INCARICATO

Arch. Giulia Biasutti, Arch. Roberto Malvezzi, Arch. Stefania Marini: concezione, progettazione e coordinamento, comunicazione e implementazione del percorso partecipato, produzione dei materiali multimediali.

Dott. Luca Gorini, Dott. Matteo Sacchi: web design e sviluppo dell’Atlante Digitale.

 

CREDITI E RINGRAZIAMENTI

Vorremmo ringraziare innanzitutto i partecipanti al Tour Virtuale dei Luoghi, senza i quali la realizzazione dell’Atlante non sarebbe stata possibile. Siete stati in tanti, non possiamo ringraziarvi uno per uno! Un ringraziamento particolare va a quei cittadini che hanno accettato di fare da “testimonials” per l’Atlante, registrando quei promovideo pubblicati sulla pagina Facebook che tanta parte hanno avuto nel successo del percorso partecipato,  o che che hanno prestato le loro voci per le tracce audio “Voci della Comunità”, inserite nelle schede narrative dell’Atlante (Simone Agnolin, Mauretta Bertuzzi, Renzo Casasola, Benvenuto Castellarin, Lorena Chiarcos, Nicola Contarini, Katy Cudin, Daniela Cudin, Fabio Del Pin, Vittorina Del Pin, Mattia Di Luca, Lorenzo Di Luca, Ilenia Domenighin, Saba Sapienza, Irene Sguassero, Marco Sicuro, Angelo Simoncello). Un ringraziamento speciale va a tutte quelle persone che, in qualità di esperti o conoscitori del territorio, hanno accettato di essere consultati per approfondire specifiche questioni emerse durante la gestazione dell’Atlante, e in particolare: Renzo Casasola, Daniele Ciprian, Giovanni Forni, Vittorina Del Pin, Giuseppe Milocco, Daniele Nardo, Roberto Pinzani, Marco Sicuro. Le associazioni locali, per aver contribuito al successo del Tour Virtuale dei Luoghi. I tecnici e gli amministratori della Comunità Riviera Friulana, per il supporto continuo nell’implementazione del progetto e per le preziose informazioni. Vorremmo ringraziare inoltre tutte le persone del territorio che con l’invio delle loro Cartoline Virtuali hanno contributo in modo significativo ad arricchire l’archivio multimediale dell’Atlante dei Luoghi, e i cui nomi sono riportati nelle relative didascalie. Un ringraziamento speciale va anche ai seguenti soggetti, titolari dei crediti di alcune immagini e video già resi pubblici, e ripresi nell’Atlante: Associazione Culturale “La Bassa”, Cantîrs, ERPAC, Museo Archeologico della Laguna di Marano, Elena Meda, Monumenti storici del Friuli, Massimiliano Paravano, RAFVG, Glauco Vicario, VisitMarano. Un ringraziamento finale va a Francesco Biasutti, per i voli con il drone.

Carlino — Latisana — Lignano Sabbiadoro — Marano Lagunare — Muzzana del Turgnano — Palazzolo dello Stella — Pocenia — Porpetto — Precenicco — Ronchis — S. Giorgio di Nogaro —

FIUME TAGLIAMENTO

  1. Spiaggia di Latisanotta
  2. Percorso sull’argine tra Fraforeano e Latisana
  3. Boschi e area golenale di Latisana
  4. Ansa fossile di Latisana – Tajamento morto
  5. Ansa fossile di Gorgo
  6. Percorso sull’argine tra Latisana e la foce del fiume
  7. Spiaggia di Pertegada
  8. Isola Picchi
  9. Foce del Tagliamento
  10. Porte vinciane della Litoranea Veneta
  11. Isola Pingherli

 

FIUME STELLA

  1. Villa Badoglio-Rota (Flambruzzo)
  2. Villa Ottelio Savorgnan (Ariis)
  3. Fiume Torsa – sentiero degli Alpini
  4. “Il Salt”
  5. Parco dello Stella a Pocenia
  6. Percorso ciclopedonale tra Palazzolo e Pocenia
  7. Ponte Bailey e ansa dello Stella
  8. Porto di Palazzolo
  9. Argine sinistro del fiume Stella
  10. Argine destro del fiume Stella
  11. Piazza e porto di Precenicco
  12. Darsena turistica e Aviosuperficie
  13. Chiesetta della Madonna della Neve e S.I.C. “Anse dello Stella”
  14. Bilancia di Bepi e darsenella

 

FIUME CORNO

  1. Marina San Giorgio
  2. Palude Selvote e roggia Corgnolizza
  3. Percorso ciclabile sulla Corgnolizza
  4. Parco del fiume Corno
  5. Laghi del fiume Corno
  6. Strada bassa
  7. Il Corno a Porpetto
  8. Argine sinistro a Villanova
  9. Argine destro
  10. Centro canoa San Giorgio
  11. Foce del fiume Corno e darsene delle associazioni nautiche

 

BOSCHI PLANIZIALI

  1. Bosco Bando di Sotto
  2. Bosco Brussa
  3. Bosco Baredi e Selva di Arvonchi
  4. Le “Turunduzze”
  5. Bosco Coda Manin
  6. Lacerti del Bosco Bando
  7. Bosco Sacile
  8. Boschi Bolderatis, Pra’ Quain e Venchiaratis
  9. Bosco Code di Culune
  10. Bosco Ronc di Sass
  11. Bosco Boscat
  12. Bosco della Sgobitta

 

LAGUNA DI MARANO

  1. Mote, velme e barene
  2. Aree di pesca lagunari
  3. Foce del fiume Stella
  4. Casoni da pesca maranesi
  5. Riserva naturale Valle Canal Novo
  6. Riserva valle Grotari-Vulcan
  7. Porto di Marano e Canal della Cuna
  8. Valli da pesca
  9. Boce di Flunc
  10. Isole litoranee
  11. Isola di San Pietro
  12. Isola del Dossat
  13. Argini lagunari
  14. Canali lagunari
  15. Litoranea Veneta
  16. Secca di Muzzana
  17. Foce della Muzzanella e darsena comunale
  18. Argine lungolaguna di Lignano
  19. Val Pantani
  20. Aprilia Marittima

 

CAMPAGNE E BONIFICHE

  1. Biotopo palude Fraghis
  2. Biotopi Selvuccis e Prat dal Top
  3. Biotopo torbiera Selvote
  4. Biotopo palude Moretto e cassa di espansione del Cormôr
  5. Biotopo paludi del Corno
  6. Idrovore
  7. Località “Rolàz”
  8. Fiume Cormôr
  9. Fiume Zellina
  10. Fiumi Turgnano e Muzzanella
  11. Canali e aree di bonifica
  12. Bonifica di Muzzana
  13. Casali agricoli
  14. Località Villabruna

 

ALLA RICERCA DI UNA STORIA

  1. Borgo di Paradiso e villa Caratti-Fraccaroli
  2. Borgo di Rivalta
  3. Borgo di Corgnolo
  4. Chiesa della Beata Vergine del Rosario (Roveredo)
  5. Chiesa di S. Nicolò (Pocenia)
  6. Chiesa di Santo Stefano (Palazzolo)
  7. Chiesa di S. Andrea Apostolo (Ronchis)
  8. Chiesa della Beata Vergine della Salute (Marano)
  9. Pieve di San Vincenzo (Porpetto)
  10. Le sei chiese di Carlino
  11. Santa Maria del Mare (Lignano)
  12. Chiesa di Santa Zaccaria (Lignano)
  13. Sante Sabide (Ronchis)
  14. Chiesetta di Sant’Antonio Abate (Piancada)
  15. Villa Kechler de Asarta (Fraforeano)
  16. Villa Micheli (Pocenia)
  17. Villa Dora (San Giorgio)
  18. Villa Rubini (Muzzana)
  19. Villa Muciana (Muzzana)
  20. Ponte Romano sull’Annia
  21. Piancada
  22. Il Canevon
  23. Il Marinaretto
  24. Castello di Porpetto
  25. Via Romea Strata
  26. Levada del Principe o via delle due fortezze
  27. Fornaci della Chiamana
  28. Fortezza di Marano
  29. Bastione di Sant’Antonio
  30. Torre civica
  31. Isola di Bioni
  32. Piere d’Isela, del Ficarol e del Tribel
  33. Parco Gaspari
  34. Piazze di Latisana
  35. Villaggio Giuliano
  36. Ex Montecatini e porto vecchio
  37. Spiagge di Lignano
  38. Lanterna di Lignano
Carlino — Latisana — Lignano Sabbiadoro — Marano Lagunare — Muzzana del Turgnano — Palazzolo dello Stella — Pocenia — Porpetto — Precenicco — Ronchis — S. Giorgio di Nogaro —

FIUME TAGLIAMENTO

È un fiume ancora relativamente poco conosciuto, il Tagliamento che si addentra nei territori della Bassa friulana. Quell’immagine a tutti nota, del fiume che avanza quasi con fatica in un intreccio di flutti tra ghiaie biancheggianti, il fiume misterioso che immergendosi e riemergendo dal suo greto ha ispirato miti e leggende di sirene montane (Lis Aganis): quel fiume quasi all’improvviso cede il passo ad un paesaggio diverso, nel quale i canali si uniscono in un unico alveo, che ora mostra finalmente la sua reale ampiezza.  Sembra scorrere placido a maestoso, il Tagliamento: tanto che ora è tutto uno snodarsi di verdi meandri, dai quali però le acque spesso tracimano durante le grandi piene del fiume; così, nel tentativo di limitare gli effetti di queste violente esondazioni, l’uomo è intervenuto praticando dei tagli (o “drizzagni”) tra i meandri, che hanno lasciato a propria testimonianza numerose isole fluviali e anse fossili.

“Il Tagliamento è un fiume misterioso: si inabissa in un letto di ghiaie e sabbie, sparisce per molti tratti, e poi riaffiora, ma si nasconde tra le sponde e si nega allo sguardo diretto.”

Il fiume abbacinante che si mostra da lontano, e che con il proprio passaggio segna il carattere di un intero territorio, si fa ora un fiume segreto, per lo più nascosto alla vista degli uomini da vaste zone golenali, o da fasce di boschi ripari che solo di rado lasciano intravvedere il mondo d’acqua che vi è racchiuso, e che di tanto in tanto appare, come una fuggevole visione. Ma in questa parte del suo corso, il fiume è tutto un susseguirsi di spazi e scorci suggestivi, ognuno diverso dall’altro, eppure tutti concatenati come diverse annotazioni sullo stesso spartito, cui è possibile accedere semplicemente superando l’argine, e inoltrandosi verso le sponde.

“Il fiume, in questo tratto, non mostra la presenza di luoghi famosi: è invece ricco di tanti luoghi meravigliosi, spesso anonimi, facilmente raggiungibili, un tempo vissuti, e oggi tutti da riscoprire”

Le voci della comunità

Certo oggi non è più come un tempo, quando il fiume era ricco della vita delle comunità locali, che lo vedevano come il proprio giardino di casa, e lo frequentavano tutto l’anno per le più diverse occasioni: per pescare o fare una camminata, per cercare refrigerio o per passare il tempo libero, per un picnic o andare in spiaggia, per fare il bagno, addirittura nuotando da una sponda all’altra. Ci andavano tutti, sul fiume, e fino a pochi decenni orsono: i più giovani e gli anziani, le famiglie e i gruppi di amici; ci si andava così, spontaneamente, o anche in modo organizzato, con la scuola o la parrocchia.

“Una volta era pieno di gente lì a qualsiasi ora, chi pescava, chi faceva la passeggiata, chi correva con la bici, chi con le moto … fin dove si arrivava con la bicicletta era territorio per giocare; tutto l’argine, lungo il fiume, dentro il fiume”.

Ma questo brusio è degli anni passati: quella vita si è ritirata progressivamente dal fiume, visto forse come troppo impetuoso o troppo selvatico per i tempi moderni, e si addensa oggi soprattutto lungo i percorsi arginali, attrezzati come vie ciclopedonali sulle quali c’è un transito costante di gente, sia per fare due passi immersi nella natura, che per una gita in bicicletta fuori paese. Un via vai che si accontenta di ascoltarlo, il fiume, da lontano, senza quasi vederlo; di saperlo lì, subito dietro allo stormire degli alberi lungo le sue rive. 

“A Latisana l’argine del fiume è quasi più vissuto della stessa piazza del paese!”

Forse a questa disconnessione han contribuito anche la grande alluvione del 1965-66, rimasta impressa nella memoria degli abitanti, e il lungo dibattito che ne è seguito su come mettere in sicurezza questo tratto di fiume, ancora non giunto ad una soluzione definitiva; tanto che ancora oggi, il semplice rumore del fiume in piena ha il potere di generare inquietudine negli abitanti. Tuttavia, diversi progetti cercano di recuperare questo rapporto perduto delle popolazioni con il fiume: concorsi fotografici, concerti e altre attività culturali finalizzate a ricostruire un legame ad un livello diverso da quello della fruizione diretta. Queste attività, tuttavia, impongono un onere organizzativo per le associazioni che le promuovono che negli anni recenti si è fatto sempre più insostenibile dal punto di vista burocratico e normativo, ostacolando il pieno dispiegarsi delle potenzialità di un sottofondo sociale e culturale ancora vivace.

“Quando è in piena, il fiume fa tanta paura; ti senti sempre un po’ dentro il fiume, sempre con questa minaccia. la cosa che fa più paura è il rumore che fa l’acqua, non è tanto vedere l’acqua che scorre, è il rumore, che fa…. sembra che l’acqua bolle”.

Solo nella zona di Latisana, dove il tracciato arginale assume i connotati di una vera e propria promenade urbana, c’è un rapporto visivo diretto:  qui il Tagliamento si mostra nudo tra i suoi argini artificiali, come un gigantesco canale pronto a gonfiarsi a dismisura, in confronto al quale i manufatti dell’uomo paiono fragili, precari; ma questa è una scena d’apertura che ancora nulla dice o svela della natura del fiume, quale la si può cogliere subito a monte o a valle di essa. 

Passato parco Gasperi, il percorso sull’argine si fa subito di sapore agreste, e si immerge nella zona golenale tra campi e canneti che lo accompagnano lungo tutto il tracciato; da qui, attraversando i coltivi si può ancora raggiungere Latisanotta e la sua spiaggia immersa nel silenzio dei boschi ripari, che per la propria estensione e la qualità della sabbia dorata era tra le mete favorite dalla popolazione. Questo luogo di rara bellezza viene ancora oggi frequentato, soprattutto da giovani alla ricerca di spazi ameni, puliti e riservati, ma è lontano il tempo in cui bisognava arrivare presto, per trovarvi un posto!

Le voci della comunità

Salendo ancora si giunge fino a Ronchis, dove il paesaggio golenale si fa immenso, una terra appartata che la gente del posto sa appartenere al fiume, e vede con occhi diversi rispetto alla campagna che si estende tutto al di fuori dell’argine. È un paesaggio convulso, dove sono ben visibili i segni delle piene stagionali, ed anche le tracce degli alvei e dei contro-alvei scavati e sovrascritti dal fiume nel corso della propria storia, tantoché i confini regionali che di qui passano seguono tracciati ben diversi da quelli delle anse attuali del fiume. Si giunge così fino a Fraforeano, dove il percorso arginale fiancheggia sul lato cieco il grande giardino di villa Kechler.

A sud di Latisana, invece, lo scenario è in parte diverso. Il ponte della ferrovia non costituisce solo una barriera fisica allo spostamento lungo l’argine, peraltro facilmente superabile rimanendo bassi: è una soglia psicologica, che fino a poco tempo fa separava un percorso dal sapore urbano da uno più di tipo extra-urbano, che da Latisana può condurre verso sud, fino alla foce del fiume, o verso Lignano. È quello stesso ponte che costituisce, per i Friulani, una vera propria porta d’ingresso alla propria terra, come ricordava Andrea Valcic in un recente dialogo immaginario, dove sentirsi finalmente «a casa, tra la tua gente, in quella che non è né la piccola né la grande Patria: è dai tempi antichi la “Patrie dal Friûl”».

Il ponte ferroviario di Latisana (©Atlante dei Luoghi)

I recenti lavori per la realizzazione della Ciclovia del Tagliamento, che passa proprio lungo questo tratto arginale, hanno cambiato la prospettiva, generando un’infrastruttura che ha richiamato un vasto pubblico di fruitori, i quali la utilizzano sia per camminate a piedi che per gite in bicicletta a più lunga percorrenza. 

Lì è bello guardare il fiume: cambia colore ad ogni stagione: d’estate è tutto verde, d’inverno è brullo, ma in primavera prende tante colorazioni.”

Lungo questo tratto, il percorso arginale si perde nella vastità delle campagna bonificate, senza quasi incontrare insediamenti umani; eppure è ancora denso di occasioni per scoprire la bellezza del fiume: dai paesaggi agrari ritagliati tra i suoi stretti meandri, alle anse fossili come quella di Latisana, Gorgo, e delle isole Picchi e Pingherli, facilmente accessibili con un barchino, ai tanti spazi lungo le sponde in cui è possibile entrare in contatto diretto con le sue acque ricche di ambienti naturali e di scorci incantevoli – inclusa una grande bilancia da pesca ancora in uso; fino alla spiaggetta di Pertegada, ancora oggi utilizzata dalla comunità locale, e luogo della suggestiva festa della Foghera, la notte del 5 gennaio.

Le voci della comunità

Scendendo ancora, il fiume si fa sempre più infrastrutturato. La sua navigabilità, che ancora consentirebbe a barche con poco pescaggio di arrivare senza problemi fino a Latisana, di fatto si concentra tutta nella parte finale del fiume: qui sono presenti ben tre marine (Azzurra, Punta Verde e Uno) con i relativi servizi, ed è situato il passaggio della Litoreanea Veneta, il grande Canale per la navigazione interna che collega Venezia con la laguna di Marano e Grado. Nella zona di Bevazzana sono presenti due conche di navigazione con porte vinciane; nei pressi di quella in direzione di Marano, un ponte girevole permette il passaggio del Canale da parte delle biciclette. Il percorso ciclabile si spegne alla foce del Tagliamento, dopo aver fiancheggiato la Pineta di Lignano Riviera, area protetta a livello comunitario per l’alto grado di biodiversità. Qui l’occhio recupera la visione del fiume in tutta la sua ampiezza; lo osserva mentre sfocia nel mare, e non riesce a trovare una linea netta di demarcazione tra i due ambienti. È uno spazio unico, la foce del Tagliamento, un tempo assai vissuto per la presenza di spiagge libere dove la sera si facevano grigliate, e che il tempo e le correnti hanno cancellato. 

Si racconta che non molto tempo fa, proprio sulla foce sia stato pescato un grande pesce Luna, dal peso di quasi 170 kg, oggi esposto nell’Acquario Lagunare di Marano; un fatto che testimonia meglio di tante parole la presenza di un ecosistema ancora relativamente indisturbato, e la qualità delle acque di questo fiume nel suo abbraccio finale con il mare.

Sorvolo sulla foce del Tagliamento (©Francesco Biasutti)

FIUME STELLA

Mille sono le storie che questo fiume ha scritto e ancora oggi continua a ispirare, come mille sono i suoi tratti, i paleoalvei, le polle e le anse scavate nel corso dei secoli, i quali insieme intrecciano un arabesco di segni che fluisce dalle risorgive fin quasi alla Laguna. Sono storie che raccontano di un fiume mutevole e instabile, che ha disegnato il suo paesaggio come un pittore inquieto lascia strati di ripensamenti sulla propria tela, o il vomere di un aratro incide solchi su solchi attraverso le stagioni. 

Questo ci raccontano la barca, vecchia ormai di mille anni fa, dissotterrata presso l’argine di Precenicco, o l’antico ponte romano sulla via Annia che giace sommerso presso Palazzolo, o le centinaia di reperti che riemergono lungo l’alveo per mano degli esperti archeosub attivi sul fiume. L’inquietudine dello Stella si è persino accentuata con il tempo, sin da quando i Veneziani vi deviarono le acque del torrente Corno per proteggere la strada verso Palmanova dalle piene di quest’ultimo: un intervento che ha alterato il regime idraulico naturale del fiume, accentuandone il comportamento torrentizio. Così nel tempo lo Stella ha dato vita a un mondo tutto suo, fatto di vaste zone boscose e golene e fiumi, rogge e canali che vi si immettono da entrambi i versanti; come il Torsa, lungo il quale la sezione locale degli Alpini ha realizzato un percorso ricreativo, che costituisce un vero e proprio affaccio sul fiume.

Questo ecosistema fluviale reclama per sé uno spazio vitale ampio, tanto che l’opera di arginatura vera e propria, conclusa solo negli anni ’70, si sviluppa a bordo fiume solo a sud di Precenicco, mentre a nord si mantiene distante, cosicché al suo interno esso è libero di evolversi, e di arricchire la propria trama con nuove storie. Anche il passato sembra aver assecondato questo carattere fantasioso, quando il trattato di Worms del 1531 suddivise il fiume in un mosaico di possedimenti divisi tra Venezia e Austria, il che impedì lo sviluppo di una funzione commerciale. Il risultato di questi fattori è che, ancora oggi, lo Stella viene considerato il fiume di risorgiva più prossimo allo stato naturale di tutto il Friuli; testimone di questa naturalità è anche il sistema deltizio che il fiume ha costruito da tempi remoti al suo sbocco in Laguna, dando forma a un “delta lagunare” che è una rarità a livello mondiale.

«Il fiume Stella è sempre stato “il fiume”; è rimasto come era anni fa, la sua caratteristica principale è proprio la sua naturalità completa. In passato l’acqua era così pulita, che si poteva bere.» 

Certo il presente è entrato con forza anche in questo contesto: il processo di industrializzazione che a partire dal dopoguerra ha investito il comparto agricolo e dell’allevamento (anche quello ittico) hanno determinato un impatto pesante sulla qualità delle acque del fiume, che ancora non si è trovato il modo di risolvere; di conseguenza, anche la ricchezza e la varietà della fauna ittica sono state colpite, come lamentano con nostalgia i pescatori del posto.

Le voci della comunità

Resta però indiscutibile come gli abitanti che vivono lungo le sponde dello Stella provino per esso un orgoglio, un trasporto del tutto particolare: forse perché abbagliati dai paesaggi che il fiume sa regalare, o perché le sue acque ancora oggi gorgogliano le loro mille storie a chi sa restare in silenzio, ad ascoltarle. Certo è una bellezza che non si manifesta facilmente a chiunque: la larghezza del sistema fluviale, le arginature che lo nascondono alla vista come una leggera parentesi, la fascia ininterrotta del verde ripario che solo a tratti consente di intravvedere qualche scorcio, fanno sì che chi si avvicina al fiume da fuori, quasi non lo riesca a vedere. Ecco che allora l’incontro vero e proprio con il fiume Stella lo si può trovare solo in alcuni punti privilegiati, nei quali la bellezza del fiume si manifesta con l’intensità di un idillio contemporaneo. Già a Flambruzzo ad esempio, dove il parco del Castello è stato pensato in una relazione osmotica con il fiume, le sue rogge e le risorgive; quindi ad Ariis, cuore dell’attività canoistica del territorio, dove gli spazi verdi attorno a villa Ottelio-Savorgnan, alla chiesa di San Giacomo e al Museo ittico quasi si annodano con le anse del fiume; o nello splendido Parco Comunale di Pocenia, che ad un occhio attento ancora mostra le tracce di antiche storie, che solo gli abitanti del posto ricordano. 

«Il tratto dello Stella a Pocenia è una zona che rilassa, dove si può osservare la natura e stare tranquilli, dove c’è silenzio, dove non passa nessuna macchina. In autunno, poi, spiccano colori bellissimi». 

Scendendo ancora, troviamo l’abitato di Rivarotta, toponimo che racconta meglio di tante parole il dinamismo del fiume, la cui darsena segna il limite settentrionale di navigabilità per le imbarcazioni; oppure le anse di Palazzolo, dove si raccoglie appartata la vita del paese sul fiume, o i porti e la piazza di Precenicco, dove invece la vita sul fiume diventa esplicita, quasi un fatto pubblico. Infine, la Chiesetta della Madonna di Titiano, meta per passeggiate in bici o in barca, avvolta tra anse fossili dove il fiume raggiunge la sua vetta poetica, tanto da essere tutelate come un Sito di Interesse Comunitario. 

“Su quest’ansa di Palazzolo si faceva la Sardellata, organizzata da una associazione del paese, gli Amici della Sardellata; si faceva festa tutto il sabato e la domenica, arrivava moltissima gente!”

In questi luoghi si scopre un mondo introverso, dai tratti quasi intimi, dove l’acqua che scorre diventa quasi una cosa viva, uno snodarsi inquieto di turbinii e gorghi, di correnti contrastanti, di nastri luccicanti tra i quali il fiume acquista una propria dimensione sonora; non solo per il cinguettio degli uccelli assiepati nel folto delle fasce riparie, o per il vento tra i rami, o i rumori della vita che vi si svolge intorno: l’acqua dello Stella canta, canta ad ogni ansa, ad ogni sasso, ramo o legno che incontra, e così sussurra di un tempo immemore, dal quale le storie riaffiorano all’improvviso.

I tanti piccoli approdi lungo il suo corso invitano a intraprendere una diversa scoperta del fiume, questa volta dall’interno, sulle piccole barche così diffuse tra gli abitanti della zona, che permettono di addentrarsi tra le sue pieghe e i suoi segreti anditi, e che in passato venivano autoprodotte da una popolazione che sapeva mettere a frutto la propria sapienza manuale anche a questo scopo. Non è facile muoversi in barca, lungo lo Stella: da Palazzolo in su le acque si fanno via via meno profonde, e il carattere indomito delle correnti si fa sentire, cambiando ad ogni passo le condizioni dell’alveo, tanto da sconsigliare la navigazione. Ma gli abitanti del posto conoscono bene queste dinamiche, e non temono di affrontare il fiume in ogni stagione.

“Tutto il corso del fiume è ricco di ambiti dove è possibile pescare: il modo migliore per andarci è direttamente con la barca, e non dai percorsi dell’ entroterra.”

Per gli abitanti del posto, la barca è il modo migliore, quello più naturale per vivere il fiume: si va in barca per andare in Laguna, eventualmente spingendosi fino alle isole lagunari; si va in barca per pescare, un’attività ancora molto praticata, nonostante la pescosità non sia più quella di una volta; ma si va in barca anche solo per andare in barca, cioè per il piacere di stare sul fiume.

“Quando sono sul fiume sto bene; mi piace passare giornate intere, anche nottate in barca, in compagnia.” 

Arrivati a Precenicco comincia un’altra storia ancora: se è vero che in età Romana il trasporto di merci sul fiume arrivava sino a Palazzolo, antico snodo intermodale sulla via Annia, in età moderna questo si è concentrato soprattutto a Precenicco, dove a partire dalla fine del Settecento vennero realizzate le infrastrutture portuali oggi visibili presso la Piazza del Porto. La navigabilità dello Stella si è poi ulteriormente  rafforzata quando, a seguito di una grande piena a metà ‘800, il fiume si è aperto una nuova e più diretta via verso la Laguna, tagliando fuori l’antica foce deltizia: il Verto grande, com’è stato chiamato, è stato poi consolidato agli inizi del ‘900, diventando la via d’accesso principale al fiume, che quindi oggi risulta accessibile anche per imbarcazioni di dimensioni maggiori. Tanto che Precenicco e lo Stella sono incluse da tempo tra le principali vie della navigazione interna, soprattutto a scopo turistico.

Tutt’intorno a questo ecosistema introverso si è sviluppata una serie di percorsi ciclabili esterni, che però consentono di raggiungere i principali luoghi affacciati sul fiume. Lungo queste tratte già oggi è possibile raggiungere Palazzolo da Pocenia, e da qui, scendendo lungo l’argine sinistro verso Precenicco e Piancada, si può proseguire per vie interne fino alla laguna. Sulla sponda opposta, da Precenicco si può invece raggiungere per vie campestri la Madonna di Titiano, e da qui proseguire lungo il fiume e poi lungo l’argine lagunare, fino ad Aprilia Marittima. Questi ampi tratti stanno progressivamente evolvendo in una rete integrata, anche grazie ai fondi provenienti da importanti progetti territoriali, come il sistema delle ciclabili “AsterBike”.

Le voci della comunità

Tramite questi itinerari è possibile raggiungere il fiume nel suo tratto finale. Lì si trova la Bilancia del Bepi, sosta obbligata per le gite in bicicletta attraverso le campagne della Bassa, e punto di partenza per escursioni in barca, canoa e kayak verso il delta fluviale, e oltre, verso la Laguna. 

«La zona della foce dello Stella è vissuta un po’ meno, perchè è più difficile da raggiungere, però in barca è bellissima: percorrendola si possono ammirare flora e fauna che la caratterizzano questa zona». 

Quell’antica foce deltizia tagliata fuori dalla navigazione maggiore giace ora avvolta in un solitario silenzio: lì le acque rallentano, che quasi non le vedi più scorrere; i fondali si abbassano, tanto che solo i barchini più piccoli riescono ad addentrarvisi, e le sue ramificazioni generano un intrico di canali e canneti nei quali il fiume quasi si disperde, e fondendosi con le acque salmastre, trova infine la sua pace.

“Casoni di pescatori presso la foce dello Stella, dove le limpide, dolci e placide acque del fiume abbracciano quelle salmastre della laguna in uno scenario di rara bellezza” (Cartolina virtuale da Renzo di Muzzana)

FIUME CORNO

Fin dalla sua nascita, nella fascia delle risorgive, il fiume Corno segnala la sua differenza rispetto agli altri grandi corsi d’acqua del territorio: presenta una portata e una temperatura delle acque quasi costanti lungo tutto l’anno, proprio per il fatto che queste non sono influenzate dalle piogge stagionali. Di conseguenza, il Corno segue un tracciato particolarmente stabile, che mai fu soggetto a quelle esondazioni, o repentine mutazioni, che invece caratterizzano ancora fiumi come il Tagliamento, lo Stella o il Cormôr. Evidenziano questa natura placida e tranquilla la rara presenza di anse fossili o le tracce di paleo-alvei lungo il suo percorso, e tale stabilità, unitamente alla regolarità delle sue acque, ha da sempre favorito gli insediamenti e la navigazione lungo il fiume, sin dall’epoca protostorica. Così, il Corno è stato un elemento aggregante delle comunità insediate lungo le sue rive, tanto da essere anche noto come “il fiume delle quattro chiese”, in quanto unisce le quattro chiese parrocchiali del territorio, che sorgono tutte al limitare delle sue acque, ossia quelle di Castello, Porpetto, Villanova e Nogaro. In tempi più recenti, il fiume Corno ha sperimentato un accumulo di infrastrutture che ne hanno reso il tratto finale uno dei siti industriali e portuali più importanti del nord Adriatico, epicentro di una vasta rete di relazioni internazionali. Tanto che tra tutti questi segni del sistema insediativo contemporaneo il fiume sembra oggi quasi incastonato, in certi momenti addirittura “incastrato”. Tra il linguaggio dell’uomo e quello della natura prende così forma un groviglio per lunghi tratti capace di ispirare una notevole armonia, anche se non privo di contraddizioni, dove sembra che i due linguaggi non abbiano ancora trovato il modo di parlarsi, di capirsi a vicenda.

Le voci della comunità

Questa dinamica è determinata da un fattore cruciale: fino all’altezza del ponte di Villanova, il fiume Corno è navigabile anche da navi di grande dimensione. Proprio quel ponte, che quasi lambisce il corso delle acque, è un limite che separa il fiume in due tratti molto diversi tra di loro. In quello a monte, il fiume si snoda in un volteggiare tranquillo tra le campagne, dove può essere navigato in canoa o con piccole barche. È un tratto caratterizzato da una grande naturalità, tanto che venne anche chiamato “il fiume dei tre laghi”, per via della storica presenza di diversi laghetti e polle generate o intercettate dalle sue acque, come i “laghi di sopra” a nord di Castello, cornice dell’antico mulino Candotto, e i “laghi di mezzo”, posti intorno alla chiesa di Castello. Un tempo, i laghi di Castello erano parte integrante del meraviglioso Parco della Quiete, realizzato nell’Ottocento dai Conti Frangipane come pertinenza del loro palazzo. In questo giardino romantico i  laghi, il fiume e le polle erano uniti alle campagne da un unico progetto di paesaggio, che vedeva anche la presenza di mulini, scuderie e casali agricoli. Pochi lacerti di questo passato sopravvivono, smembrati dalla crescita del sistema infrastrutturale, che oggi impedisce persino di immaginarsi quel passato idilliaco. L’ultimo lago menzionato, quello detto  “di sotto” si trova presso la chiesa di Porpetto, ed in origine era molto più ampio di quello attuale.

“Una volta la chiesa di Porpetto era su un’isola, il fiume la circondava creando un lago; c’era anche un ponticello di pietra, per poterci accedere. Il lago è stato poi tombato, ma era una cosa unica e irripetibile.” 

In questo tratto sono tanti gli abitanti che vivono un rapporto diretto con il fiume: molte case, infatti, tra Castello e Porpetto, confinano con esso, tanto da sentirlo quasi come un vicino di casa, una presenza che mormora dolcemente tutto l’anno, tanto da essere chiamato anche “il fiume silenzioso”. Ma non solo: caratteristica di Porpetto è la navigazione con lo Sbordòn, una pertica di 4-5 metri fatta con legno di salice, con cui ci si può spingere sul fiume anche controcorrente su barchini dal fondo piatto. Ogni anno si tiene una gara dedicata, nata per tramandare questa tradizione, per rafforzare tra le nuove generazioni il legame con il fiume e più in generale, con questo territorio. 

“Le discese in canoa e Sbordon sul Corno partono tipicamente da Castello, e si naviga fino a sotto Porpetto. E’ una bella navigata, che attraversa zone molto verdi, dove si può godere di un ambiente suggestivo.”

Subito passato Porpetto, il fiume si separa dalle case, e torna ad immergersi tra le campagne; lì allora sono le persone ad inseguirlo, percorrendo “la strada bassa” che da Porpetto conduce a Chiarisacco, la quale lambisce lo zigzagare del fiume, e viene utilizzata dagli abitanti per passeggiate, corse o gite in bici. Questa strada interseca l’alveo del Corno in un solo punto, detto il “il Puint di Stalis ”, subito a valle del quale sorge uno dei maggiori allevamenti ittici della zona, realizzato proprio nell’alveo del fiume. La presenza di questo impianto costituisce uno ostacolo rilevante per la navigazione in canoa o Sbordòn, e viene oggi percepita come una ferita nel corso del fiume, che impedisce di immaginare progetti volti a favorirne una fruizione continua.

“Alla strada bassa io sono molto legato: le persone ci vanno a camminare e a fare jogging, e ci si saluta come quando si va in montagna”

Giunto a San Giorgio, il Corno sembra quasi perdersi tra i piloni dei cavalcavia del grande asse viario della SP80, il quale connette l’importante casello autostradale di Porpetto con il porto e l’area industriale di San Giorgio. Proprio sotto questi piloni si snoda il parco fluviale di San Giorgio, che consente una bella vista sul fiume ed è connesso al centro del paese da un percorso ciclo-pedonale in sede propria; tuttavia, nonostante questo parco, San Giorgio non sembra aver ancora conquistato un proprio affaccio sul Corno, proprio per via del forte ostacolo percettivo determinato dal grande svincolo della SP80. Sotto tale svincolo sfocia nel Corno la roggia Corgnolizza, importante connettore territoriale che dopo aver attraversato Corgnolo e i suoi giacimenti culturali, e dopo aver sfiorato il bosco della Sgobitta, lambisce le propaggini di San Giorgio. Questo tratto finale della roggia è particolarmente apprezzato dagli abitanti, per la presenza di un percorso ricreativo lungo di essa.

”La Corgnolizza, quando noi eravamo ragazzi, durante gli anni Quaranta e Cinquanta, era la spiaggia di San Giorgio. Ci si trovava sempre lì, si passavano pomeriggi interi su quel tratto in riva al piccolo fiume. Siamo nati e cresciuti lungo quelle sponde”

Il fiume prosegue il suo corso oltre San Giorgio, rimanendo sempre a est della SP80, che lo taglia fuori dalla zona abitata principale, immerso tra le campagne verso Villanova. Sotto il ponte di Villanova il paesaggio fluviale cambia all’improvviso. Scompaiono i ponti e i ponticelli che avevano animato il tratto superiore, perché qui il fiume è soprattutto un grande sistema industriale e portuale. L’alveo si allarga progressivamente, anche per via degli interventi effettuati per favorire l’ormeggio delle grandi navi, e sulle sue sponde, soprattutto in destra, si snodano le infrastrutture – in gran parte abbandonate, sorte nel tempo a sostenere questa vocazione. Si presentano così, immerse in fasce riparie folte e verdeggianti; come il porto vecchio di Nogaro, incuneato in un’ansa fossile, oggi luogo silenzioso e suggestivo; o le banchine della ex-Montecatini, sovrastate da un’immensa ciminiera ben visibile da ogni parte di questo quadrante territoriale, con gli edifici oramai sprofondati nella natura che si è ripresa questi spazi. Da questo punto in poi ha inizio la grande area industriale dell’Aussa-Corno, la quale ha completamente alterato il paesaggio in sponda destra del fiume, dove gli abitanti si recano oggi soprattutto per ragioni lavorative.

La zona industriale Aussa-Corno (©Atlante dei Luoghi).

Tuttavia, questo sviluppo così pesante e invasivo non ha allontanato del tutto la vita dal fiume: anzi, proprio in questo tratto, da una ventina d’anni si svolge una gara amatoriale locale, la “Batelade de Villegnove”, praticata remando controcorrente su barche dal fondo piatto. Ma in questo tratto del Corno non si incontrano solo canoe o “batele”: nel bel mezzo della zona industriale sorge Marina San Giorgio, la prima darsena da diporto realizzata sul fiume, che può ospitare anche 300 imbarcazioni, comprende cantieri navali e centri di rimessaggio, e costituisce uno dei principali punti di partenza per la navigazione nell’Alto Adriatico.  Nel suo tratto terminale il Fiume compie la sua ultima metamorfosi; proseguendo infatti, si raggiunge la zona della foce, dove si trovano le numerose darsene utilizzate dai residenti e che accolgono i barchini tipici della navigazione lagunare, come quella del locale Circolo Nautico San Giorgio. In nessun posto meglio che alla foce del Corno si coglie il legame storico di San Giorgio con la laguna di Marano: è un legame che si respira prima ancora che essa compaia alla vista, forse anche per via dei Casoni che sorgono qui vicino, immersi nelle bordure delle tamerici e raggiungibili solo dall’acqua. 

“I Nogaresi che hanno la barca si sentono parte della Laguna, la vivono in modo molto stretto. Inoltre, visto dalla barca il fiume è si presenta ancora come un luogo naturale, a tratti persino selvaggio”

Ma è un luogo, la foce, che parla anche del rapporto di San Giorgio con il fiume stesso: un rapporto che trova molti modi diversi di viverlo, il fiume. Poco prima di Marina San Giorgio, ma in sponda sinistra, sorge il celebre centro Canoa San Giorgio dedicato al tradizionale canottaggio a remi, anche di livello olimpionico. Da lì in giù, infatti, la larghezza del fiume è tale che vi si può praticare anche questa attività sportiva e ciò anche grazie alla collaborazione con l’Autorità portuale e la Capitaneria di porto, che rende possibile e compatibile la fruizione sportiva e ricreativa del fiume con la navigazione commerciale. Ed è piacevole discendere questo tratto, in barca o canoa: le grandi industrie, le ampie e rumorose strade, il viavai continuo di camion e persone rimangono al di là dalle verdi bordature in cui ora si specchia il Corno, le quali sembrano preludere solo allo specchiarsi del cielo in una tale vastità di acque.

 

Le voci della comunità

Dal centro Canoa si dipana infine un altro percorso, che segue l’argine sinistro del fiume fino alla foce dell’Aussa, il quale s’immette nel Corno proprio presso la sua foce. Questo è forse l’unico tratto in cui il Corno dovette essere arginato: non tanto per opporsi alle sue piene, quanto al contrario, per domare la risalita delle maree lagunari, che su questo versante esondavano frequentemente, sommergendo vastissime superfici di terra.

“Dalla sede di Canoa San Giorgio inizia una strada sterrata usata da moltissime persone per camminare, fare jogging, ed anche per pescare: l’acqua è pulita e pescosa, nonostante la zona industriale, e l’attività è molto praticata.”

Fu uno dei capitoli più significativi della storia delle bonifiche locali, che portò, tra gli anni Venti e Trenta, a trasformare l’esteso ambito paludoso ad a est del fiume in un ampio comprensorio agricolo; su di esso venne edificata persino una città di nuova fondazione, Torviscosa, un centro ad alta vocazione industriale che non piccola parte ha avuto nell’accrescere l’inquinamento in laguna. Oggi queste terre di bonifica, anche se esterne al Comune di San Giorgio, con le loro strade bianche e i loro paesaggi rurali, silenziosi e solenni, sono meta privilegiata di gite ed escursioni da parte degli abitanti del paese, privati come sono della libera fruizione della sponda destra del loro fiume. Ma le bonifiche non riguardarono solo la sponda sinistra: anche le terre in destra, prima dello sviluppo industriale, videro una decisa azione di bonifica; a memoria di quest’opera resta la così detta “Agenzia 7”, un nucleo rurale progettato come luogo per la vita di comunità, con gli edifici residenziali e ad uso agricolo organizzati a formare una grande corte centrale. Oggi quello che resta dell’insediamento giace, sommerso nella vegetazione, al margine della SP80; affacciandosi tra le rovine si può ancora traguardare il tratturo che, passato il grande portico d’ingresso, si perde tra campi un tempo vivaci e popolosi. È come una porta sulla campagna e sul tempo, questo luogo dimenticato; alle sue spalle, le cattedrali dell’industria moderna, ma girandosi, ecco aprirsi davanti agli occhi, all’improvviso, uno scorcio senza tempo, il quale ci ricorda come questo presente così proiettato verso il mondo e il futuro, così come ogni presente, abbia bisogno anche di profondità diverse, di un suo spazio più ampio; di una sua terra.

Portico d’accesso alla Agenzia 7 (©Atlante dei Luoghi).

BOSCHI PLANIZIALI

Un nome su tutti aleggia su queste terre: è quello della Silva Lupanica, l’antica foresta che da tempi immemori ricopriva il Basso Friuli. Aleggia nei racconti degli abitanti del posto, nei fondi di giornale e nei discorsi degli amministratori, degli esperti e delle istituzioni d’area vasta. Poco importa che poco ne resti, della selva di un tempo, o che forse non si tratti di un nome storico, ma leggendario: quel nome incarna oggi una coscienza collettiva, nella quale la vita degli abitanti è come ospitata, accolta da un contesto che ancora in tanti ricordano, per aver assistito al suo epilogo. Ciò che rimane delle antiche selve che un tempo si estendevano a perdita d’occhio si estende ancora oggi nella mente degli abitanti, al di là dei resti che ancora ombreggiano queste terre, e che assumono per questo un valore più di grande di ciò che appare. 

“I boschi sono grandi non solo per la loro superficie, perché questa è una cosa relativa: sono molto grandi per la loro capacità di portare l’essenza del territorio che una volta regnava dal Livenza all’Isonzo” 

Sì perché a differenza di tante altre parti d’Italia e del Friuli, dove l’agricoltura già da secoli aveva ripreso il sopravvento sulle foreste cresciute dopo la fine dell’impero, nella Bassa Friulana le selve sono sopravvissute molto più a lungo. Avevano attraversato l’epoca Romana, dove il lavoro degli agrimensori era riuscito solo in parte ad intaccarle; avevano resistito all’espansione agricola medievale, ed erano poi state protette da Venezia, che nei boschi della Bassa vedeva una delle sue fonti di approvvigionamento di legname pregiato; tanto che sul Turgnano c’erano diversi approdi della Serenissima, adibiti al trasporto degli alberi ceduati nei boschi di Muzzana.

Estensione dei boschi secondo la Carta Asburgica (1818-1829) – in verde scuro – e loro estensione attuale – in verde chiaro (elaborazione: Atlante dei Luoghi).

Al tramonto della Repubblica, la mappa militare Asburgica mostra un paesaggio dove paesi e villaggi sono incastonati in un mosaico di boschi e aree umide, i quali lasciavano all’agricoltura solo i terreni limitrofi ai nuclei urbani. In queste terre, i boschi e le acque si sono intrecciati per millenni in un legame indissolubile che solo l’opera di bonifica dell’ultimo secolo ha reciso, come un nodo gordiano. Un’opera che si è interrotta solo in tempi recenti: basti pensare che il bosco Brussa di Palazzolo, vasto oltre 90 ettari, venne abbattuto solo alla fine degli anni ’50, e il grande bosco Bando di Carlino, di circa 500 ettari, addirittura negli anni ’70. Tuttavia, ciò che resta di essi ancora forma uno degli elementi più caratteristici di queste terre. 

“Vedendo questi boschi ho quasi l’impressione che facciano parte di un tutt’uno, un qualcosa che è stato ritagliato dalla presenza umana, ma è come se fosse un ritagliare qualcosa che ha la stessa origine.”

Appaiono così, da lontano, come profili verdi a frastagliare il paesaggio delle campagne; avvicinandosi, prendono ad imporsi con la loro massa verde che quasi scolpisce lo spazio aperto, indirizzando lo sguardo, erigendo barriere, incanalando prospettive, e avvolgendo l’osservatore in modo discreto e impenetrabile. Anche il legame con le acque resta sensibile: quasi tutti questi boschi, infatti, sorgono in prossimità di importanti corsi d’acqua, e in molti casi sono circondati da canali che li proteggono, e che ricordano la continua azione di drenaggio dei terreni.

Le voci della comunità

Tra questi boschi e la popolazione locale da sempre esiste un forte senso di comunanza, che affonda le proprie radici nei tempi in cui le selve erano dovunque, circondavano i campi e i paesi, diventavano parte integrante della vita e dell’economia locale. In antico molti boschi erano di proprietà civica, e gli abitanti avevano libero accesso per potervi soddisfare i loro bisogni primari, come il fare legna, la raccolta di funghi o di erbe spontanee o la piccola caccia. 

“fino ai primi del ‘900 i boschi arrivavano fino alla laguna; con l’alta marea si poteva andare in barca nel bosco.”

Se dunque da un lato le bonifiche furono un’opera necessaria per dare sostentamento alla popolazione locale, dall’altro hanno richiesto un sacrificio elevato in termini di trasformazione del paesaggio storico: una trasformazione che da allora ha lasciato aleggiare quel nome, come un profilo mancante che ancora unisce i tratti del presente con la forza chiaroscurale di una presenza immaginaria. Questi legami del passato si perpetuano ancora oggi nello stretto rapporto che intercorre tra gli abitanti e i loro boschi; e anche se il loro valore per l’economia è venuto sostanzialmente meno, il valore per la vita quotidiana e per il senso di appartenenza al territorio rimane immutato, come dimostrano numerose occasioni come i “Boschi in Festa”, una tra le più importanti manifestazioni del territorio, che si svolge tra i Comuni di Carlino, Castions, Muzzana, Precenicco e Palazzolo. Riuscire a comprendere questo legame nascosto delle comunità locali con i boschi significa comprendere anche il senso più profondo di questi ambienti naturali; significa compiere un viaggio parallelo alla scoperta di ciò che non si rivela a prima vista, ma che si costruisce, esperienza dopo esperienza, incontro dopo incontro, scoperta dopo scoperta.

“È piacevole andare a camminare nel bosco: vedere anche i caprioli che ci sono, tanto per dire, e la natura è meravigliosa. La grandezza è relativa rispetto alla bellezza: l’importante è sapere cosa vedere.”

La continuità storica di questi boschi costituisce il fattore più importante per la loro unitarietà. Essi infatti mostrano tutti la stessa facies, quel querco-carpineto diffusosi fin dall’età post-glaciale, per cui entrare oggi in ciascuno di essi, non importa in quale, induce ancora la medesima sensazione di addentrarsi nella antica Silva. Il mondo al di fuori svanisce in un silenzio punteggiato dai canti degli uccelli, e uno non saprebbe quasi più dire di trovarsi nel bosco di Muzzana, o di Carlino o Palazzolo. 

La rilevanza naturalistica di questi boschi è un altro elemento fondante del legame, ma è necessario conoscerla, per poterla apprezzare fino in fondo. Certo, sono molte le specie di piante, di fiori, di frutti del sottobosco, ma chi riuscirebbe a distinguere l’erba fragolina nel bosco Manin, una vera e propria rarità floristica per la Bassa? E quante le specie di animali, come la volpe, il tasso, la faina e lo scoiattolo, il toporagno, i rettili e le testuggini, oltre ai più consueti caprioli e cinghiali, che trovano riparo nel folto della vegetazione? E gli uccelli che nidificano tra gli alberi, e che hanno spinto gli amanti del birdwatching a erigere così tante postazioni al limitare dei boschi?

Non tutti i boschi sono oggi accessibili. Alcuni sono di proprietà privata, e da lungo tempo non visitabili. Altri sono aperti, ma non gestiti, e mostrano un ambiente più selvaggio ed impenetrabile; altri infine sono ben gestiti e aperti ad attività ricreative. Ma queste differenze non incidono sul sentimento collettivo delle persone: proprio per via della loro natura comune, infatti, la conoscenza anche solo di uno di questi li rende tutti in qualche modo famigliari, per via di un meccanismo quasi di immedesimazione; ed ecco che allora in molti si muovono sui sentieri che girano attorno, che portano vicino senza entrare, e tanto basta per goderne. Tra tutti i boschi della Bassa, però, un posto speciale è certamente riservato alla Selva degli Arvonchi – Bosco Baredi, detto “bosco di Muzzana”, forse non a caso il maggiore tra i boschi della Bassa. Questo è infatti l’unico in cui la tradizione dell’uso civico sia giunta immutata sino a noi,  e oggi si esprime soprattutto tramite l’istituto della “martellata”, ovvero la ceduazione periodica di lotti del bosco effettuata dai cittadini che ne hanno diritto e ne fanno richiesta, con lo scopo di fare legna da ardere. Anche la raccolta di funghi, tartufi e piante officinali o aromatiche è soggetta all’antico regime dell’uso civico. Questa tradizione è parte integrante di un patrimonio culturale che vede i cittadini non solo come semplici fruitori dei boschi, ma quali responsabili in prima persona della loro cura e gestione, secondo modalità attive di creazione del paesaggio capaci di ingenerare passioni profonde, e un profondo senso di appartenenza.

Le voci della comunità

Oggi che tutti hanno il riscaldamento in casa, l’uso del far legna nel bosco è andato calando, ma la passione di andare nel bosco è rimasta intatta: sin dalla giovane età i bimbi di Muzzana vengono abituati ad andare nel bosco, sia dalla scuola che dalla famiglia, e ogni volta che viene organizzata una manifestazione a Muzzana, viene sempre messa in programma anche una visita al bosco; al punto che ancora oggi a Muzzana si respira una tensione tutta particolare verso il bosco, più intensa che altrove. 

“La gente ama andare nel bosco: per camminare, andare in bicicletta o per raccogliere funghi. Per noi il bosco è come una parte integrante del nostro vivere, fa parte della comunità: è come la piazza, per noi andare nel bosco è come andare in piazza, o al bar”

Anche per questo, il bosco di Muzzana è una realtà importante per tutti gli abitanti della Bassa, che qui vengono volentieri per respirare queste atmosfere uniche: se infatti lo sfruttamento delle sue risorse è soggetto all’uso civico, la sua fruizione a scopo ricreativo è libera, tanto più che esso sorge in posizione baricentrica rispetto agli altri, nei pressi della località Turunduzze, crocevia del territorio agricolo.

E proprio sul tema delle connessioni si gioca l’ultimo fattore di comunione di questo sistema naturale; da sempre esistono percorsi che collegano i boschi tra di loro, un tempo usati soprattutto a scopo agricolo, ma oggi sempre più utilizzati per il tempo libero. Qualche anno fa’ è nato così il progetto della Boscovia, finalizzato a unire questi percorsi, così da creare una rete di mobilità ciclo-pedonale che trova proprio nel collegamento tra i boschi la propria ragion d’essere. Passata l’epoca delle grandi bonifiche, si apre forse il tempo per un nuovo modo di vivere queste terre; non sono pochi, infatti, gli interventi di ripiantumazione “filologica” messi in atti negli ultimi tempi; il caso più esemplare è il bosco Brussa, ricostruito per volere della comunità locale a partire dagli anni ’80, quindi pochi decenni dopo il suo abbattimento, ed oggi luogo vissuto, gestito da una associazione e meta di gite e passeggiate. Anche nel bosco di Muzzana, colpito dagli abbattimenti del dopoguerra, è stato attuata un’estensione, ed è allo studio la ulteriore realizzazione di un passaggio ecologico che lo colleghi al Coda Manin. Tutti interventi, questi, visti con favore dalle popolazioni locali.

«Se tu parli alla comunità di andare a piantare alberi per ingrandire il bosco, è d’accordissimo: lo viviamo come una cosa nostra, è come se fosse il giardino di ognuno di noi. Per noi più grande è, e meglio è».

Ed ecco che allora la parola che ancora aleggia sul territorio, l’antica Silva perduta, torna a ispirare il presente; attraverso di essa, vediamo ora questi boschi non solo come reperti o monumenti di un’archeologia vivente, ma come corpi dinamici ai quali sarà sempre possibile rivolgersi per costruire nuovi paesaggi, e formare nuove radici.

Sorvolo del bosco di Muzzana (©Francesco Biasutti)

LAGUNA DI MARANO

Parlare della Laguna di Marano è parlare di Marano. Almeno fin dal 1420, quando i Veneziani vennero in possesso di queste terre, e concessero agli abitanti del paese l’utilizzo esclusivo delle acque lagunari per la pesca, al fine di rafforzare quel porto-fortezza ritenuto strategico per il controllo dell’attività navale nell’Alto Adriatico. Pensando a questo ancora oggi c’è un dettaglio che colpisce: l’intera superficie del Comune coincide infatti con lo specchio d’acqua della laguna. Non si ricorda un altro territorio che abbia questa caratteristica: Marano è un Comune fatto d’acqua, è privo di estensioni di terra che non siano isole, mote, velme e barene; per dirla con le parole stesse dei Maranesi, “fin che xe aqua, xe Maràn!” (finché c’è acqua, c’è Marano). A dire il vero, il perimetro Comunale include oggi anche alcuni lembi di terraferma: sono quelli prosciugati con le opere di bonifica, ma che in passato erano parte integrante dell’ambito lagunare. 

Estensione del Comune di Marano proiettata sulla Carta Asburgica – 1818-1829 (elaborazione: Atlante dei Luoghi)

C’è una ragione precisa per tale assetto: per secoli, forse millenni, la laguna di Marano è stata l’ambiente più produttivo della Bassa, grazie al suo ecosistema unico che rendeva queste acque molto pescose. Certo, si trattava di una ricchezza relativa: anche quella maranese rimaneva una comunità sostanzialmente povera,  e soprattutto, le risorse che la laguna poteva offrirle non si davano da sé: il regime di uso civico che da allora caratterizza lo sfruttamento per la pesca della laguna è infatti una simbiosi di diritti e doveri che chiamavano in causa l’intera comunità nel tutelare e preservare i sottili equilibri lagunari, dal dragaggio dei canali alla protezione di velme e barene, fino all’assunzione di un codice di comportamento compatibile con un contesto così fragile. 

“La laguna di Marano è un territorio antropizzato, perché legato al lavoro della popolazione: è un insieme di terre e acque plasmato dagli abitanti, e i suoi abitanti sono plasmati dalla laguna”

Le voci della comunità

Una tale situazione ha prodotto nel tempo grandi rivalità sullo sfruttamento della laguna con le comunità limitrofe, con scontri anche cruenti dettati dalla pura necessità di sopravvivenza – basti pensare alle coste lagunari di Latisana, storicamente note come “acque contenziose”: rivalità che, alla fine, videro sempre ristabilito il diritto esclusivo dei Maranesi sulla laguna. Certo, questo regno d’acqua di Marano non era indipendente: necessitava di risorse dell’entroterra, che venivano scambiate con le comunità limitrofe anche concedendo loro diritti marginali di pesca sulla laguna, come accadde con Muzzana, Palazzolo o Carlino, in cambio ad esempio dell’utilizzo dei mulini sulle rogge. Anche le materie prime da costruzione dovevano essere importate: a questo scopo, i Maranesi si rivolgevano ai possedimenti dello Stato da Mar, e ogni anno inviavano le proprie barche ad approvvigionarsi della pregiata pietra d’Istria con cui erano costruiti edifici e fortificazioni. Ancora oggi entrando a Marano, i suoi edifici in pietra, le strette viuzze e i cortili ispirano la netta sensazione di essere prossimi a Venezia, come in nessun altro paese della Bassa, forse del Friuli stesso. Questa sensazione crea un’osmosi sottile, una relazione di natura quasi spirituale tra la laguna maranese e quella, ben più celebrata, di Venezia.

“La laguna di Marano è la Serenissima: quando ci vai, ci devi andare in punta di piedi!”

Su questo intero specchio d’acqua ancora oggi si estende il regime dell’uso civico, di cui i Maranesi vanno giustamente orgogliosi, anche se le cose sono in parte cambiate; la meccanizzazione della pesca, così come per l’agricoltura nelle campagne, anche in laguna ha portato alla fine di un modello economico e sociale antico, intrinsecamente sostenibile, e basato sul mutualismo e la collaborazione.

Anche i cambiamenti climatici stanno mettendo a dura prova gli antichi equilibri, con  una progressiva ingressione del cuneo salino che lentamente sta alterando gli antichi equilibri ecosistemici, o l’arrivo di specie alloctone che stanno compromettendo la pescosità delle acque. A queste criticità si aggiungono quelle legate alle attività umane, come la diminuzione della portata dell’acqua dei fiumi a causa degli usi irrigui, l’impossibilità di mantenere le tradizionali pratiche di dragaggio e manutenzione dei fondali, la crescita di un turismo poco propenso al rispetto delle antiche norme di comportamento, soprattutto per quanto riguarda la navigazione. Purtuttavia, la forza di quel lungo passato è viva nel senso di appartenenza e protezione che i Maranesi avvertono per la loro laguna, anche grazie a un passaggio di saperi e consapevolezze ininterrotto tra le generazioni.

La laguna per me è un amore eterno. È come la mia mamma; sono nato in questa laguna, il rispetto di quella mamma mi ha dato tutto: la mia cultura, il mio lavoro, l’amore per le cose belle, per la natura.”

Il portato forse più importante di questo rapporto viscerale è la conoscenza profonda che i Maranesi hanno di questo specchio d’acqua, che solo all’apparenza si mostra come una superficie orizzontale e indistinta. In realtà il suo fondale è articolato in una varietà da fuori inimmaginabile di canali e valli sommerse, di cui il pescatore conosce ogni dettaglio, e in cui si orienta senza arenarsi. Certo al visitatore questo paesaggio invisibile può sfuggire: ma non potrà sfuggirgli la grande varietà di ambienti che la laguna sa offrire, anche solo osservando ciò che di essa si mostra fuori dal pelo dell’acqua; non gli sfuggirà il fascino della luce che si spande sopra di essa come una tinta ad olio su di una tela ben preparata, e che in ogni momento del giorno e dell’anno riesce a generare atmosfere di raro fascino, anche con il brutto tempo, anche con la bruma.

Le voci della comunità

* “Fûr dal timp. Le lagune je biele, a voltis ti cjape in te une maniere che ti puarte cussì fûr dal timp e dal mont che no tu tornaressis mai plui indaûr”

* “Fuori dal tempo. La laguna è bella, a volte ti prende e ti porta così fuori dal tempo e dallo spazio che rimani lì, in sospensione… e non torneresti mai più indietro”

Sono paesaggi fatti di pochi elementi, l’acqua placida, che per via dei bassi fondali agisce come uno specchio in grado di riflettere fedelmente il cielo e tutte le sue sfumature e striature, amplificandole e stendendole come colori ad olio su una tela sempre mutevole e vibrante. I margini ricamati da canneti e tamerici che si spingono fin dentro l’acqua, acque che si ritraggono con il ritmo delle maree, denudando e poi rivestendo nuovamente i fondali con il loro tessuto di fili di luce.

“Porta della laguna” (Cartolina virtuale da Sergio di Carlino, ripresa dall’argine costiero che da località Villabruna fa fronte verso la laguna)

E sotto questa luce si dipana un mondo ricchissimo di luoghi sommersi, ricamati dai canneti e dalle tamerici, che evidenziano con la loro presenza ogni lembo di terra emergente dal medio mare (“le barene”); oppure disvelati dalle acque basse, che mettono a nudo una geografia subacquea (“le velme”) destinata ad essere nuovamente sommersa ad ogni ciclo di marea. È proprio tra questi ricami che i maranesi vanno a pescare, riuscendo ad orientarsi tra di essi anche senza bussola, senza arenarsi nelle rapide variazioni dei fondali tipiche dell’ambiente lagunare.

“Anche quando c’è nebbia, il pescatore maranese non si perde in laguna, perché l’acqua diventa trasparente come il vetro, e lui riesce a leggere il fondo”

Si pescava, e ancora si pesca, usando un metodo tradizionale, il quale sfrutta le variazioni delle maree sulle velme e le barene per intrappolare il pesce. Si tratta di una pesca sostenibile, praticata con piccoli barche portate un tempo a vela o a voga: su di essi, la grande laguna acquisiva una dimensione ancora più immensa, misurabile solo con la fatica e l’attesa. Fu così che, per poter sostare più a lungo nelle zone di pesca, i maranesi costruirono i loro Casoni, su isolette artificiali (“le mote”) che ancora oggi punteggiano l’acqua come arcipelaghi galleggianti, creando un paesaggio onirico che sembra provenire direttamente da un antico passato.

Toponomastica delle serraje (©Comune di Marano, Assessorato alla Pesca e Patrimonio, 1980)

“Il senso di possesso di noi Maranesi per la laguna è formato da due cose: è amore ed è possesso fisico, perché lì ho lavorato, lì ho sofferto, la sento mio morbosamente.”

Parlare di laguna non è solo parlare di Marano. I legami che le altre comunità del territorio hanno stabilito con essa sono ancora forti: questa tensione si manifesta ad esempio nel loro desiderio di realizzare piccole darsene a scopo ricreativo alle foci dei fiumi, come quelle sullo Stella (Palazzolo), la Muzzanella (Muzzana) e il Corno (San Giorgio), mentre sulla Zellina non vi è una vera e propria darsena, e i barchini sono ormeggiati liberamente lungo la roggia. Ma si manifesta anche nell’assidua frequentazione della zona arginale e delle barene da parte di naturalisti e birdwatchers, attratti dall’incredibile biodiversità d’acqua, terra e aria che questi ecosistemi ancora oggi presentano.

“La laguna è come un mosaico, dove ogni tessera è diversa e ha un suo colore preciso: ma visto nell’insieme, ti restituisce un’immagine spettacolare”

C’è però un aspetto ancora più profondo di questo legame, che guarda oltre alla laguna così come essa appare oggi, e che riporta la mente a com’essa era prima delle bonifiche, prima che tutto intorno ad essa venissero eretti i robusti argini atti a consentire il prosciugamento delle terre retrostanti, che ancora oggi si trovano sotto il livello del medio mare. A causa di ciò, in passato il margine lagunare era occupato da vaste zone paludose che arrivavano a lambire la fascia dei boschi, e veniva regolarmente invaso dalle acque lagunari, le quali avanzavano e si ritraevano con le maree. È quello che gli abitanti chiamano “il respiro della laguna”, oggi fortemente compresso dagli argini, ma che ancora si avverte lungo i fiumi, le rogge e i canali, il cui livello cresce e decresce ad ogni marea, con una dinamica che proprio la scomparsa di quelle antiche superfici di espansione ha accentuato. 

Quota in metri sul medio mare nella zona perilagunare (©RAFVG)

Su questo ampio margine di transizione oggi si estendono le ordinate campagne della bonifica, e l’occhio, ovunque vaghi, finisce sempre per incontrare la barriera arginale e, dietro di essa, i fitti canneti che ricoprono le barene. Così che oggi, la laguna di Marano sembra nascondersi: sono pochi i punti in cui è possibile entrare in contatto diretto con essa, neanche dalla stessa Marano, incastonata com’è tra isole e barene. E tuttavia, la sensazione di esserle sempre più prossimi, che essa si trovi lì, giusto dietro a quel filtro di canneti o a quel terrapieno, la consapevolezza che al di là si estenda qualcosa di immenso e inafferrabile, ti accompagna con un’intensità crescente, mano a mano che le ti avvicini.

“Arrivando a Marano, la laguna non si vede: si annusa, la sua presenza si sente”

Le voci della comunità

Questa situazione non ha affievolito il ricordo di questa laguna vasta, anzi: l’ha semmai trasposto in una “laguna immaginaria”, che ancora si estende tutto attorno al margine lagunare. Parlare di essa è come parlare di una “seconda laguna”, la quale non si lascia contenere dalle delimitazioni fisiche erette dalle bonifiche; è un concetto poroso, che non avverte la presenza di un confine “forte” a separala dal suo territorio. Forse proprio la perdita dell’antico rapporto diretto con la laguna accresce oggi il desiderio delle comunità locali di riconquistare una connessione nautica con essa, attraverso quei fiumi e quelle rogge che sono ancora la principale forza generatrice della laguna stessa. Certo questa tendenza non è priva di contrasti con la tradizione secolare degli usi civici maranesi: d’altro canto si fa strada la consapevolezza che la tutela di questo fragile ecosistema non possa più essere perseguita solo dal suo interno, e che debba cominciare più a monte, chiamando in causa tutte le comunità che a vario titolo interagiscono con esso. E così, tra queste due lagune, quella della realtà fisica, biologica, normativa e identitaria, e l’idea immaginaria di essa, si crea un dialogo complesso, che cerca di trovare una nuova misura adeguata alle sfide del presente, eppure memore e rispettosa del portato antico di questo ambiente eccezionale, reso ancor più unico dalla sua profonda simbiosi con l’uomo.

CAMPAGNE E BONIFICHE

Un sottile filo rosso lega l’evoluzione delle campagne nella Bassa Friulana, un filo che inizia in un passato che pareva eterno, e che stringeva queste terre tra due immense distese di acque. Oggi tutti hanno negli occhi la vastità della Laguna di Marano, giunta quasi integra ai giorni nostri: ma tra quanti vengono da fuori, forse pochi sanno di quelle altre, vaste distese d’acque, che per tempi immemori cingevano a nord questo territorio, e che ancora nel 1926 la carta fitogeografica di Domenico Feruglio mostravano in tutta la loro estensione. Erano tempi duri, dove inondazioni, paludi malariche, scarsa fertilità dei terreni e povertà endemica segnavano la quotidianità delle popolazioni locali, una condizione dalla quale ci si è liberati solo di recente, grazie a un faticoso processo di bonifica che ha cambiato per sempre i paesaggi e la vita di questo territorio.

Schema di assetto territoriale della Bassa Pianura Friulana (D. Feruglio, 1926; elaborazione: Atlante dei Luoghi).

Occorre avvolgere indietro questo filo, per addentrarsi nel sottofondo degli stati d’animo che accompagnano oggi i luoghi della campagna bonificata. Proprio lì dove il cambio di pendio tra la Alta e la Bassa pianura friulana porta a una diversa caratterizzazione geologica, e le ghiaie cedono il passo agli strati argillosi, nasce la “fascia delle risorgive”. In questa zona lo sgorgare spontaneo delle acque aveva dato origine a un vasto sistema di aree umide interne; a differenza di altre aree del Friuli, infatti, in cui le risorgive hanno un carattere più puntuale, e formano corsi d’acqua ben delineati, qui il fenomeno dava invece origine a un paesaggio fatto di stagni, paludi e torbiere, con una miriade di olle, fontanili, rii e rogge dal flusso spesso lento e tortuoso. 

“In questa zona di risorgiva, l’acqua ristagna; si sono formate torbiere, praterie aride, boschi idrofili e ripariali, ambienti ricchi di endemismi; la freschezza dell’acqua, inoltre, ha tenuto in vita relitti glaciali.”

Ma l’elemento che forse più di tutti ha contribuito a plasmare questa porzione di territorio è la presenza del fiume Cormôr, l’unico di origine morenica tra quelli che sfociano in Laguna, e per questo, caratterizzato da un regime idraulico assai diverso dagli altri corsi d’acqua di risorgiva; il fiume veniva infatti apostrofato dagli abitanti del posto come “Cormôr salvadi”, il Cormôr selvaggio. La forza del torrente fu tale da spingere a valle nel tempo grandi quantità di detriti, fino al limitare della pianura più bassa, dove il cambio di pendenza ne favorì l’accumulo. Il torrente finì così per generare da sé uno sbarramento insormontabile: tanto che, giunto presso Sant’Andrat, poco sotto Castions di Strada, l’alveo del fiume si perdeva, e spandeva le sue acque in quella che divenne nota come “la palude di Mortegliano”. Questa palude in tempo di piena si estendeva per oltre 10.000 ettari, sommergendo ampie estensioni di coltivi, e dava origine una fitta rete di rogge e canali, i quali ancora oggi segnano il paesaggio della Bassa: la Velicogna, la Cornariola, la Revonchio (oggi Turgnano/Muzzanella), la Corgnolizza, la Zellina. Tutte queste rogge, a loro volta, risentivano delle grandi piene del Cormôr, e periodicamente tracimavano, allagando campi e paesi.

Sul versante opposto, quello del mare, anche le acque lagunari reclamavano i propri diritti sulle terre della Bassa: tutta l’ampia fascia che avvolge la Laguna è infatti posta ad un livello inferiore a quello del medio mare, e così ad ogni ciclo di marea veniva invasa dalle acque per centinaia di metri, le quali lasciavano sul terreno vaste aree paludose. Se infatti già in passato erano stati realizzati canali per favorire il deflusso delle acque superficiali verso il mare, la particolare situazione orografica di questa zona ne permetteva lo scolo soltanto durante le basse maree, mentre con le maree alte si verificava il fenomeno opposto, ovvero la risalita delle acque lagunari verso l’interno; la quale, in assenza di arginature lungo i canali medesimi, poteva essere fermata solo chiudendo lo sbocco dei canali, operazione che richiedeva tecniche e investimenti fuori dalla portata delle popolazioni locali.

Casale del Molo (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia); era chiamato così perché il terreno circostante era paludoso, e la strada per arrivarci sempre piena di fango. Si racconta che negli anni cinquanta, le persone che la domenica andavano a messa calzavano gli zoccoli portando le scarpe in mano; arrivati all’incrocio di Paradiso lasciavano gli zoccoli sporchi di fango, e si mettevano le scarpe pulite per entrare in chiesa.

La mappa del Feruglio divideva questo territorio in tre fasce dalla superficie equivalente: una zona superiore, caratterizzata dal fenomeno della risorgenza, e quasi totalmente impaludata; una zona intermedia, dove si trovano prati asciutti e vaste aree boschive; e infine una zona inferiore, costituita in larga parte dalle paludi salmastre. Ancora oggi molti toponimi ricordano questo passato: come “il casale del Molo”, nome che apparirebbe più appropriato per una località marinara che non per un villaggio agricolo nell’entroterra; o “via delle paludi”, i cui cartelli punteggiano oggi le ricche campagne coltivate a vite, mais e frumento. In un contesto naturale tanto difficile, le popolazioni locali si sono ritagliate a fatica un proprio spazio vitale, sfruttando ogni dislivello propizio a salvarli dalle esondazioni dove realizzare paesi, tracciare strade, o arare i campi, e ricavando dagli ambienti paludosi tutte le risorse che questi potevano offrire; certo si trattava di economie minime, legate al taglio delle canne, alla presenza di selvaggina, rane e poco pesce. Svolgendo lo stesso filo, tuttavia, compaiono anche altri toponimi, come “Paradiso”, che raccontano di un altro volto della stessa storia; un volto che ci parla anche della grande bellezza e della biodiversità che gli elementi naturali avevano saputo donare a queste terre, delle rogge serpeggianti tra verdi meandri, e delle polle d’acqua limpidissima, tra le quali trovava il proprio habitat, fino a tempi recenti, anche la lontra.  

Le voci della comunità

Il filo rosso sembra avvolgersi nella memoria di un popolo che ha visto con grande favore le trasformazioni volte a migliorare le loro condizioni di vita, ma dall’altro lato, ripensa con rispetto e in parte anche rimpianto alla bellezza perduta di una terra incontaminata e stretta nell’abbraccio della natura. Le zone umide sono state prosciugate, i boschi sono stati abbattuti, le acque libere sono state incanalate, le rogge rettificate e arginate, persino il margine lagunare, un tempo libero di espandersi e ritirarsi con le maree, è stato completamente arginato, e quindici impianti idrovori sorvegliano continuamente questi delicati equilibri idraulici. 

“Il tecnico delle idrovore viene ogni giorno, adesso stanno cambiando le turbine; il tecnico mi racconta di come funzionavano in passato, a gasolio, si sentivano fino in paese le accensioni di questi motori; hanno tutti un bel ricordo di queste strutture, che sono servite per svilupparci”.

Non tutto il territorio, però, è stato trasformato in modo così pesante: nella fascia delle risorgive ancora permangono numerosi lacerti di quello che doveva essere il paesaggio dominante di un tempo, oggi in gran parte protetti come Biotopi e Siti di Interesse Comunitario; assommano ad appena 200 ettari in tutto, frammentati in areali spesso lontani l’uno dall’altro, ma che insieme formano una catena di spazi naturali ancora intatti, che consentono ad un attento osservatore di immergersi in quel passato incontaminato. 

Da sempre gli uomini hanno cercato di allargare il proprio spazio vitale dentro a questo contesto, facendo affidamento sulle forze che hanno avuto a disposizione nelle diverse epoche. I Romani furono certamente i primi a mettere in campo interventi di controllo idraulico su vasta scala, come testimoniano le ampie tracce di centuriazione ancora leggibili, probabilmente legate al più ampio processo di sviluppo dell’agro Aquileiese. Con la caduta della grande città, di queste opere idrauliche si è persa qualunque traccia, spazzate via dal tempo e dal rivolgersi degli eventi. 

I primi interventi di bonifica in epoca moderna risalgono a metà del ‘500, a Fraforeano, e verso la fine del ‘600 la famiglia Caratti avviò opere di bonifica nell’area di Paradiso, che portarono alla costruzione dell’attuale paese e della sua chiesa, e inaugurarono un periodo di innovazione e sperimentazione agraria destinato a durare fino alla metà del secolo scorso.

Antico borgo di Paradiso. L’incontro tra le splendide montagne friulane, in questo caso il monte Canin, e la zona delle risorgive: un antico legame d’acqua (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia).

La storia evidenzia come la possibilità di migliorare la resa agricola del territorio fosse strettamente legata alla disponibilità di capitali. Caso emblematico furono i lavori di bonifica attuati a Precenicco verso fine del Settecento dal conte Faraone Cassis, il quale avviò l’arginatura dello Stella, contenne le maree lagunari, tagliò boschi e creò un efficace sistema di canali, interventi che accrebbero significativamente la produttività agricola della contea. Simbolo di questo successo fu la costruzione del Canevon a Precenicco, un grande edificio destinato alla raccolta dei prodotti agricoli locali, e al loro successivo trasporto lungo lo Stella, in direzione di Trieste.

Le voci della comunità

Ma è solo alla fine degli anni ’20 del Novecento che si entra nell’epoca moderna delle bonifiche; è proprio in quel periodo che vennero innalzati gli argini tutt’intorno la laguna, risalendo ben all’interno lungo i fiumi, nei quali le maree lagunari risalendo, finivano per esondare nelle campagne dell’interno; si procedette quindi al prosciugamento delle paludi, al livellamento ed appoderamento dei terreni, allo scavo dei canali di scolo e alla costruzione delle grandi idrovore (Lama, Fraida e Planais) che da allora sorvegliano i delicati equilibri idraulici dell’opera, e che ancora oggi costituiscono importanti landmarks territoriali, nonché parte del patrimonio culturale condiviso.

Questo slancio venne interrotto dalla guerra, senza aver risolto le criticità legate al fiume Cormôr. I progetti, già pronti, non vennero più ripresi, finché nel 1950 la miseria spinse i braccianti locali a intraprendere un’azione clamorosa, nota come “le lotte del Cormôr”; vennero definite come “uno sciopero al contrario”, in quanto i partecipanti lavorarono volontariamente per realizzare, a forza di braccia e carriola, il grande progetto di escavazione e arginatura del fiume, dal quale si attendevano notevoli benefici: 54.000 quintali all’anno in più di frumento, 80.000 di granoturco, 240.000 quintali di foraggio, in grado di sfamare 9.000 capi di bestiame, che avrebbero consentito di dare cibo e lavoro al sottoproletariato locale (i sotàns). 

I badilanti e i carriolanti che a centinaia, spesso a migliaia,  presero con le proprie mani a scavare il canale del Cormôr questo chiedevano: di poter essere assunti regolarmente, nell’ottica di una ripresa degli investimenti sul territorio. Gli esiti delle lotte non furono però quelli attesi: lo sciopero venne fermato con la forza, dando luogo a un periodo di violente repressioni in cui i braccianti, sostenuti dalla popolazione locale, cercarono riparo dai blitz della Celere nascondendosi persino nei boschi, per poi riprendere il lavoro non appena fosse possibile. E quando infine il governo si decise a finanziare l’opera, investì su moderni mezzi meccanizzati, invece che sul lavoro dei braccianti; i quali, rimasti senza lavoro, furono costretti in gran parte a emigrare. Tuttavia, questa esperienza di lotta, innovativa e pacifica, ha lasciato una traccia indelebile nella cultura locale, come testimoniano le opere d’arte e le canzoni ad essa dedicate.

Assemblea di braccianti sul Cormôr (Giuseppe Zigaina, 1952)

Raccolta di canzoni popolari sulle Lotte del Cormôr

Gli interventi del ‘900  stravolsero assetti socio-economici locali rimasti sostanzialmente immutati per millenni. Le zone bonificate vennero subito trasformate in aree agricole produttive, secondo quel principio di “bonifica integrale” che doveva dare risposte concrete alla fame di terreni, cibo e lavoro della popolazione. La Bassa friulana, da terra di emigrazione qual era sempre stata, richiamò braccianti, coloni e mezzadri da altre zone d’Italia, e dovunque sui terreni bonificati si costruirono casali agricoli per centinaia di famiglie, che si insediarono là dove prima erano solo paludi e acquitrini. 

Fu un fiorire della civiltà contadina fatta di solidarietà, collaborazione e cura per il territorio, di cui gli anziani vanno ancora fieri, e che ricordano con nostalgia. I progressi della meccanizzazione che in poco tempo avevano consentito queste trasformazioni radicali dell’ambiente, portarono presto con sé anche l’industrializzazione agraria, che a sua volta portò all’inurbamento delle popolazioni rurale; e su quelle terre è sceso nuovamente il silenzio. Oggi le campagne della bonifica si mostrano con le loro geometrie precise, solcate da larghe strade bianche che si perdono nella profondità dello spazio, punteggiate dai casali abbandonati pieni ancora delle voci e delle memorie di questo processo storico.

“Chi ha cinquant’anni ha visto con i suoi occhi i nonni con la falce fare gli scambi di lavoro, portare fuori e dentro da una palude, là dove servono braccia. Chi è nato nel Duemila queste cose non le sa”.

Le voci della comunità

Il sottile filo rosso che abbiamo seguito sinora non si arresta, continua a svolgersi; oggi che la quiete favorisce la riflessione sugli eventi, prende forma lentamente la consapevolezza che tutto questo cambiamento è riuscito a mantenere una forma di equilibrio. La campagna bonificata è ancora, in gran parte, una campagna variegata: i fiumi multiformi con le loro golene verdeggianti, i boschi e le arginature che increspano la pianura in ogni direzione, animandola con la loro vegetazione riparia, articolano un territorio capace ancora di grande bellezza. Tra gli argini delle rogge, inoltre, ancora s’accendono sprazzi di una natura che, in un tono minore, continua a vivere, e a regalare momenti di incanto fuori dal tempo.

“Nella campagne della nostra Bassa c’è ancora armonia; il paesaggio passa dai boschi alle vegetazioni riparie ai campi…  non c’è un salto forte: la mano dell’uomo c’è, ma non è così pesante.”

Ciò che più si lamenta è piuttosto lo smarrimento di quella quotidianità con la terra e i suoi luoghi, che solo la cultura contadina riusciva a generare; con l’inurbamento delle popolazioni rurali, con l’accorpamento dei poderi, con la chiusura degli sgiàvinis che in passato permettevano di passare agevolmente anche in bici tra campi e coltivi, si è persa anche la porosità della campagna che era alla base della sua famigliarità. Ma quello che più conta è forse la consapevolezza, ancora assai viva, che il grande patrimonio ambientale ereditato dal passato può ancora incidere sul futuro, un futuro ancora tutto da scrivere, così come il presente altro non è che il futuro scritto dalle generazioni passate che lo hanno costruito con un immenso sforzo collettivo. Ed è un futuro che guarda verso due direzioni: riportare le persone, soprattutto i giovani, a riscoprire un nuovo rapporto con la campagna e i suoi contesti naturali; e immaginare che la campagna stessa possa evolvere verso una maggiore sintonia con i nuovi bisogni avvertiti come primari dalla popolazione di oggi. Sconfitta la fame e la malaria, nuove esigenze si affacciano, radicate in una sensibilità che vede l’ambiente non più solo come una risorsa materiale da aggiogare alle leggi della produzione, ma come un giacimento di senso, benessere e valori che devono far parte integrante dell’ecosistema vitale di una comunità. Progetti di rinaturalizzazione sono in corso, come le torbiere tra Porpetto e Gonars, su cui dopo pochi anni già si osserva un recupero di flora e fauna.

“Ci si è accorti che si stava perdendo un grande patrimonio ambientale, ma ora c’è una nuova sensibilità, c’è un desiderio di riscoperta, una voglia di nuove prospettive”

Sono molti i percorsi che le associazioni e le istituzioni del territorio stanno portando avanti, verso una riappropriazione del territorio e dei suoi luoghi: sono percorsi educativi, ricreativi, culturali, che tentano di disegnare una direzione di sviluppo sostenibile inteso soprattutto come progresso umano e sociale. Una direzione capace di tramandare quell’identità sottile che il filo rosso del nostro racconto ha cercato lentamente di tessere, e che lo scrittore Sergio Maldini ha cercato di esprimere con queste parole: “Nella Bassa ci sono più cieli e pianure che persone, i giorni trascorrono poveri di imprevisti, il silenzio del Nord-Est è un silenzio speciale, senza i piccoli crepitii e interruzioni degli altri silenzi europei. La nostra pace non ammette deroghe. Siamo tagliati fuori dal mondo, viviamo fra il sonno e una misteriosa felicità”.

 

ALLA RICERCA DI UNA STORIA

“C’è un filo conduttore che ci unisce: sono le acque di risorgiva, i fiumi; è importante conoscere la storia, come sono nate e si sono evolute questi sistemi; la conoscenza è quello che genera un risveglio di coscienza: sapere dove viviamo, cosa facciamo, perché il territorio ha vissuto queste situazioni”.

La storia di questa terra è la storia del rapporto tra le sue genti e le sue acque. Acque che sgorgano all’improvviso tra le campagne, che si riuniscono in rogge scintillanti e fresche, acque che indugiano e si spandono là dove i terreni non riescono a smaltire la loro abbondanza; acque che si radunano in possenti fiumi che spesso esondano, trasformando continuamente il mondo conosciuto in un mondo diverso; acque che contendono al mare le sue rive, in una tenzone millenaria che ha trovato un fragile, stazionario equilibrio nella grande e placida Laguna. È una storia della quale non vi è forse ancora piena consapevolezza da parte degli abitanti, e che dunque vale la pena di raccogliere, alla ricerca di un passato che possa costituire non solo un pensiero comune per questo territorio, ma soprattutto un punto di partenza per poter immaginare il suo futuro.

Oggi è quasi impossibile immaginare che, in epoca Romana, tutte le terre della Bassa friulana erano fortemente antropizzate e infrastrutturate, a seguito dello sviluppo di Aquileia e alla realizzazione dell’agro aquileiese tutt’intorno alla grande città. Anche in questo territorio le tracce della centuriazione sono state ritrovate in molti punti, anche se con una certa discontinuità forse dovuta alla prevalenza degli elementi naturali; sono state ritrovate anche dove fino a poco tempo fa si estendevano i boschi, come accanto al bosco di Muzzana: segno che in epoca Romana l’estensione delle selve doveva essere già molto ridotta. All’epoca era un territorio a vocazione altamente produttiva, apprezzato per la qualità della sua argilla; erano infatti sorte numerosi fornaci per la produzione di ceramiche, la più importante delle quali fu ritrovata lungo il fiume Zellina, durante la costruzione degli argini negli anni ’60. Questo sito è strettamente legato al bosco Bulderatis, ancora oggi traforato da decine di pozze e stagni, frutto delle antiche escavazioni romane di terre – quando evidentemente il bosco non esisteva come lo vediamo oggi.

Evoluzione della linea di costa e della laguna di Marano dal 3.000 a.C. fino a 500 anni fa (©Museo Archeologico di Marano).

Questo antico passato si incontra così, a volte quasi per caso: così si racconta di quel barcaiolo dello Stella, che manovrando sul fiume urtò all’improvviso un cippo miliario lungo la via Annia rimasto nascosto per millenni, e grazie a ciò venne poi riscoperto anche ciò che resta del ponte Romano di Palazzolo, sommerso dal fiume. O come succede spesso nella laguna, dove lungo le barene o le isole litoranee può capitare di imbattersi in reperti di epoca Romana portati alla luce dalle basse maree o le mareggiate – come pezzi di mattoni, di anfore o embrici, ma anche mosaici e frammenti di marmo: e se ne trovate, per favore, lasciateli lì dove sono!! Sì perché la laguna, in epoca Romana, esisteva già: esisteva sin dalla fine delle glaciazioni, e prese la sua fisionomia attuale circa 7.000 anni fa, un po’ più piccola di quella attuale, e poi crebbe progressivamente, complici la subsidenza e l’ingressione marina. Sta di fatto che i toponimi romani in laguna sono ovunque: essi ci parlano di isole abitate, di ville opulente, monumenti funebri, manifatture, magazzini, porti e approdi attraverso cui si snodavano ricchi commerci proiettati verso tutto il Mediterraneo. Con la caduta di Aquileia prima e dell’impero poi, questo quadro si dissolse. Le acque si ripresero lo spazio che era stato loro tolto con le opere idrauliche dei Romani: i boschi si espansero sopra l’agro coltivato, la laguna si allargò sopra le isole e le ville, le terre basse si impaludarono. 

“Non pochi dei toponimi lagunari vantano un’origine romana, rimarcata dai reperti archeologici che di tanto in tanto riemergono dagli arenili. Tutti i ritrovamenti sono depositati nel museo archeologico di Marano, un museo interessantissimo che racconta tutta la storia del territorio”.

All’alba del principato patriarcale e delle crociate, il territorio si scoprì crocevia di due importanti assi di comunicazione: uno nord-sud, che dal Tarvisio e dai valichi alpini settentrionali lo collegava  con l’Austria e il mondo germanico, e uno est-ovest, che lo connetteva ai valichi alpini orientali verso la Slovenia, e dunque, al mondo slavo. Entrambi gli assi convergevano su Latisana, il cui porto sul Tagliamento acquisì, proprio a partire da quel periodo, una crescente importanza nel quadrante nord Adriatico. Segno di questa centralità era la presenza di due presidi di rango internazionale: l’ospitale Teutonico costruito a Precenicco per accogliere le genti di origine germanica nei loro viaggi verso la Terrasanta, e l’ospedale-ospizio di Ronchis, gestito dall’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, destinato invece ad accogliere genti latine.

A sinistra: ripartizione tra possedimenti Veneziani e Asburgici in terra Friulana secondo gli accordi di Worms del 1521 (Archivio di Stato di Venezia); a destra: situazione alla fine del XVIII secolo (da Bertolini e Rinaldi, 1913; elaborazione: Atlante dei Luoghi)

Gli accordi di Worms del 1521 tra Austria e Venezia, subentrate ai patriarchi di Aquileia nel controllo del territorio, lo suddivisero in un mosaico di possedimenti che al mosaico di terre e acque, quale si era venuto a creare, aggiunse una persistente frammentazione politica; questa situazione durò per quasi tre secoli, nei quali lo status quo del territorio venne per così dire congelato. Tanto più che l’interesse principale di Venezia per l’entroterra era soprattutto legato allo sfruttamento dei boschi planiziali, i cui legnami venivano portati all’Arsenale servendosi degli approdi fluviali presenti nel territorio – come a Latisana, ma anche sui fiumi Turgnano e Muzzanella.

«A Precenicco c’erano gli Imperiali, a Palazzolo c’erano i Veneti: come risultato, sullo Stella non si poteva praticamente navigare, perchè c’era il rischio che ci fossero degli scontri, anche cruenti».

Ma in nessun punto della Bassa ancora oggi si respira la presenza di Venezia come a Marano. Si fatica a vedere, in realtà, il leone di San Marco, a Marano: lo troverete in una nicchia della torre, sul lato che guarda a est; ma lo troverete anche nelle recenti vetrate della chiesa parrocchiale, nelle quali la popolazione volle innalzare quest’ultimo omaggio a tale ascendenza storica. Ma dove più questa appartenenza si sente non è tanto nei simboli, e neanche forse nella salsedine o nei ritocchi sordi del campanile, che se chiudi gli occhi ti fanno sentire a Punta della Dogana: è nella parlata di ceppo venetico, per i Maranesi parente stretto del Veneziano autentico. Se è ben nota la conseguenza di questa frammentazione politica nella costruzione, da parte della Serenissima, della città-fortezza di Palmanova, meno nota è la contromossa giocata dagli austriaci, di erigere proprio di fronte a Marano il forte di Maranutto, che impediva di fatto il collegamento della città lagunare con l’entroterra. Tanto efficace fu questa mossa, che i Provveditori veneziani furono spinti, non senza esitazioni, ad aprire proprio a ridosso del margine lagunare un nuovo percorso che da Marano arrivava fino a Muzzana, dove i Maranesi potevano finalmente tenere commercio, noto come “strada Levada”, o “delle due Fortezze”, in quanto da Marano consentiva di raggiungere Palmanova rimanendo sempre in territorio veneziano.

Dentro questa cornice, lentamente, vennero a maturare le condizioni per un primo riequilibrio nei rapporti tra l’uomo e questo ambiente: fu un lento processo, spesso associato a signorie locali che intrapresero le prime bonifiche dei terreni acquitrinosi o esondabili, e vi condussero vaste sperimentazioni agricole o zootecniche. Le loro splendide ville, disseminate per il territorio, testimoniano del successo di queste imprese.

Le voci della comunità

Il borgo di Paradiso, costruito a partire dal Seicento dai conti Caratti, fu l’epicentro di queste dinamiche nella zona a sud della palude di Mortegliano: la realizzazione degli argini lungo la roggia Levada Grande resero disponibili ampie estensioni di terreno, su cui si sviluppò una fertile economia rurale. La storia di Paradiso toccò il suo apice con il Conte Andrea Caratti, grande sperimentatore e cultore di agronomia, bonifiche e riordino del territorio; a quel tempo l’azienda di Paradiso veniva regolarmente visitata dagli studiosi dell’epoca, e il parco Ottocentesco che adornava la villa padronale veniva descritto, ancora nel 1958, come uno dei più vasti e pregiati di tutto il Friuli. 

Anche il tenimento di Fraforeano, lungo il Tagliamento, divenne tra Settecento e Ottocento un importante centro di innovazione agraria, con oltre 600 ettari coltivati a riso e un vasto patrimonio zootecnico; per via della amenità del suo paesaggio agrario era detto “il giardino della Bassa Friulana”, impreziosito dalla Settecentesca villa Kechler in cui a più riprese soggiornò anche Ernest Hemingway. 

Altro epicentro di questa fase storica fu Precenicco, il cui feudo venne bonificato quasi per intero dal Conte Faraone Cassis alla fine del Settecento, grazie alla realizzazione di ambiziose opere idrauliche che lo resero un’azienda agricola vasta e moderna. Il paese venne allora dotato di un grande granaio, detto il Canevon, costruito sul sito del precedente ospedale Teutonico, e persino di un porto per l’attracco delle navi da carico sullo Stella. Venne anche realizzata una splendida villa, oggi purtroppo non più esistente, nota con il nome di villa Hierschel, che per tutto l’Ottocento fu tra i principali salotti e centri di cultura della Bassa. Canevon, Villa e Porto vennero a formare quasi un’unità spaziale e simbolica: fu così che Precenicco, sino ad allora paese satellite di Palazzolo, acquisì una sua autonomia, e una nuova identità tutta concentrata nella vita sul fiume.

Sempre nel Settecento le zone paludose che avvolgevano Marano, che già in epoca Romana erano state trasformate in saline, vennero trasformate, questa volta in valli da pesca, creando così un paesaggio produttivo ibrido, dove alle attività di piscicoltura e pesca nelle valli era associata la coltivazione di piante da frutto, anche di vigneti, lungo le spine di terra che le contornavano.

A sinistra: carta dei consorzi di bonifica costituiti negli anni ’20 (©Cantîrs); a destra: Lavori in corso nel canale trasversale inferiore orientale (©Associazione culturale “La Bassa”)

Fu però solo con il Novecento e le sue straordinarie potenzialità tecnologiche che il rapporto tra uomo e acque subì una svolta radicale.  A partire dagli anni Venti, per la prima volta il territorio fu oggetto di un progetto unitario di bonifiche su vasta scala; sono gli anni del “prefetto di ferro” Mori, durante i quali vennero creati quei consorzi di bonifica che permisero di intervenire sistematicamente in tutta la fascia perilagunare, come parte di una più ampia impresa allargata a tutta la Bassa friulana. Gli interventi previsti sulla palude di Mortegliano, invece, vennero rinviati a causa della guerra, e ripresero solo grazie a quello straordinario momento di cooperazione e movimentazione collettiva passato alla storia come le Lotte del Cormôr.

Queste lotte costituiscono forse l’episodio più emblematico di questa fase storica: un episodio che affondava le proprie motivazioni nel disperato bisogno di lavoro di una popolazione locale uscita stremata dalla guerra. Tuttavia il governo De Gasperi reagì duramente alla protesta, che venne repressa per mano del commissario Gallo; e quando decise di realizzare l’opera, lo fece non grazie a massicce assunzioni di manodopera locale, ma ricorrendo a un processo spinto di meccanizzazione che richiese appena 250 addetti, a fronte dei 2.000 posti di lavoro richiesti dal movimento.

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La facilità e la rapidità con cui le macchine consentivano l’escavazione, il drenaggio e il trasporto delle terre rese possibile, nel volgere di pochi anni, non solo il completamento del canale Cormôr, ma la bonifica dell’intera palude di Mortegliano, con la stesura di una rete capillare di canali, la sistemazione delle rogge, molte delle quali furono ridotte a canali arginati, e la sigillatura delle polle di risorgiva. Fu una trasformazione del territorio rapida e drammatica, che non si limitò alla morfologia: di lì a breve lo stesso processo di meccanizzazione avrebbe investito anche le pratiche agricole tradizionali, portando a una vera e propria rivoluzione agraria che in poco tempo rese inutile la permanenza sul campo di una vasta manodopera. I tanti casali oggi in rovina sparsi per le campagne della bonifica sono forse oggi l’immagine più emblematica di quel periodo.

 “L’avvento delle attrezzature meccaniche rese obsoleto il lavoro dei buoi: non servivano più le famiglie numerose per coltivare i campi; i casali agricoli sono oggi i testimoni di un tempo che non ritornerà più”.

A sinistra: casale agricolo abbandonato nelle bonifiche di Palazzolo; a destra: uno degli ultimi casali ancora insediati (©Atlante dei Luoghi).

L’alba del nuovo millennio vede dunque un territorio in transizione: un territorio che ha attraversato una storia recente forse troppo rapida e fugace, rispetto alla continuità dei secoli precedenti. Come un’onda di marea improvvisa, questa storia sembra ora essersi ritirata: cosa lascia sul campo? Lo spaccato storico appena descritto evidenzia un retroterra sociale e culturale di grande spessore, che pur sapendosi adattare alle mutate condizioni del tempo, non ha perduto il suo radicamento antico. Tra i sedimenti recenti torna così ad affiorare un patrimonio di valori, predisposizioni e relazioni con il proprio contesto che pur tra mille difficoltà e le incertezze che oggi caratterizzano il pensiero del futuro, mostrano ancora una notevole vitalità. Vivere questo territorio significa soprattutto vivere i suoi luoghi: e solo in pochi casi questi mostrano un carattere urbano. In quasi tutti i paesi della Bassa, i luoghi della vita sono luoghi aperti e naturali, che svolgono un ruolo quasi di spazio pubblico, di distensione, relax, azione e socializzazione; è certamente così per i boschi di Muzzana, vera piazza del paese, ma è vero anche per altre realtà, come Latisana, dove il percorso lungo l’argine o il parco che lo sfiora sono più vissuti della piazza del paese; ed è in parte vero anche per Marano, dove la sua piazza e la sua via centrale sono luoghi di incontro di una comunità la cui vita è protesa e ramificata nella laguna. Ma è così anche a Precenicco, dove la piazza altro non è che un porto sul fiume, o a Palazzolo, che una vera e propria piazza non ce l’ha, e vive tra il suo campanile e le anse dello Stella, arrivando ad afferrare il bosco Brussa attraverso la placida Piancada, distesa lungo il fiume.

Dove sono, dunque, i tuoi paesi? Non sono nell’immagine della loro dimensione fisica, non si esauriscono in essa. Ci è stato raccontato, ad esempio, come la stessa Precenicco si estenda verso i campi, fino alla Madonna di Titiano: e da lì si può proseguire oltre, verso la foce dello Stella. Lo stesso raccontano di San Giorgio, dove gli abitanti sentono l’alveo della Corgnolizza, le campagne della Malisana e la foce del Corno come parte integrante del proprio ecosistema vitale; tale è il Torsa per gli abitanti del paese, o di nuovo il fiume Stella per Pocenia; così è la via bassa per Porpetto, i laghi di Castello, i campi coltivati, le valli e lo Zellina per Carlino; e così è forse anche per Ronchis, la cui anima è quasi tagliata in due dall’argine del Tagliamento, divisa tra campagna e la golena, o per Lignano, con le sue lunghe piazze di sabbia dorata.

Le voci della comunità

Ci sono luoghi di vita impensabili, in queste terre: spazi verdi che passandoci accanto in macchina un viaggiatore non noterebbe, campi sportivi che sembrano tutti uguali, ma che invece si popolano di feste, sagre e gare anche di livello internazionale lungo l’arco dell’anno, segno di una cultura dello stare insieme che è allo stesso tempo un cantare la propria terra, antica e sempre attuale; sono questi luoghi “effimeri”, che vivono lo spazio di pochi giorni, ma che coinvolgono le comunità in un percorso di preparazione ben più lungo, e le accompagnano ben oltre il loro concludersi.

Ci sono poi, ancora ben vitali, i luoghi legati alla sfera sacra, quei campanili con le loro chiese, parrocchie e oratori che ancora oggi svolgono una importante funzione a livello sia di aggregazione, ma anche a livello simbolico. È persino commovente vedere come chiesette edificate in aperta campagna, in luoghi oramai abbandonati, siano ancora ben tenute e oggetto di particolare devozione, come quelle di Rivalta e Roveredo per Pocenia, o l’ancona di Santa Sabide a Ronchis, forse legata all’antico ospedale dei Cavalieri di San Giovanni, o “le sei chiese” di Carlino, o la Madonna di Titiano per Precenicco; fino a quella di Sant’Antonio sul fiume Turgnano, purtroppo oggi in stato di abbandono. Non sono solo i luoghi di culto a raccontare della vitalità e della capillarità della sfera sacra: gli abitanti raccontano con orgoglio ed entusiasmo di processioni suggestive, che da Precenicco a Marano suggellano un tale rapporto indissolubile tra l’uomo e l’elemento acqueo.

“La Triennale è la festa più bella di Marano. Si parte con la Madonna in processione dalla chiesa vecchia, attraverso il paese tutto addobbato; poi il corteo prosegue per mare, sotto sera: c’è tantissima gente, e si fanno anche i fuochi d’artificio!”

Sotto i sedimenti del recente passato, le antiche radici gemmano e intrecciano trame sottili come trasparenti fili di ragno, formando reti invisibili che lentamente si fanno spazio in questo nuovo ambiente allargato messo a disposizione dell’uomo dall’uomo. Riemerge soprattutto, dopo gli anni dell’agricoltura industrializzata che ancora domina le pianure italiane, l’antica vocazione storica all’innovazione di questo territorio; sono numerose infatti le aziende che hanno scelto la vocazione agrituristica o quella biologica, nelle terre della bonifica, anche supportate da investimenti di agenzie pubbliche, come nel caso della Tenuta Marianis di Palazzolo, rilevata dalla regione Friuli Venezia Giulia che qui ha attivato una stalla sperimentale per il recupero dell’antica razza della pezzata rossa friulana; o come i rimboschimenti mirati effettuati a Villabruna di Carlino, che insieme ad altri interventi sui suoli limo-argillosi tipici di questa zona, hanno consentito di ricostruire nel tempo un ecosistema naturale capace di sostenere una produttività biologica elevata. Analoga scelta è stata fatta per quella parte di terreno agricolo soggetto ad uso civico, derivante dall’esbosco della porzione meridionale della Selva degli Arvonchi, dove il Comune ha recentemente avviato una coltivazione di grano biologico, all’interno di un progetto ad alto valore sociale; anche in questo caso è stato portato a termine con successo un importante intervento di rimboschimento, ben riconoscibile nel dente che si protende oggi a sud della Selva. Questi casi parlano di un processo di trasformazioni più lento, se vogliamo meno sensibile, ma che nel lungo periodo può dar vita a un vero e proprio progetto di paesaggio inteso come progetto condiviso di un ecosistema integrato a livello sociale, economico, ambientale e culturale, a disposizione delle comunità locali.

Il territorio deve diventare paesaggio: il paesaggio è la capacità culturale che si ha di aggiungere su un territorio, in primis per i suoi abitanti.

“C’è un filo conduttore che ci unisce: sono le acque di risorgiva, i fiumi. È importante conoscere la storia, come sono nate e si sono evolute questi sistemi; la conoscenza è quello che genera un risveglio di coscienza: sapere dove viviamo, cosa facciamo, perché il territorio ha vissuto queste situazioni.” Questa storia ci ha accompagnato fino a qui, all’oggi, alle soglie del futuro prossimo; ed è forse il territorio inteso come luogo esso stesso, come spazio unificante della molteplicità delle storie che vi dimorano, l’ultimo quadro di questa nostra breve esposizione, l’affaccio a questo futuro prossimo. È un territorio che parla di una comunità ricca di diversità ed esperienze caratterizzanti, forse in buona parte dovute al sistema di vincoli e barriere storiche che hanno agito nei secoli su questi spazi e le sue genti. Ed è una comunità che appena ha avuto modo di liberarsi da questi condizionamenti, si è ritrovata ad affrontare nuovi vincoli e nuovi condizionamenti, imposti da un futuro forse a lungo solo immaginato, e scaraventato poi nella realtà con una rapidità fulminea, ingestibile, per certi versi, spaesante. Ora che questa struttura territoriale si è consolidata, emergono le sue potenzialità umane e collettive. Emergono nuove esigenze di riconnetterne i diversi ambiti, in modo sostenibile e integrato con il paesaggio. Emerge la volontà di dare spazio alle vaste risorse associative e imprenditoriali delle realtà locali, affinché nuovi modi di viverlo e immaginarlo, questo territorio, possano radicarsi e crescere, e divenire nuove foreste di idee e progetti. Emerge il desiderio di proteggerne ed estenderne gli ambienti secondo approcci condivisi e omogenei, così da gettare oggi le fondamenta per un futuro forse un po’ più lontano, ma nel quale tutti possano riconoscersi, nuovamente. Emergono visioni che guardano al territorio nuovamente in chiave trasformativa, e osano pensare a nuove evoluzioni, ponderate e attente. Ed emerge soprattutto l’ambizione di fare di questo territorio un territorio educante, capace di trasmettere alle nuove generazioni un patrimonio che è il patrimonio di un popolo, in tutte le sue sottili e delicate ramificazioni, solo per il fatto di poterlo vivere, e condividere. 

“Quando si organizzano iniziative e si portano i cittadini, anche adulti, sul fiume e sui boschi, moltissimi dicono di non esserci mai stati, in questi luoghi. La questione di come riconnettere i cittadini al territorio può essere superata solo se si persegue una maggiore diffusione della conoscenza, che deve essere una conoscenza esperienziale, fatta per vivere i luoghi e per condividere obiettivi comuni. Senza questo passaggio non si arriverà a nulla – e le persone magari continueranno ad andare in vacanza alle Seychelles, senza sapere cosa hanno a casa loro”

Sorvolo del canale Cormôr nel suo tratto finale verso la laguna (©Francesco Biasutti).

PALAZZO FRANGIPANE

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CHIESA DI SAN FRANCESCO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CHIESA DI SANTA MARIA ANNUNZIATA

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CHIESA DI S. NICOLO’

CHIESA DELLA NATIVITÀ DI MARIA

Foto 1 (© Atlante dei Luoghi). Foto 2: “Chiesa della Natività di Maria situata nel borgo rurale di Rivalta di Pocenia” (Cartolina virtuale da Manuela da Pocenia).

PARCO DELL’ODEON

(Foto © Atlante dei Luoghi).

“ISOLOTTO” DEL CASTELLO

Su questo isolotto circondato alle acque del Corno era situato il Castello di Porpetto, demolito nel corso del Settecento dai Veneziani (Foto © Atlante dei Luoghi).

PARCO ROVERE

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VILLA ROVERE

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PIAZZA VECCHIA PESCHERIA

(Foto © Glauco Vicario).

MULINO DI CORGNOLO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

AREA DEL PRESEPE

(Foto © Atlante dei Luoghi).

SPIAGGE DI LIGNANO

Già dal nome “Sabbiadoro” si evidenzia il legame molto stretto di questa cittadina di mare con le sue spiagge, vero punto attrattivo per l’industria turistica, ma anche luogo di ricreazione e tempo libero per tutti i suoi abitanti. La lunga spiaggia di Lignano può essere suddivisa in tre ambiti: quello di “Sabbiadoro”, ad est, la più ampia ed infrastrutturata, caratterizzata dal landmark della “Terrazza Mare”; quello di “Pineta”, al centro, che presenta un’ampia zona lasciata allo stato semi-naturale (soprattutto per il fatto che l’area era di proprietà della parrocchia, che qui insediò le colonie marine all’interno della vasta pineta); infine, verso la foce del Tagliamento, ad ovest, quello di “Riviera”, dal sapore un po’ più selvaggio. Nonostante l’affollamento turistico durante il periodo estivo, queste spiagge a tutt’oggi rappresentano un ecosistema prezioso per l’ambiente, tanto che si pensa di riservare alcune aree alla nidificazione di alcune specie dell’avifauna, qui particolarmente ricca e diversificata grazie alla presenza della laguna di Marano e dei boschi litoranei. Per i lignanesi il modo di vivere il loro territorio cambia radicalmente a seconda che ci si trovi nella stagione estiva o nei restanti periodi dell’anno: durante la “stagione” infatti, tutta la comunità è incessantemente impegnata nelle attività economiche legate al turismo, e la preponderante presenza di turisti fa sentire i residenti in qualche modo “estraniati” dal loro stesso territorio. Ma a partire dalla fine di settembre, con il ridursi delle presenze turistiche, i lignanesi si ritornano ad appropriare dei loro luoghi e anche delle spiagge, che vivono quindi anche nella stagione autunnale ed invernale, con lunghe passeggiate immersi nel silenzio del mare e, per i meno freddolosi, anche qualche bagno fuori stagione!

Foto 1: La spiaggia di Lignano Pineta; Foto 2: La spiaggia libera nel tratto delle “colonie”; Foto 3: La spiaggia di Lignano Sabiadoro in inverno (© Atlante dei Luoghi).

CHIESA DI SAN MARTINO

La chiesa parrocchiale di Marano venne edificata tra il 1752 e 1756 su una Pieve preesistente, probabilmente antecedente l’anno Mille. Il nuovo edificio costituisce a tutti gli effetti uno dei principali spazi pubblici del paese; posta al centro di via Sinodo, si segnala per la sua grande facciata e per le sue generose dimensioni interne, tanto che la sua edificazione richiese uno sforzo non indifferente per la piccola comunità Maranese. La sua porta sempre aperta costituisce un invito a ritagliarsi uno spazio di raccoglimento, nella vivace vita del paese.

Gli affreschi all’interno della chiesa, inerenti il mondo della pesca (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

All’interno della chiesa si segnalano i due affreschi grandi posti ai lati della navata, che rappresentano gli episodi evangelici della pesca miracolosa e della moltiplicazione dei pani e dei pesci: guardandoli non si può fare a meno di immaginare che i personaggi e le storie affrescate siano un richiamo diretto alla gente Maranese e alla sua millenaria dedizione per la pesca in laguna!

CHIESA DI SAN ZACCARIA

Questa chiesetta votiva situata nelle vicinanze dell’argine Lungolaguna rappresenta uno dei primissimi insediamenti sul territorio di Lignano, all’epoca caratterizzato da un ambiente malsano e paludoso, e di difficile raggiungibilità. I residenti sono molto legati a questo luogo, che è stato recentemente restaurato, perché costituisce uno dei pochi riferimenti storici ed identitari del paese, sorto molto velocemente nella seconda metà del ‘900 sotto la spinta dello sviluppo turistico ed urbanistico.

Immagine: © Monumenti storici del Friuli

CHIESA DI SANTA MARIA DEL MARE

Questa chiesetta Quattrocentesca si trova adesso sotto l’ombra dei pini, nella zona “delle colonie marine” di Lignano Pineta: ma si tratta di un edificio interamente ricostruito, perché in origine lo stesso era ubicato a Bevazzana, sulla riva sinistra del Tagliamento, il che costituiva una concreta minaccia per la salvaguardia del bene architettonico. Da qui la decisione, negli anni ’60, di “trasportare” l’edificio in un luogo più sicuro. La scelta non mancò di suscitare perplessità, sia perché l’edificio sacro veniva sottratto alla sua comunità originaria, sia per la definizione di un “falso stilistico”.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VILLA DORA

Villa Dora è il poliedrico centro culturale di San Giorgio: è sede della biblioteca e nei suoi spazi, inclusi quelli del parco, si tengono numerose attività culturali ed artistiche rivolte soprattutto ai giovani. Il complesso architettonico della Villa è l’esito di una serie di trasformazioni avvenute nel corso dei secoli a partire dal XVII secolo: nata come tipica villa rustica friulana, fu poi ampliata e nobilitata sul modello delle ville venete. L’edificio è stato completamente ristrutturato dal Comune, che lo ha acquistato proprio per realizzarvi il polo culturale della città. Inoltre nei suoi spazi ha sede anche l’archivio dell’Università Castrense, una Scuola Medica da campo attiva a San Giorgio durante gli anni della prima guerra mondiale, che fornì un contributo fondamentale per la formazione del personale medico specializzato per l’assistenza dei feriti in battaglia, destinato poi ad essere indirizzato sui vari fronti del conflitto.

EX MONTECATINI E PORTO VECCHIO

Porto Nogaro è la frazione “marinara” di San Giorgio e rappresenta il primo nucleo abitativo del paese, sorto su di un’ansa del fiume Corno. A sud della frazione, cha ha conservate intatte le sue caratteristiche di borgata fluviale, si sviluppa una grande area industriale abbandonata, interdetta all’accesso, con le relative banchine. Quest’area fin dal ‘600 ospitava un attivo porto commerciale, che restò in funzione come capitaneria di porto fino alla costruzione del nuovo scalo industriale più a valle. Il porto di Nogaro fu uno dei più importanti del Friuli sino alla fine dell’Ottocento: rappresentava infatti il punto navigabile più a Nord dell’Adriatico, ed è documentato che veniva regolarmente utilizzato da barche di oltre 100 tonnellate, provenienti anche dalla Grecia e dall’Inghilterra. Il collegamento con la ferrovia diede ulteriore impulso a questo scalo e così, alla fine dell’800, proprio a ridosso delle banchine, fu realizzato uno stabilimento per l’estrazione di zucchero grezzo dalla barbabietola, con una ciminiera in muratura alta oltre 70 metri, ancora esistente. Alla fine degli anni ’20 la fabbrica fu rilevata dalla Montecatini, che vi insediò uno stabilimento per la produzione di perfosfati minerali da impiegare in agricoltura come concime. Tra il 1946 e il 1950 venne migliorata la navigabilità del fiume Corno e vennero rifatte le banchine: la profondità passò dai 2,4 ai 4,5 metri, e venne anche dragato il canale di Porto Buso in laguna, portato a una profondità di 5 metri, fatto che determinerà non pochi scompensi all’equilibrio delle correnti e dei depositi nell’intera laguna.  Dagli anni ’60 questo grande complesso giace in stato di abbandono. Negli anni ’80 venne demolito l’edificio principale, destinato alla produzione. Il piccolo corpo a Nord, dopo decenni di abbandono, versa oggi in condizioni irrecuperabili; la perdurante assenza di manutenzione al complesso sta di fatto cancellando un manufatto di archeologia industriale molto significativo non solo dal punto di vista storico-architettonico, ma anche per l’identità locale, come testimoniato inutilmente da varie associazioni.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VILLAGGIO GIULIANO

Questo quartiere venne costruito nel 1946 per ospitare circa 180 esuli istriani, espulsi dal regime comunista instauratosi in Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. Attualmente conserva ancora le caratteristiche architettoniche originarie, ma la popolazione che oggi vi risiede è in prevalenza di origine straniera. La comunità di San Giorgio ha ancora un legame molto forte con la Croazia e l’Istria (il Comune è infatti gemellato con la città di Arsia, costruita in epoca fascista proprio da alcune imprese del territorio di San Giorgio di Nogaro).

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VILLA MUCIANA

Villa Muciana è un importante edificio pubblico e storico che un tempo ha ospitato anche le scuole comunali, e oggi è sede della sala consigliare; i suoi spazi sono molto utilizzati anche per eventi pubblici, presentazioni e conferenze. L’edificio ospitava inoltre la Biblioteca Comunale, che è stata recentemente trasferita  in altra sede – nel polo di Villa Rubini – per consentire una migliore utilizzazione degli spazi e la realizzazione di un centro di documentazione sui Boschi planiziali, con una sezione di raccolta dati multimediale e un centro didattico informativo per consultazioni e ricerca. L’edificio è prospiciente alla piccola Piazza San Marco, dove è anche situato il monumento ai caduti, mentre alle sue spalle è stata recentemente sistemata un’area verde attrezzata, un progetto nato anche grazie alla partecipazione dei cittadini. Villa Muciana rappresenta un vero e proprio biglietto da visita di questa piccola comunità, sia per la posizione all’ingresso del paese che per i numerosi eventi ospitati durante l’intero arco dell’anno.

Cartolina storica (© Altervista).

VILLA RUBINI

Dell’originario impianto urbano di Muzzana, che pure presentava numerosi archi a sesto ribassato tipici dei borghi rurali del Friuli, non è rimasto quasi nulla, a causa delle opere di rinnovamento e sostituzione edilizia effettuate soprattutto negli anni ’70. Tuttavia, esistono ancora alcune importanti ville di inizio Novecento, tra le quali Villa Rubini, un interessante esempio di villa eclettica, situata nel centro del paese nei pressi della roggia Revonchio, non lontano dalla Chiesa e dal Municipio. L’immobile e il parco che dà verso la roggia, di proprietà della Parrocchia, è stato recentemente preso in comodato dal comune che qui intende realizzare un  progetto di orti sociali in collaborazione con l’Auser e una cooperativa del terzo settore e con il coinvolgimento sia dei giovani che degli anziani del paese. Gli spazi della villa, restaurata grazie ad un contributo regionale, saranno invece destinati ad ospitare la biblioteca comunale.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PIAZZE DI LATISANA

Latisana ha ben tre piazze principali, e costituiscono tutte, anche se con caratteristiche diverse, importanti luoghi di incontro per gli abitanti della città. Piazza Matteotti è lo spazio per eccellenza del mercato settimanale; piazza Indipendenza è invece “il salotto” della città: vi si affacciano gli edifici storici più rappresentativi, ed è ben connessa al lungo argine del Tagliamento, che corre giusto alle sue spalle. Infine, un altro luogo molto vissuto è piazza Caduti della Julia, che un tempo ospitava la stazione delle corriere, ed oggi invece resta alle spalle della stazione ferroviaria. La piazza è stata completamente ristrutturata negli anni 2000 con l’inserimento di fontane e di gradonate dove è possibile sedersi nelle serate estive, magari per mangiarsi un gelato; nelle adiacenze si trova inoltre il parco del cinema Odeon, molto utilizzato di giorno da famiglie coi bambini, mentre alla sera si riempie di ragazzi e giovani.

Foto 1: Piazza Indipendenza; Foto 2: Piazza Caduti della Julia (© Atlante dei Luoghi).

PARCO GASPARI

Parco Gaspari è la principale area verde di Latisana, nonché il parco storico della città. È da sempre un luogo molto frequentato dai residenti, soprattutto d’estate, quando si anima anche delle attività e degli eventi che si tengono all’ombra dei suoi alberi secolari, o nella scenografica area ad anfiteatro creata utilizzando la scarpata arginale del Tagliamento. Ospita anche il monumento ai caduti del Mare, realizzato dall’Associazione Nazionale Marinai d’Italia. Il parco è inoltre ben collegato con il soprastante percorso ciclopedonale lungo l’argine del fiume, insieme al quale compone la principale infrastruttura paesistica di Latisana.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CHIESA DELLA MADONNA DELLA SALUTE

Questa Chiesa costituisce il Santuario Mariano dei maranesi: al suo interno è infatti conservata l’immagine sacra della Beata Vergine della Salute a cui è dedicata la festa della “Triennale”, la ricorrenza religiosa più significativa di Marano. Il richiamo evidente è all’omonima grandiosa festa votiva della Madonna della Salute di Venezia e anche l’origine della ricorrenza, a partire dal Seicento, pare sia ugualmente dovuta ad una grande epidemia, a seguito della quale rimasero in vita appena 17 persone in tutto il paese. Marano infatti, come Venezia, era una città sorta sulla laguna e presentava le medesime caratteristiche di precaria salubrità, dovute alle acque stagnanti e alla diffusione della malaria. A seguito di quell’evento funesto si iniziò quindi a tramandare questa festa votiva, che dagli inizi del secolo scorso viene celebrata a ferragosto con cadenza triennale. La festa combina due momenti: nel primo, la statua della Madonna è portata in processione lungo le vie del paese, tutto addobbato per l’occasione da ornamenti e edicole spontaneamente costruite dalla popolazione, accompagnata dalle note della banda locale e dai canti dei fedeli; giunta quindi al molo, l’immagine viene issata su un’apposita barca ornata di luminarie e baldacchino e, a questo punto, salutata da migliaia di fedeli con bianchi fazzoletti, prende la via del mare per raggiungere la chiesetta del cimitero del paese, sull’isola di San Vito. Il secondo momento avviene alla sera: l’immagine ritorna verso Marano sulla barca illuminata, salutata da canti e dai fuochi d’artificio, per ritornare infine nella sua chiesa, che resta aperta ai fedeli fino a tarda notte, in un susseguirsi di canti e festeggiamenti. Ancora oggi la festa segue questo rituale, che richiama per l’occasione anche numerosi turisti.

Foto 1: Vista dell’interno della chiesa (© Visit Marano); Foto 2: Un momento della Festa Triennale (© Glauco Vicario).

Lo sapevi che

A Marano esiste ancora oggi una ricca tradizione religiosa, che mescola magistralmente la componente sacra a quella profana, di sagra paesana: per questo le feste qui sono molto sentite e coinvolgono l’intera comunità. Non solo le ricorrenze, ma anche i riti religiosi hanno mantenuto una forte continuità con la tradizione locale; non a caso un detto locale sostiene che “è più allegro un funerale a Marano che un matrimonio in terraferma!”

TORRE CIVICA

La Torre civica è il principale simbolo di Marano Lagunare, un landmark visibile da tutta la laguna e dalla campagna adiacente. Essa è detta anche “la torre Millenaria” per la sua vetustà: è infatti sicuramente uno dei manufatti più antichi del paese, e sulle sue mura si possono ancora individuare i materiali riutilizzati e provenienti da costruzioni più antiche, anche di epoca romana, nonché l’unico leone di San Marco presente nella città, sulla facciata di sud-est. Le sue facciate sono ricche dei fregi e delle iscrizioni lasciate dai Provveditori veneziani nei secoli, che generano l’impressione di un edificio in perpetuo divenire. La torre è stata per qualche tempo anche prigione e polveriera della fortezza, prima che entrambe le funzioni fossero spostate in edifici più idonei. Oggi sorveglia dalla sua altezza la piazza principale, animata dai numerosi avventori dei locali e dei ristoranti della città, e si staglia netta con la sua sagoma squadrata verso la laguna e le campagne, sicuro punto di riferimento per naviganti e viaggiatori.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

BASTIONE DI SANT’ANTONIO

Questo bastione quadrangolare è l’ultimo scampolo rimasto delle mura della fortezza lagnare, ma da solo ne restituisce l’imponenza e la grandiosità. Nonostante la cinta muraria e le porte della città non esistano più da oltre un secolo gli abitanti sono ancora molto legati alla dimensione della “città murata”, e infatti alcuni interventi recenti hanno puntato a rimettere in luce le fondazioni ancora esistenti dell’antica struttura difensiva, come ad esempio lungo via Venezia. Il baluardo invece è proprietà privata; agli inizi del ‘900, infatti, su di esso è stato costruito un grande stabilimento legato all’economia della pesca che però, nonostante sia dismesso da oltre vent’anni, è ancora inaccessibile. Questa situazione isola di fatto il bastione dal resto della città, e non ne rende ancora possibile un restauro e una valorizzazione adeguata, come invece meriterebbe questo importante bene culturale, nonché simbolo del paese insieme alla Torre Millenaria.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Dalla fine del 1800 il baluardo di Sant’Antonio fu inglobato nelle strutture di una fabbrica di sardine, sorta allora per volontà dell’imprenditore istriano Giovanni Depangher. Dopo ulteriori passaggi di proprietà, nel 1938 la fabbrica venne rilevata dalla famiglia Mazzola di Genova, che di fatto ne è ancora proprietaria. e che qui realizzò un importante stabilimento per la lavorazione artigianale del tonno, che divenne la produzione principale del paese. Nel 1958 si incominciò ad inscatolare il tonno, sempre a mano, nei nuovi formati da 100 e 200 gr., con il nuovo marchio di “Maruzzella”, dalla popolare omonima canzone di Renato Carosone. Lo stabilimento si continuò ad espandere negli anni, dando lavoro a centinaia di maranesi, soprattutto donne. L’ultimo capitolo è nei nostri giorni: nel 2009 la proprietà chiuse lo stabilimento dopo aver spostato la produzione in quello di Novi Ligure, lasciando un drammatico vuoto occupazionale, e un rilevantissimo nodo irrisolto nel sistema urbano locale.

FORTEZZA DI MARANO

“Finchè xe acqua xe Maràn”, finchè c’è acqua c‘è Marano. Nulla meglio di questo detto locale descrive il legame della comunità maranese con la sua laguna e il senso di affinità e vicinanza con Venezia (distante appena sei ore di navigazione a vela), distinguibile non solo nell’ impianto urbano del paese-fortezza, ma anche nella parlata, che nulla ha a che vedere con la lingua friulana. Il cuore pulsante della città è ancor oggi racchiuso nel perimetro della fortezza veneziana, nelle sue calli e nelle piazze con le “vere da pozzo” oggi esposte come monumenti. I luoghi più vivaci di Marano sono indubbiamente via del Sinodo, che lo attraversa longitudinalmente, e piazza Provveditori, sovrastata dalla torre civica. Se via del Sinodo è l’asse vitale del paese, luogo d’incontro dei maranesi, che qui si trovano a tutte le ore del giorno per discorrere davanti a un buon bicchiere di vino, la piazza è invece il luogo degli eventi pubblici, che soprattutto nel periodo estivo attirano molte persone da fuori. Sulla piazza affacciano infatti gli edifici più rappresentativi della storia di Marano: oltre la già menzionata torre civica, vi si trovano anche il Palazzo dei Provveditori, che oggi necessiterebbe di un restauro conservativo, la Polveriera e la Loggia delle Guardie; proprio dietro la torre sorge la Loggia Maranese, magnifico edificio in pietra con splendide arcate gotiche, oggi ad un solo piano, ma che in passato alloggiava al piano superiore una sala civica dove si tenevano le riunioni della comunità. Dalla piazza principale una via conduce alla “Porta del Mar”, a lungo unico accesso alla fortezza, significativamente rivolto verso verso il porto e la laguna, e non all’entroterra, e che oggi ospita un frequentato ristorante. Subito fuori dalla porta sorge la Vecchia Pescheria, un tempo fulcro del commercio del pesce locale fino alla realizzazione del nuovo mercato all’ingrosso sull’isola del Dossat. La piazza antistante alla vecchia pescheria è oggi il principale punto di partenza per i traghetti che partono per visitare la laguna, o che connettono Marano con Lignano durante la stagione turistica, ma è anche molto vissuta perché permette di vivere un rapporto diretto con i canali che avvolgono il paese. Inoltre, dalla piazza, attraverso il ponte oggi in ristrutturazione, è possibile raggiungere direttamente l’isola di San Vito, principale quartiere residenziale a sud del centro storico: sull’isola è presente anche la omonima spiaggetta, unica riva sabbiosa di Marano, piccola quanto gettonata dai Maranesi nel periodo estivo, anche perché regala una splendida vista sulla laguna, non visibile invece dalle sponde urbane, e sul paese stesso.

La pescheria, realizzata nel 1892, era un edificio esemplare per gli standard igienico-sanitari dell’epoca, e ancora oggi rimarca lo speciale legame tra Marano e la pesca in laguna. Fu uno dei tanti lasciti del sindaco Rinaldo Olivotto, per alcuni maranesi è tutt’ora uno dei migliori amministratori della città: non era originario del paese ma, avendo un elevato livello d’istruzione per l’epoca (era infatti farmacista), diede impulso a numerose opere di miglioria dell’assetto urbanistico. Tra queste la decisione, presa nel 1890, di abbattere la cinta muraria veneziana, giunta intatta sino ad allora, che per oltre cinque secoli aveva reso Marano una fortezza inespugnabile. La ragione principale per questa decisione era d’ordine igienico sanitario: si riteneva infatti che la presenza delle mura ostacolasse la circolazione dell’aria, contribuendo alla sua pessima qualità che costituiva uno dei principali problemi per la comunità maranese, fonte di continue epidemie e focolai. Anche se questa motivazione oggi può sembrare debole, la demolizione delle mura ha avviato comunque una nuova fase nella vita del paese, segnata dall’espansione del centro abitato sia verso la laguna che verso l’entroterra, di cui la vecchia pescheria, posta subito dalla Porta del Mar, è forse il simbolo principale.

Anche se non più esistenti, i maranesi vivono ancora nella percezione delle loro mura, e ci tengono a rimarcare la netta separazione tra il loro territorio, e la “Furlania”: per alcuni questa linea di demarcazione corrisponde al punto dove sorge la trattoria emblematicamente nota come “Al Confine”, per altri (più pragmaticamente) al poco distante “Despar”; segno che i lunghi secoli di incombenza della fortezza di Maranutto hanno scavato un profondo solco nella percezione dei Maranesi verso la terraferma. Attorno a quella che fu la cinta muraria della fortezza, della quale oggi resta il solo Bastione di Sant’Antonio, si sviluppa oggi la darsena di Marano, dedicata principalmente alle piccole imbarcazioni per la pesca (il porto turistico si trova invece sull’Isola del Dossat, mentre i grandi pescherecci sono ormeggiati sul canale che porta in laguna). È questo un luogo importante per la vita degli abitanti, dove serraje e cogoli sono spesso accatastati ad asciugare, in vista dei prossimi impieghi.

Foto 1: Via Sinodo; Foto 2: Un caratteristico vicolo del centro storico; Foto 3: La Piazza principale e la Torre “millenaria”; Foto 4: “Marano di notte” (Cartolina virtuale da Gabriele di Muzzana).

Lo sapevi che

La via principale di Marano è dedicata all’avvenimento storico più importante tenutosi nella città lagunare: il Sinodo indetto dal Patriarca di Aquileia, che ebbe luogo tra il 590 e il 591. Siamo nel periodo della dominazione Longobarda e delle guerre tra questi ed i Franchi, inviati dai Bizantini per scacciarli. Ma non erano queste le preoccupazioni dei vescovi riuniti a Marano, quanto piuttosto la reazione alle condanne e alle pressioni esercitate dai Cattolici romani sul Patriarca aquileiese, affinché, dopo lo scisma detto dei “Tre Capitoli”, tornasse ad accettare la superiorità del Papa. Il sinodo ribadì invece la posizione dottrinale di Costantinopoli, e quindi la separazione da Roma, decisione non tanto dettata dai motivi religiosi, ma piuttosto politiche (infatti di lì a pochi anni il Patriarca ritornò sotto l’egida del Papa). In ogni caso, questo evento viene ricordato con orgoglio dalla comunità locale, in quanto mostra la profondità del passato storico, Romano e Bizantino, in cui affonda la presenza di Marano, in un periodo in cui ancora Venezia non esisteva.

“LE SEI CHIESE” DI CARLINO

Nonostante le piccole dimensioni del paese, tutt’intorno a Carlino insistono ben sei chiese: questo è un vero e proprio motivo di orgoglio per i residenti, che vivono in stretto legame con il loro territorio rurale, e che vedono nel sistema delle chiese del proprio territorio, anche quelle più recenti, costruite nella seconda metà del Novecento, un prolungamento del senso di comunità esteso sui territori della bonifica. Anche gli insediamenti più antichi del paese sono profondamente legati agli edifici religiosi: la prima chiesa ad essere attestata è la chiesetta dei martiri Gervasio e Protasio, nella frazione di San Gervasio (un tempo comunità autonoma), costruita con tutta probabilità nel 1584 sul sito di un edificio precedente, forse risalente addirittura al IX secolo. La chiesa di San Tomaso Becket ha invece una storia particolare: fu costruita presso il mulino di Carlino, lungo lo Zellina, tra fine XVII e inizio XVIII secolo sul luogo di un edificio molto più antico; questa è l’unica chiesa del Friuli dedicata all’arcivescovo di Canterbury e, secondo le leggende del posto, l’intitolazione si deve a una reliquia del Santo trasportata sin qui dal re Riccardo Cuor di Leone il quale, di ritorno dalla crociata, naufragò in un luogo imprecisato presso Aquileia, nascondendosi per alcuni giorni nei boschi della Bassa. Gli storici ricordano inoltre l’esistenza, proprio in questa zona, di uno storico porto sulla roggia Zellina dedicato proprio a questo Santo. Un’altra chiesa piuttosto antica è quella di San Domenico al Casino, così detta perchè attigua ad un grande casale agricolo (demolito qualche anno fa); questa chiesa è molto legata al contesto rurale: sorgeva in corrispondenza dell’angolo sud-orientale del grande Bosco Bando di Carlino, il più vasto di tutta la Bassa, marcando così l’estensione del territorio carlinese verso sud; fino a tempi recenti l’edificio era parte del tradizionale percorso di benedizione dei campi per le Rogazioni. Infine, non può mancare la chiesa parrocchiale dedicata a San Tommaso Apostolo: edificata nel Settecento, racchiude al suo interno numerose opere artistiche. Tra gli edifici sacri inclusi nel novero delle sei chiese vanno ricordati anche quelli di San Marco alla Muzzanella, al confine con Marano, e di Sant’Antonio di Villabruna, edificati rispettivamente nel 1964 e nel 1957, per garantire i servizi religiosi agli abitanti dei borghi rurali sorti in queste zone a seguito dei grandi lavori di bonifica. Spopolati i rispettivi borghi, oggi queste due chiese sono taciturne vedette delle campagne, che però si ridestano ogni anno, in occasione di una liturgia animata dai discendenti dei pionieri che per primi hanno abitato queste aree per così lungo tempo paludose.

Foto: La chiesa di San Domenico (© Atlante dei Luoghi).

FORNACI DELLA CHIAMANA

La roggia Zellina rappresentò sin dall’epoca protostorica un’areale particolarmente favorevole per gli insediamenti umani, come testimonia il ritrovamento del Castelliere del “Fortin”, il più importante insediamento di età neolitica della Bassa. La navigabilità della roggia, nonché la sicurezza idraulica del suo alveo da Carlino in su, favorirono infatti gli insediamenti, i commerci e le attività lungo le sue sponde. Anche in epoca romana in questa zona fiorirono numerose attività artigianali specializzate nella produzione di ceramiche, grazie alla qualità dell’argilla locale. Il principale ritrovamento archeologico riguarda una “fabbrica” per la produzione di ceramiche invetriate, scoperta negli anni ’70 durante i lavori di scavo per la formazione degli argini della roggia Zellina, lungo la strada Chiamana (da cui prende nome il sito). Vi si producevano soprattutto vasi per uso domestico (anfore, vasellame, coppe) che per varietà e quantità dei materiali rinvenuti avevano sicuramente un bacino di distribuzione sovralocale, per un periodo forse destinato anche alle legioni romane del Danubio, probabilmente come fornitura esclusiva. Si tratta in fatti di una tecnica, quella della ceramica invetriata, più complessa delle ceramiche tradizionali, capace di produrre vasellami più resistenti, e quindi, particolarmente apprezzati nell’uso della dura vita militare. Il sito, scavato nel corso degli anni ’70 e ’80, ha portato alla luce i resti di quattro fornaci ed una villa, purtroppo in gran parte andati distrutti con i lavori di consolidamento spondale eseguiti negli anni ’90. Nelle adiacenze del sito si trova il bosco Bolderatis, che conserva ancora una quarantina di grandi fosse del diametro di circa 10-15 metri di forma circolare o rettangolare e trasformate dalla natura in stagni o torbiere, che testimoniano ancora oggi l’antica attività di estrazione dell’argilla per la fornace, e che rendono l’ecosistema del bosco un unicum assoluto. Da una foto aerea del 1938 (IGM volo 12.5.1938) è possibile rilevare la presenza, ora non più visibile, di almeno un centinaio di queste fosse su una vasta area a nord del bosco stesso. Il materiale rinvenuto negli scavi è stato esposto in una mostra allestita nel 2012 a Carlino, mentre il sito, negli anni recenti, è stato al centro di percorsi didattici innovativi con le scuole locali, finalizzati ad avvicinare i ragazzi in modo diretto alla storia del loro territorio.

Foto 1,2,3: Documentazione dei reperti rinvenuti nelle prime campagne di scavo – anni ’70 e ’80 (©ERPAC – Regione FVG); Foto 4: L’area degli scavi dopo i lavori di consolidamento spondale degli anni ’90 (© ArcheoCarta FVG).

LEVADA DEL PRINCIPE O VIA DELLE DUE FORTEZZE

Questo percorso, che attraversava il margine lagunare tra Marano e Muzzana, venne realizzato dai Veneziani alla fine del ‘500, e trae origine dalla frammentata situazione del territorio della Bassa all’indomani degli Accordi di Worms nel 1521. Sin dalla sua conquista nel 1420, infatti, Marano fu una base strategica per il controllo dell’Alto Adriatico da parte della Serenissima, e la sua fortezza era ben difesa dagli attacchi nemici; tuttavia, essendo il paese completamente avvolto dalle acque, aveva una necessità vitale di instaurare degli scambi commerciali con l’entroterra, anche per il semplice rifornimento di viveri (questa stessa necessità, tra l’altro, fu all’origine dei diritti di pesca concessi dai Maranesi su limitate porzioni di laguna alle vicine comunità di Muzzana, Palazzolo e Carlino, in cambio di altrettanti diritti ad usufruire di beni nell’entroterra, come ad esempio i mulini di Muzzana). Fu così che gli Arciducali realizzarono poco fuori dalle mura di Marano la rocca di Maranutto, con lo scopo di controllare i commerci da e verso Marano, che tradizionalmente si spostavano lungo l’asse verso Carlino, uno dei più sicuri rispetto alle inondazioni; la presenza della fortezza, oltre ad infastidire la difesa veneta della laguna, finì per “taglieggiare” il commercio locale, a causa degli alti dazi richiesti dagli Imperiali a danno degli abitanti di Marano. In breve tempo Maranutto divenne una “bestia nera” per Venezia, tanto che, dopo decenni di tentativi falliti per risolvere la situazione, si decise di aggirare il problema con un’audace soluzione: la realizzazione di una nuova strada che collegasse Marano all’entroterra, e segnatamente Muzzana, passando per le vie basse mantenendosi in territorio veneziano. Il tracciato partiva dalle mura occidentali della fortezza, passando subito dietro al bordo lagunare su di un rilevato rettilineo, e arrivando presso la Muzzanella, dove fu realizzato un complesso ponte girevole per consentire il passaggio dei “burchi” (su questo fiume, infatti, vi era un importante approdo portuale). Superato questo ostacolo, la nuova strada risaliva fino all’attuale località Turunduzze, dove si raccordava con la viabilità esistente, consentendo ai Maranesi di arrivare fino a Muzzana per tenervi mercato, e da qui fino a Udine o alla fortezza di Palmanova, da poco sorta sulla pianura friulana (da qui anche il nome di “Strada delle due Fortezze”). Oggi della strada resta ancora traccia dell’argine/rilevato iniziale, ancora ben visibile dal ponte sul canale che a Marano conduce alla riserva Valli Canal Novo; un progetto portato avanti da un’associazione maranese, Passaggio a Nord-Ovest, punta a recuperare e a valorizzare questo antico percorso, per realizzarvi un itinerario ciclopedonale che unisca la laguna al suo entroterra, facendo rivivere questo spaccato di storia locale anche come occasione per la riscoperta del ricco retroterra naturalistico, paesaggistico e ambientale del margine lagunare.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VIA ROMEA STRATA

La Bassa friulana è attraversata da uno degli itinerari deIla Romea Strata, un progetto che promuove una fruizione “lenta” del territorio ripercorrendo l’antica via di pellegrinaggio che univa i paesi dell’Europa Centrale e Orientale a Roma. Il percorso, che ha origine a Miren in Slovenia, attraversa il fiume Corno a Villanova, passando quindi per il paese di Carlino, i Boschi di Muzzana e la passerella ciclopedonale sullo Stella a Precenicco. L’itinerario prosegue quindi in direzione di Latisana, dove attraversa il Tagliamento entrando così in territorio veneto. Il tracciato utilizza prevalentemente strade sterrate, viabilità secondarie o piste ciclopedonali, ed è segnalato da una cartellonistica dedicata. E’ un percorso lungo e suggestivo che porta con sé molti pellegrini, provenienti prevalentemente dai paesi dell’Est Europa, quali la Croazia e altri. A Carlino, inoltre, è stato recentemente inaugurato “l’Ospitale St. Thomas Becket”, una struttura nata appositamente per accogliere i pellegrini (normalmente per una sola notte) e gestita da una Associazione senza fine di lucro.

Foto 1: La piazza di Precenicco, uno dei luoghi attraversati dal percorso; Foto 2: Cartello informativo presso i boschi di Muzzana (© Atlante dei Luoghi).

CASTELLO DI PORPETTO

L’identità degli abitanti di Castello di Porpetto è saldamente radicata negli aspetti storici ed ambientali di questo borgo sorto in riva al fiume Corno. Questo senso di appartenenza ai luoghi si traduce in un forte spirito di comunità, che non sfugge neanche ai visitatori di passaggio, affascinati dal senso di pace e tranquillità che si respira nel paese, tale da vincere anche l’ingombrante presenza dell’Autostrada, nonché il traffico della SP80 che attraversa le maglie strette del centro, e che gli abitanti chiamano infatti “la strettoia”. Il paese attuale nasce attorno al complesso di palazzo Frangipane: fu realizzato dall’omonima famiglia alla fine del Seicento, poco distante dai ruderi del castello Duecentesco che ha dato il nome al paese, e che venne smantellato dai Veneziani in ritirata nel 1617 Al suo interno sono a tutt’oggi visibili diversi affreschi originali della villa, che inizialmente aveva un impianto architettonico “veneto”, con corpo centrale timpanato e barchesse laterali. Ma forse l’elemento più distintivo del complesso fu il grande parco di circa 30 ettari, chiamato ‘La Quiete’ e costruito da Cintio Frangipane a partire dal 1815. Il nobile si dedicò quasi interamente alla realizzazione di questa grandiosa opera che purtroppo, alla sua morte, non venne mantenuta dal suo successore, che tra l’altro modificò radicalmente la villa elevandola di due piani e dandole l’aspetto di palazzo che ancora conserva. Nonostante l’incuria e i danni causati da un uragano alla fine dell’Ottocento, il giardino fu riconosciuto e tutelato come parco nazionale fino alla costruzione dell’Autostrada, che ne compromise definitivamente l’assetto. Le uniche tracce superstiti della ‘Quiete’ consistono oggi nei laghetti retrostanti la Chiesa di San Francesco. Tuttavia, Castello non deve la sua importanza solo alla presenza del Palazzo dei Frangipane: il paese ospitava anche un importante convento di Frati Francescani, risalente alla fine del Duecento e oggi non più esistente. Il complesso conventuale ospitò sempre un numero esiguo di religiosi, e nel 1317 vi dimorò anche il beato Odorico da Pordenone, prima di intraprendere il suo viaggio missionario in Cina. Nel Settecento il convento raggiunse una certa importanza per il territorio, diventando un piccolo santuario locale, punto di riferimento per le popolazioni dei Comuni vicini, prima di venire soppresso nel 1785 per volontà dell’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo. Nel luogo in cui sorgeva il convento rimane oggi la Chiesa Settecentesca di San Francesco, di cui si ha testimonianza fin dal Trecento: l’attuale edificio costituisce oggi uno dei fulcri della vita di comunità di Castello, circondato da ampi spazi verdi e sportivi in dotazione alla parrocchia estesi fino a lambire i laghi, e spesso utilizzati per eventi e feste paesane.

Foto 1: Vista della chiesa e di Villa Frangipane; Foto 2: I laghetti retrostanti la chiesa, ultima testimonianza di quel che fu il Parco della Quiete (© Atlante dei Luoghi).

PIEVE DI SAN VINCENZO

La Pieve di San Vincenzo a Porpetto è una delle quattro chiese realizzate sul Fiume Corno, insieme alla chiesa di San Francesco a Castello, alla chiesa di San Floriano Martire a Villanova e alla chiesa di San Leonardo nella frazione di Nogaro. In origine l’edificio sorgeva al centro di un isolotto fluviale, con il fiume Corno a circondarla; era una situazione piuttosto unica, perché per entrare in chiesa bisognava attraversare un ponticello di legno. Questa conformazione fu determinata dalla preesistente Centa di Porpetto: la Centa era una tipologia difensiva realizzata su dei rilevati di forma ovale, tipica del Friuli durante il lungo periodo delle invasioni barbariche, che in questo caso fu circondata da un piccolo fossato. Nel corso del Novecento il corso d’acqua è stato bonificato, anche per migliorare la conservazione delle strutture; la connessione tra la chiesa e il Corno è comunque ancora sensibile: proprio dietro all’abside dell’edificio, infatti, superando un nuovo ponticello in legno si può accedere al Parco Intercomunale del Fiume Corno, che in questo tratto offre un percorso lungo il fiume particolarmente suggestivo. Recentemente nell’area attigua alla chiesa è stato creato un piccolo parco attrezzato con giochi per i più piccoli, che è diventata una zona molto utilizzata dalle famiglie.

Foto 1: La chiesa oggi (© Atlante dei Luoghi). Foto 2: Una foto storica della chiesa, prima dell’interramento del corso d’acqua che la circondava.

BORGO DI CORGNOLO

Corgnolo, il cui nome si deve alla presenza di boschi di cornioli sul territorio, è un borgo rurale a tutt’oggi ben conservato, particolarmente ricco di corsi d’acqua: è infatti attraversato dalla roggia Corgnolizza (che a sua volta prende il nome dal paese) e dalla roggia Avenale, che un tempo esondavano regolarmente in autunno, sommergendo e isolando il paese. Oggi questo piccolo centro in Comune di Porpetto presenta numerosi punti attrattivi. Uno degli scorci più caratteristici è quello dell’antico mulino sulla Corgnolizza dove si pilava il riso, un significativo esempio di architettura rurale che il Comune vorrebbe recuperare e valorizzare (il bene è ancora di proprietà privata). A nord dell’abitato si trova invece il Parco Rovere, il parco dei festeggiamenti di Corniolo. Questo luogo ha una storia particolare: in quest’ambito, infatti, originariamente sorgevano un convento e l’antica chiesa del paese, dedicata a S. Martino e attestata già in un documento del 1335. Nel Settecento l’edificio conventuale fu trasformato in residenza nobiliare, uso che conserva ancora oggi con la denominazione di “Villa Rovere”, il cui caratteristico camino di forma circolare è diventato un simbolo distintivo del paese. I terreni circostanti, anch’essi di proprietà privata, furono invece donati dall’ultima proprietaria alla Parrocchia. Il terreno, che era un territorio di palude, è stato bonificato per essere poi trasformato in un parco e in un’area attrezzata per festeggiamenti; particolarmente piacevole è anche la zona del laghetto realizzato dove era una zona di cava . Questo luogo è oggi molto utilizzato dalla popolazione, sia nel tempo libero che in occasione di fiere e sagre, alcune delle quali attraggono numerose persone anche da altri Comuni, come ad esempio la “Sagra del Toro”, nel mese di Agosto. Ma l’evento che più di tutti ha contribuito a fare conoscere il borgo di Corgnolo è il Presepio: viene realizzato da ben 22 anni in un’area verde posta alla confluenza delle due rogge (la Corgnolizza e l’Avenale), vicino alla Chiesa e al mulino. Il presepio è formato da un percorso lungo cui sono state realizzate decine di scene e allestimenti che rappresentano tutti i luoghi della vita di un paese, e si snoda tra alberi, rogge e polle d’acqua formando un insieme davvero suggestivo.  Il presepio è popolato da circa 300 “manichini” a grandezza naturale, che indossano costumi realizzati a mano dalle donne del paese. Questa manifestazione negli anni ha avuto un’affluenza anche di 50.000 persone, provenienti persino da fuori Regione, e la sua preparazione coinvolge ogni anno molti abitanti del borgo per lunghi mesi, costituendo un vero evento di comunità.

Foto 1: Vista del borgo e dell’antico mulino; Foto 2: La roggia Corgnolizza; Foto 3: Villa Rovere (© Atlante dei Luoghi).

MONUMENTO AI CADUTI DELLA 1° GUERRA MONDIALE

SANTE SABIDE

Presso l’idrovora Spinedo di Ronchis, nelle vicinanze degli alti pioppi che fiancheggiano il canale, c’è una antica Ancona dedicata a Santa Sabata che conserva al suo interno affreschi Seicenteschi. Questa zona, amena anche dal punto di vista paesaggistico, è stata di recente riscoperta dalla popolazione anche grazie alla ciclabile realizzata lungo il Tagliamento, e nei week-end questo luogo è molto frequentato, molto più che in passato. Testimonianza ne sono i tavolini e le opere lignee che abbelliscono la frescura degli alberi posti tutt’intorno al piccolo edificio. A Ronchis si racconta che vi fosse la tradizione di pronunciare le promesse di matrimonio presso Santa Sabata: anche il restauro dell’Ancona, fatto negli anni ’80, sarebbe stato reso possibile grazie ad un ex voto fatto da due giovani fidanzati di Ronchis.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

La dedica a questa Santa, sconosciuta nell’agiografia ufficiale ma piuttosto diffusa in Friuli, sarebbe dovuta al “Culto del Sabato” secondo l’uso ebraico presente nelle campagne della Bassa; questa tradizione a sua volta sarebbe collegata alla fondazione, nel 66 d.C., di una comunità “giudeo-cristiana” ad Aquileia, ad opera di San Marco Evangelista.

VILLA KECHLER DE ASARTA

Questa splendida Villa Veneta, nella quale dimorò a lungo anche lo scrittore Ernest Hemingway, si trova nella frazione Fraforeano in comune di Ronchis e di fatto costituisce il cuore di questo piccolo borgo, denso di strutture rurali e residenziali a servizio della tenuta, in cui si respira ancora il tempo dell’antico splendore del luogo. La villa è circondata da un grande parco di oltre tre ettari, opera del famoso architetto paesaggista ottocentesco Giuseppe Jappelli, che si protende sino all’argine del Tagliamento e che era visitabile fino a qualche anno fa.  Luogo di forte importanza storica non solo per la comunità di Ronchis, ma per tutto il territorio della Bassa, oggi purtroppo versa in uno stato di abbandono dopo la morte dell’ultimo proprietario, ed è stata recentemente messa in vendita.

Foto 1: L’ingresso alla villa visto dal paese; Foto 2: Vista del parco (© Atlante dei Luoghi).

CHIESA S. ANDREA APOSTOLO

La chiesa parrocchiale di Ronchis rappresenta meglio di ogni altro edificio l’essenza del paese, così legato alla campagna. Appare così, come quinta architettonica alla via che si distacca dalla piazza, ma appena raggiunta, ci ri ritrova subito immersi nel paesaggio rurale che si estende tutt’intorno alla chiesa. L’edificio fu edificato nel Settecento sul sito di una precedente chiesetta di epoca medioevale; è situata al limite est del centro abitato ed è collegata alla piazza del paese da una pittoresca quanto stretta viuzza del centro storico. Al suo interno si trovano numerose pregevoli opere d’arte, oltre che l’originario organo Settecentesco, restaurato nel 1998. Ma forse l’elemento più significativo di questo luogo è situato all’esterno, senza troppo farsi notare. Si tratta di due colonne provenienti probabilmente da Aquileia e appartenute alla chiesa di S. Bartolomeo di Volta, qui innalzate nel 2002 per volontà della comunità locale. La loro storia ci trasporta prima in epoca romana, in quell’agro aquileiense fertile e produttivo che qui ha lasciato le testimonianze di quattro siti archeologici relativi a diversi insediamenti rurali; ma il periodo di massima importanza per il piccolo centro di Ronchis fu l’epoca delle Crociate, nel corso delle quali rappresentò un importante punto di riferimento per viandanti e pellegrini, grazie alla presenza di un ospedale-ospizio gerosolimitano in località Volta, attestato per la prima volta nel 1199. Questo Ospitale fu gestito dai frati cavalieri dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme (originario di Malta) per tutto il periodo delle “Guerre Sante”, contrapponendosi all’altro Ospitale del territorio, per i viandanti di lingua tedesca, gestito dall’Ordine Teutonico. Il borghetto dell’ospedale di Volta aveva anche una chiesa, dedicata a S. Giovanni di Rodi, dalla quale provengono appunto le due colonne in granito di epoca imperiale, lì riutilizzate. A seguito dei pesanti danni subiti per una ennesima piena del fiume Tagliamento, alla fine del Cinquecento la chiesa e l’ospitale furono definitivamente abbandonati, ma non il loro ricordo tra gli abitanti del paese. Forse legata questo presidio gerosolimitano era anche l’ancona di Santa Sabide, ancora oggi esistente.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

IL CANEVON

Sulla Piazza di Precenicco si affaccia uno degli edifici rurali più significativi del territorio: il “Canevon”. Questo immenso granaio settecentesco, che oggi versa in un preoccupante stato di degrado, è un vero e proprio monumento dell’architettura rurale locale. L’attuale edificio insiste sulle strutture dell’antico Ospizio dei Cavalieri Teutonici, una struttura fortificata di cui sino a pochi decenni fa era ancora visibile una torre, oggi scomparsa; sulla facciata est del Canevon, verso il fiume, sono ancora visibili gli stemmi di tre priori teutonici, commendatori di Precenicco. Dopo la soppressione dell’Ordine Teutonico, nel Seicento l’edificio fu trasformato in un collegio gesuitico sino a che, con la soppressione napoleonica degli ordini religiosi, l’intero feudo di Precenicco fu acquistato da Antonio Faraone Cassis, un intraprendente commerciante di origini orientali che si dedicò attivamente alla bonifica dei terreni attorno al paese, avviandovi una fiorente attività agricola. Sulle vestigia dell’edificio originario procedette dunque a costruire un immenso magazzino, deputato alla conservazione del grano e di altri prodotti agricoli, che venivano poi caricati sulle navi per essere commerciati verso Trieste. Oggi, della grande opera realizzata dal Conte Cassis per la comunità di Precenicco restano ancora questo edificio e qualche opera idraulico, a testimonianza di questi primi, ambiziosi interventi di sistemazione e bonifica della zona. I residenti attendono da anni una iniziativa per un riutilizzo pubblico, almeno parziale, di questa bella e nobile struttura, magari come spazio espositivo e culturale comprensoriale. Accanto al Canevon un tempo sorgeva anche la villa padronale dei proprietari succeduti al Faraone Cassis, una ricca famiglia di Trieste. Villa Hierschel,  con il suo grande parco, completava la quinta urbana a nord di piazza del Porto, e fu uno dei salotti nobiliari e culturali più importanti del territorio. Purtroppo, a causa degli eventi bellici, l’edificio non è più esistente, e al posto della sua splendida cancellata sulla piazza vi è oggi un muro che sottolinea l’incompiutezza di questo spazio.

Foto 1: Il Canevon (© Atlante dei Luoghi); Foto 2: Foto storica della piazza con il Canevon e la cancellata di ingresso a Villa Hierschel – primi del ‘900; Foto 3: Aquaforte raffigurante la Piazza del Porto e, sullo sfondo, Villa Hierschel e il Canevon – in parte coperto dagli edifici in primo piano (Immagini tratte dal Libro: Precenicco. Una comunità nella storia, a cura di Edi Pozzetto, Forum Edizioni). 

Lo sapevi che

In epoca medioevale, il territorio di Precenicco fu possedimento dell’Ordine Teutonico, che nel XIII secolo vi realizzò un ospizio per i pellegrini di origine tedesca che si recavano in Terrasanta, e che convergevano nella zona per imbarcarsi dal Porto di Latisana. I pellegrini di origine italiana o latina, invece, erano ospitati a Ronchis, presso l’ospizio dei Cavalieri di Malta.

CHIESETTA DI SANT’ANTONIO ABATE

Questa piccola Chiesetta, edificata a ridosso dell’argine del fiume Turgnano nelle campagne bonificate di Piancada, è per molti un edificio storico che meriterebbe di essere recuperato. Questo luogo è infatti meta abituale di ciclisti e camminatori, attirati dall’atmosfera suggestiva che lo circonda. La chiesa attuale è stata ricostruita in stile neogotico a metà dell’Ottocento, ma insiste sul sito di edifici molto più antichi. Nelle vicinanze, infatti, insisteva uno dei tre approdi fluviali sul fiume Turgnano (un tempo chiamato “Arvuncus”), che in epoca veneta era un canale navigabile e una importante via di comunicazione. Proprio nei pressi dalla chiesetta, su un isolotto in mezzo al fiume, c’era un mulino a sei ruote risalente al Trecento; i Veneziani decisero di abbatterlo intorno al 1420, per favorire la navigazione verso l’interno finalizzata al trasporto del legname proveniente dai boschi planiziali.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

All’interno della chiesa, che purtroppo versa in un totale stato di abbandono e degrado, si può ancora debolmente distinguere il messaggio scritto sulle pareti da un soldato italiano della Prima Guerra Mondiale, che qui trovò un precario ricovero durante la ritirata di Caporetto.

IL MARINARETTO

Questo edificio si trova in una posizione molto suggestiva sulle rive dello Stella: sorge proprio di fronte alla Piazza di Precenicco, con la quale forma un unico spazio urbano, anche se l’immobile è situato sulla sponda palazzolese del fiume. L’edificio è caratterizzato dallo stile razionalista tipico del ventennio fascista: fu costruito ed inaugurato nel 1936 come luogo di addestramento per i futuri “Balilla Marinaretti”, associazione giovanile del regime che aveva la finalità di fornire ai ragazzi dagli 8 ai 18 anni un’educazione marinara, nautica e degli sport acquatici, oltre che militare. Nel 2007 l’edificio è stato recuperato per ospitarvi un centro artistico-espositivo e un luogo di ritrovo per i ragazzi del territorio, gestito dall’Associazione Art-Port. Questo intervento fu reso possibile grazie ad un innovativo progetto sovracomunale incardinato sull’attivazione dei gruppi giovanili e che vedeva, oltre al comune di Palazzolo, anche la partecipazione dei quattordici Comuni dell’Ambito Distrettuale di Latisana. Qui inoltre furono esposti gli importanti ritrovamenti archeologici fatti di recente nel Comune di Palazzolo, dai reperti romani (compreso il cippo miliare della via Annia che suggerì la posizione del ponte romano sul fiume Stella) a quelli ancora più lontani nel tempo, tra i quali il più antico reperto umano fino ad oggi scoperto in Friuli, anche noto come “la bambina di Piancada”, una sepoltura di epoca neolitica rinvenuta poco distante dall’edificio. Oggi la struttura necessita di ulteriori interventi di recupero e consolidamento, perciò da qualche anno non è più usufruibile; gli abitanti di tutta la zona da tempo auspicano un recupero complessivo dell’immobile, per restituirlo nuovamente alla comunità come luogo di aggregazione e polo didattico e culturale.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PIANCADA

Per gli abitanti di Palazzolo, Piancada è un’isola felice, quasi una estensione del paese verso sud, verso le campagne della bonifica, lo Stella e il margine lagunare. La frazione si raggiunge facilmente dal semaforo sulla SR 14 e, per il fatto che il paese e tutta la zona intorno sono isolati dagli altri centri del territorio, è una zona molto tranquilla e con pochissimo traffico. L’abitato di Piancada si allunga sulla riva sinistra dello Stella: la chiesa di San Bartolomeo a sud e il bar a nord sono i suoi confini. Pur trattandosi di un centro piccolo, il paese ha diversi ambiti che gli conferiscono valore, specialmente legati all’acqua: la Marina Stella, ad esempio, creata sulla base di una visione imprenditoriale rivelatasi lungimirante, è oggi un punto di riferimento della nautica a livello comprensoriale; anche l’aviosuperficie rappresenta un polo attrattivo del territorio anche per piloti stranieri, e non solo per il volo. Infine, a Piancada insiste il Bosco Brussa, tagliato negli anni ’70 e poi prontamente ripiantumato per volontà degli abitanti, diventando uno dei luoghi maggiormente sentiti e vissuti dalla comunità palazzolese.

Foto 1: La chiesa di Santa Caterina, originaria parrocchiale costruita all’inizio del Settecento; Foto 2: Vista del paese (© Atlante dei Luoghi).

PONTE ROMANO SULL’ANNIA

Sotto alle acque del fiume Stella, in prossimità del ponte della SR 14 a Palazzolo, giacciono i resti del ponte romano sulla via Annia: un’asse stradale importantissimo in epoca antica, in quanto congiungeva Aquileia con Altino, Rimini e quindi, Roma. Del ponte si perse memoria, e non pochi palazzolesi, navigando sul fiume, hanno rotto eliche e timoni sulle strutture sommerse (forse è per questo motivo che in corrispondenza dei resti subacquei è stata posizionata una boa?), sino a quando, una decina di anni fa, non sono state fatte ricerche approfondite, che hanno potuto documentare ciò che per secoli è stato nascosto alla vista. Fondamentale per la scoperta del ponte è stato il ritrovamento sulla sponda del fiume di una pietra miliare dedicata a Costantino; successivamente, nel 2011,  prese avvio con il progetto “Anaxum” una campagna di ricerca scientifica ed archeologica, coordinata dall’Università di Udine con il supporto del Gruppo subacqueo Cassis Faraone di Precenicco. Gli studi, eseguiti a più riprese, hanno documentato e analizzato i resti dell’imponente struttura, costituita da due piloni realizzati in blocchi di pietra e laterizi, e dalla “carreggiata” lastricata con grossi blocchi di pietra. Il ponte, realizzato nel II secolo A.C., rappresentò un punto strategico sull’Annia per i successivi 500 anni (qui infatti insisteva anche un importante nodo intermodale sul fiume Stella), sino a che, a partire dal 300 D.C., dopo secoli di fioritura e sviluppo, l’Agro Aquileiese iniziò ad essere interessato da forti instabilità che ne determinarono un rapido declino, che si concluse con la distruzione di Aquileia e con l’occupazione longobarda. Narsete fu l’ultimo generale romano a percorrere l’Annia, nel 552, guidando per via di terra l’esercito bizantino da Salona a Ravenna: la trovò ormai priva di ponti efficienti sui numerosi fiumi friulani e veneti, e dovette così improvvisare dei ponti di barche per traghettare le sue truppe. Purtuttavia, il ponte di Palazzolo pare che sia rimasto in funzione anche nei secoli successivi, in quanto la Trecentesca chiesa del cimitero (Chiesa della Madonna del Suffragio) fu realizzata proprio nelle sue vicinanze dalla confraternita dei Battuti, nota per praticare l’assistenza ai viandanti. Questo è l’ultimo indizio che testimonia la sua esistenza. Nel Quattrocento il ponte doveva essere crollato, forse a causa di una grande piena, e sostituito da un nuovo attraversamento realizzato più a monte; la presenza dell’ansa morta del fiume, per alcuni, potrebbe essere legata proprio al crollo di questa poderosa struttura.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CHIESA DI SANTO STEFANO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VILLA MICHELI

A Pocenia, oltre alle numerose Chiese, tra i luoghi da segnalare per importanza e valenza storica vi sono anche alcune ville. Sono tutte private, quindi a meno di conoscere i proprietari o di assistere a qualche evento pubblico, non sono visitabili, e perciò non sono luoghi vissuti dalla comunità, anche se con la loro presenza contribuiscono in maniera decisiva a generare quel senso di nobiltà e spessore storico-culturale che ancora impregna molti paesi della Bassa. La più importante è la settecentesca Villa Micheli Fantini, ora Anselmi; attualmente è sede di una cantina che ne vorrebbe fare un edificio di rappresentanza. Nelle barchesse della villa da qualche anno si tengono saltuariamente degli eventi, come presentazioni di libri. La villa è anche un punto di riferimento per raggiungere il Parco del fiume Stella: infatti, costeggiando gli stalloni lungo la strada che esce dal paese si arriva rapidamente alla zona fluviale e quindi al Parco, uno degli ambiti più amati e frequentati dai residenti.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CHIESA DELLA BEATA VERGINE DEL ROSARIO

Questa piccola chiesetta campestre, situata nella frazione di Roveredo lungo la strada che collega Pocenia a Torsa, costituisce ancor oggi un luogo identitario e di orgoglio per la comunità locale, anche se storicamente era legata alla forania di Talmassons, e non a quella di Pocenia. L’edificio ha mantenuto il semplice impianto originario del secolo XIV, ad aula rettangolare con abside semicircolare; dopo un lungo periodo di degrado e abbandono, la chiesetta è stata recuperata negli anni ’80, ed oggi al suo interno sono ancora visibili lacerti degli affreschi Trecenteschi. Le statue lignee originariamente conservate all’interno della chiesetta, tra le quali una figura di San Paolo, probabilmente l’intitolazione originaria della chiesetta di Roveredo, sono state trasportate nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Torsa.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

BORGO DI RIVALTA

Rivalta è un antico borgo rurale situato a monte alla confluenza tra i fiumi Stella e Torsa, e oggi abbandonato. La chiesa della Natività di Maria, risalente al XV secolo, è l’unico edificio ancora utilizzato e manutenuto; ricostruita ed ampliata nel corso dell’Ottocento, è stata completamente restaurata nel 1992 ed oggi è visitabile in occasione di festività e ricorrenze religiose. La chiesetta fino a un recente passato veniva utilizzata per matrimoni e battesimi, anche da parte di persone provenienti da fuori Paese. All’interno dell’edificio si possono ancora ammirare gli affreschi originali, e un tempo ospitava una pregevole statua lignea del Quattrocento, oggi trasferita nella parrocchiale di San Nicolò Vescovo per il timore di furti e vandalismi. La chiesa di Rivalta è da sempre molto importante per la comunità locale: qui i cittadini venivano a recare i loro voti contro la peste e fino al 1601, anno di inaugurazione dell’attuale parrocchiale, questa era la Chiesa principale di Pocenia, affiliata alla sede arcipretale di Palazzolo dello Stella. Ogni prima domenica di settembre il borgo di Rivalta riprende vita, in occasione della ricorrenza della “Natività della Vergine”: tradizionalmente viene celebrata una Messa solenne cantata, seguita da un pranzo comunitario, in mezzo ai campi. È un evento molto partecipato dai cittadini e in questa occasione, le persone arrivavano anche dal fiume Stella, per mezzo di canoe.

Foto 1: Uno degli edifici rurali del borgo, ormai in stato fatiscente; Foto 2: La chiesa di Rivalta (© Atlante dei Luoghi). Foto 3: Gli affreschi Seicenteschi conservati all’interno della chiesa (© Giovanni Forni).

Lo sapevi che

Nel giorno di San Marco Evangelista (il 25 aprile) nella Chiesetta si celebra una Santa Messa, in ricordo della prima delle tre rogazioni che effettuava la comunità di Pocenia. Le rogazioni rappresentavano un antico rito, in uso fino al primo dopoguerra, che prevedeva una serie di tappe nelle chiese campestri del territorio, durante le quali la popolazione locale recitava preghiere, scongiuri e canti per rendere grazie e invocare la benedizione divina sul lavoro dell’uomo e sui frutti della terra. A Pocenia, il rituale prevedeva una “Ottavia”: negli otto giorni precedenti, il parroco effettuava delle benedizioni in vari luoghi del paese fino a che, il giorno di San Marco, aveva luogo la processione, che coinvolgeva tutta la comunità; questa partiva dalla Chiesa di San Nicolò per raggiungere poi Rivalta, dove veniva celebrata Messa; quindi si faceva ritorno al punto di partenza.

BORGO DI PARADISO E VILLA CARATTI-FRACCAROLI

Questo borgo rurale in Comune di Pocenia ha una nascita e una storia particolari, ed emblematiche dello sviluppo di questo territorio: appartiene infatti al primo gruppo di insediamenti che, a partire dal XVII secolo, furono bonificati per avviare la riorganizzazione agricola dei territori della Bassa. Sino al 1600, l’ambito di Paradiso,  un ambiente insalubre caratterizzato da boschi e paludi, era una proprietà dei Savorgnan, signori che la usavano come zona di caccia. Un poco alla volta una nuova famiglia originaria della Carnia, i Caratti, acquisì diversi terreni sul posto, soprattutto prati per il pascolo; nel corso del Seicento i nuovi proprietari, che nel frattempo avevano ottenuto il titolo nobiliare di Conti, avviarono la bonifica delle loro terre: prosciugarono le campagne, costruirono strade, eressero abitazioni e diedero all’intero feudo il nome di Paradiso, decidendo infine di stabilirvi la loro residenza. L’attuale borgo agricolo fu costruito interamente dai Caratti tra la fine del Seicento fino a tutto l’Ottocento. Gli edifici di maggior valore storico ed architettonico sono la settecentesca villa padronale, dotata di barchessa e di un vasto parco, e la Chiesa di S. Maria Annunziata, realizzata con una curiosa pianta circolare nel 1689, poi ampliata nell’Ottocento. Tra il 1737 e il 1856 la popolazione di Paradiso, interamente composta da mezzadri, passò da 130 abitanti a 380, arrivando anche a 450 nel corso del Novecento. Tutti gli edifici erano di proprietà dei Conti e ancora nel 1956, quando l’ultima contessa Caratti vendette l’intero complesso agli attuali proprietari, non c’era nessun abitante proprietario della propria casa. Persino le strade erano proprietà privata, e alcuni ricordano ancora che all’inizio della tenuta sull’attuale SP87, in corrispondenza del casale detto “della Stanga”, c’era una sbarra sulla via: chi passava doveva pagare il pedaggio.

Il completamento delle opere di bonifica e l’attuale sistemazione idraulica della zona si devono soprattutto ad Andrea Caratti, che nei primi anni del Novecento attuò un riordino fondiario secondo un concetto “nobile”, che era quello di migliorare le condizioni di vita della gente che abitava in questa parte del Friuli. Le principali coltivazioni da lui impiantate sul territorio furono le risaie, la cui coltura è proseguita per molto tempo, e che negli ultimi anni è stata ripresa in questa stessa zona. Ma la sua opera non si limitò all’ambito agricolo; se da un lato Andrea fu per lungo tempo presidente del Consorzio agrario della Bassa, dall’altro era anche un appassionato di piante esotiche: fece costruire nel Parco della Villa una serra all’avanguardia per l’epoca in Europa, per sperimentarne la coltivazione. In quegli anni il Parco della villa era considerato uno dei più belli di tutto Friuli, tanto che nel ‘58 il Corriere della Sera pubblicò un intero articolo a questo Giardino. L’epoca di Andrea Caratti fu probabilmente il periodo di massimo splendore della tenuta di Paradiso. Purtroppo alla morte del Conte, avvenuta senza eredi nel 1944, seguì un periodo di rapido declino che portò, solo dodici anni più tardi, alla vendita di tutte le proprietà alla famiglia Fraccaroli, gli attuali proprietari, che vi insediarono la propria azienda agricola.

Oggi Paradiso è conosciuto soprattutto per la storica e rinomata Trattoria, e per uno stabilimento di acqua minerale (attualmente chiuso). Proprio durante i recenti lavori di restauro nel casale che ospita la Trattoria sono state rinvenute le strutture di quello che forse è il nucleo più antico del borgo: si tratta di un edificio porticato in mattoni, risalente alla fine del XV secolo, con una tipologia molto diversa dagli edifici coevi della zona, forse di ispirazione veneziana. Purtroppo, la sopravvivenza del borgo è oggi ad alto rischio, e i residenti assistono con profondo dispiacere al progressivo deperimento di questo luogo, che porta con sé un importante pezzo della storia locale. Il borgo, ad eccezione della Villa, è ormai completamente disabitato e del nucleo originario, a parte la bella Chiesa di Santa Maria Annunziata, ristrutturata dalla Curia, è rimasto ben poco. Alcuni edifici sono crollati negli anni Ottanta e molti sono collabenti, tra i quali spiccano anche le imponenti strutture del bel palazzo Seicentesco che fu la prima residenza dei Caratti, segno che il grande valore storico e architettonico di questo complesso rurale non è stato affatto compreso, né tutelato. Tuttavia questi resti ancora si distinguono per la nobiltà delle loro opere murarie e la semplice austerità dell’impaginato architettonico, che quasi gridano al presente di essere preservate; ogni tentativo, tuttavia, è stato sinora vano, ma dimostra il forte attaccamento della gente locale per questo luogo.

Foto 1: Villa Caratti-Fraccaroli; Foto 2: Vista del borgo; Foto 3: Tracce dell’ospitale militare allestito negli spazi di uno degli edifici rurali del borgo (© Atlante dei Luoghi). “Fiabesca veduta della villa Caratti a Paradiso” (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia).

Lo sapevi che

Via della Battaglia è l’unico ambito abitato di Paradiso: diversi mezzadri al servizio dei Conti, innamorati del luogo, avrebbero voluto costruirsi casa nelle terre di Paradiso, ma ciò non fu possibile sino a che, negli anni Cinquanta, l’ultima Contessa Caratti mise in vendita ai coloni la terra che andava da questa strada alla Roggia Revonchio (l’attuale Cormôr). Il nome della via deriva dal fatto che in queste campagne si svolse una delle ultime battaglie della prima Guerra Mondiale, il 4 novembre 1918 (ovvero il giorno in cui avrebbe dovuto entrare in vigore l’armistizio), nella quale persero la vita nove soldati italiani, due dei quali giovanissimi. Pochi mesi dopo fu eretto nelle vicinanze un monumento, inaugurato alla presenza, tra gli altri, anche del famoso poeta Gabriele D’Annunzio, che scrisse un’orazione commemorativa. Fu quello il primo monumento eretto in onore dei soldati italiani morti nella guerra 1915-18. Questi eventi ancora riecheggiano in una scritta sbiadita ma ancora intuibile su uno dei portoni che si aprono sulla via principale del borgo, la quale reca scritto “INFERMERIA V ARMATA”.

LOCALITÀ VILLABRUNA

Villabruna costituisce uno dei maggiori insediamenti rurali realizzati a seguito delle grandi bonifiche effettuate nella seconda metà del Novecento; è tutt’ora al centro di una vasta azienda agricola di circa 200 ettari e per questa ragione, a differenza di quasi tutti gli altri casali agricoli del territorio, è giunto intatto fino ai giorni nostri. Il centro è formato da numerosi edifici rurali, da una grande casa padronale e da altri edifici residenziali, che in passato ospitavano circa 20 famiglie. Questi edifici sono distribuiti a formare una grande corte centrale, attraversata da un monumentale viale alberato che costituisce la spina di tutta l’azienda agricola. A completamento del centro, nel 1957 venne anche costruita una chiesa, dedicata a Sant’Antonio, dove ancora si celebra la messa una volta all’anno. Attualmente questo luogo è abitato dalla famiglia del fattore, e da un paio di famiglie di operai. La Tenuta Villabruna è oggi una azienda agricola che da circa due decenni lavora completamente in regime biologico, ottenendo anche importanti riconoscimenti a livello europeo. A tal fine, i margini della tenuta sono stati oggetto di un recente rimboschimento volto ad accrescere il livello di biodiversità  del contesto e quindi a rafforzare il ciclo biologico della produzione; da allora, si è insediata una grande popolazione di coccinelle e altri insetti utilissimi al contrasto naturale delle specie parassite. La proprietà possiede anche una parte del Bosco Sacile, che originariamente si estendeva fino a lambire il margine lagunare; infatti, il viale alberato della tenuta si prolunga nella strada di spina interna al Bosco costituendo un asse paesaggistico e naturalistico di assoluto valore. Tale asse si spinge fino all’argine lagunare, dove in passato era stato realizzato un ormeggio, che oggi funziona come altana affacciata direttamente sulla laguna di Marano: si tratta di un luogo molto suggestivo, forse il punto di vista migliore sulla laguna dall’intero Comune di Carlino. Sia l’azienda che il bosco sono privati, quindi non accessibili; una visita è possibile solo previo accordo con i proprietari.

Foto 1: La villa padronale; Foto 2: Il viale d’accesso alla tenuta (© Atlante dei Luoghi).

CASALI AGRICOLI

Le campagne della bonifica sono popolate da numerose costruzioni agricole che, a seconda delle tipologie e delle linee architettoniche degli edifici, consentono di associare i diversi ambiti territoriali ai relativi periodi di bonifica e sviluppo agricolo. Si spazia così dai primi insediamenti rurali che, nel corso del Settecento, avviarono l’organizzazione di questo territorio caratterizzato da boschi e paludi, ai casali agricoli sorti numerosi tra Ottocento e gli inizi del Novecento, per arrivare sino al secondo dopoguerra, ultima grande stagione delle bonifiche nella Bassa friulana. Quali esempi del primo gruppo si possono annoverare il Borgo rurale di Paradiso, in Comune di Pocenia, possedimento della famiglia Caratti che qui sviluppò un vasto feudo agricolo che arrivò a contare fino a 450 abitanti, o la “Contea di Precenicco”, plasmata dall’opera del Conte Cassis Faraone a cui si deve anche uno dei maggiori edifici rurali del territorio, il Canevòn. Tra i casali Otto-Novecenteschi l’esempio forse più significativo, in Comune di Muzzana, è il Casale Caratti, a cui gli ultimi proprietari diedero il nome “Vaticano” in quanto la tenuta era di 44 km, esattamente l’estensione della Città-Stato pontificia. In riferimento all’ultimo, numeroso gruppo ascrivibile alla stagione delle grandi bonifiche che hanno definitivamente trasformato il territorio della fascia perilagunare a partire dagli ani ’50, si segnala in particolare l’insediamento detto “Agenzia N.7”, che sorge in stato di abbandono ai margini della zona industriale di San Giorgio di Nogaro, e che era composto da una serie di edifici abitativi e rurali distribuiti a formare una grande corte centrale. Ma tutte le aree bonificate sono punteggiate di casali agricoli, realizzati nell’ambito di quella “bonifica integrale” che mirava a progettare insieme i lavori di trasformazione dei suoli paludosi, e insieme, l’avvio della pratica agricola su di essi. Questi casali si ispiravano ad una tipologia standard, di impianto lineare, che prevedeva ai lati due corpi residenziali, connessi da una struttura ad uso rurale al centro, con funzione di stalla e fienile. Purtroppo questi edifici, molti dei quali di forte valore identitario per le comunità locali, versano per la maggior parte in stato di rudere, muti testimoni di un tempo che non ritornerà più. I residenti auspicano da tempo un recupero di questo vasto patrimonio non utilizzato, principalmente a servizio della valorizzazione turistica del territorio; in questa prospettiva, alcune amministrazioni locali hanno negli anni cercato di promuovere iniziative per il recupero degli edifici più storici, ma l’impresa si è rivelata particolarmente difficile per queste piccole realtà, non solo dal punto di vista economico: è imprescindibile, infatti, partire da un ragionamento su vasta scala che riesca a coinvolgere anche i soggetti privati, per poter individuare delle ipotesi di riutilizzo condivise e sostenibili nel lungo periodo.

Foto 1: “Casa colonica chiamata Vaticano” (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia); Foto 2: “Casale Sardegna” a Titiano, tipico edificio agricolo dei primi del Novecento; Foto 3: Casale agricolo abbandonato nei pressi di Sant’Antonio a Palazzolo; Foto 4: Casale a tutt’oggi abitato (© Atlante dei Luoghi).

BONIFICA DI MUZZANA

A Muzzana è ben visibile dall’ortofoto un’area agricola, a ridosso dell’argine lagunare, che appare come un “patchwork” di tanti piccoli appezzamenti di terreno. Quest’area è il risultato di un primo tentativo di bonifica, attuato all’inizio del Novecento, per la precisione nel 1906, quando tutta quella zona era un bosco di proprietà comunale. Fu infatti il Comune a decidere di bonificare e suddividere quelle aree in appezzamenti di un campo friulano, per assegnarli ai capifamiglia e garantire così un sostentamento minimo alle famiglie di Muzzana, in quel periodo di estrema difficoltà. Nel corso degli anni, gli appezzamenti di terreno sono andati ulteriormente dividendosi in mezzo campo, quartini e così via; in tal modo si è giunti alla situazione attuale, caratterizzata da una estrema frammentazione che, ai fini agricoli, non ha più senso di esistere. Tuttavia, trattandosi di aree dallo scarso valore produttivo, in quanto soggette alla risalita del cuneo salino, nessuno sinora ha avuto interesse ad accorparle, conservando una situazione che oggi rappresenta un unicum nella Bassa Friulana. Gli abitanti di Muzzana amano frequentare questo territorio compreso tra i boschi e la laguna, perchè in un breve spazio sono presenti tutti i principali elementi caratterizzanti la Bassa: i boschi planiziali, con la fitta massa verde della Selva degli Arvonchi, i campi organizzati secondo precise geometrie, gli elementi della bonifica come i canali, le chiuse idrauliche e l’idrovora Punta Turgnano, i corsi d’acqua del Cormôr, della Muzzanella e del Turgnano e, infine, ben percepibile dietro ai folti canneti popolati dall’avifauna, la laguna di Marano.

Foto 1: La strada bianca che costeggia il Cormor, verso la darsena comunale; Foto 2: Alcuni campi della bonifica di Muzzana (© Atlante dei Luoghi); Foto 3: “La campagna uscendo dalla strada di miez, con sfondo la laguna” (Cartolina virtuale dalla ProLoco di Muzzana).

CANALI E AREE DI BONIFICA

Nella normativa austriaca sulle acque del 1870, e quindi nella legislazione italiana di fine Ottocento, viene indicata un’ampia zona della fascia circumlagunare (dall’area aquileiense fino alla punta di Lignano), da sottoporre a sistemazione idraulica. Su quei terreni, a inizio Novecento, furono insediati i primi Consorzi di bonifica della Bassa, che trasformarono radicalmente il paesaggio di questo territorio. Nonostante l’imponenza dell’opera, l’esito dei lavori di bonifica non ha portato ad una eccessiva semplificazione del paesaggio agricolo, come è avvenuto altrove a causa dei diffusi riordini fondiari: i vasti boschi planiziali e le fasce riparie dei fiumi, il fitto reticolo idraulico che innerva la campagna, le tante chiuse che punteggiano il paesaggio con il loro spiccato colore rosso, i laghetti che appaiono improvvisamente come ritagli di cielo caduti sulla campagna… sono tutti elementi che conferiscono una grande ricchezza e varietà a questo territorio. A ciò si aggiunga il fatto che la campagna della Bassa non è affatto silenziosa, ma è pervasa dal cinguettare degli uccelli, dallo stormire di fronde al vento, dal fluire delle acque, a volte placido, a volte convulso nello scorrere sotto ai ponti o attraverso i salti artificiali. Le campagne della bonifica sono dunque luoghi molto interessanti e frequentati dai residenti, esperti conoscitori della fitta rete di strade bianche e dei passaggi che permettono di attraversare i campi a piedi o in bicicletta, detti “sgiàvinis”, non semplici da riconoscere perché sempre meno diffusi. Non tutti gli abitanti, però, colgono una “armonia” tra elementi del paesaggio nelle vaste campagne della Bassa: per alcuni, l’agricoltura è vista come uno dei tanti settori economici del territorio, al pari delle aree industriali, e la bonifica è quindi associata al recupero dei terreni per scopi produttivi. In effetti, in alcune zone le coltivazioni intensive, i campi fotovoltaici e i grandi impianti di biogas rappresentano con evidenza il grande allontanamento dal quel mondo rurale, autentico e “genuino”, nel quale c’erano solo tante braccia a lavorare la terra, e tutta la comunità viveva in stretta simbiosi con gli elementi della natura, laguna compresa. Il lavoro manuale e la fatica sono due temi ricorrenti nelle descrizioni dei residenti: vengono associati non solo alla pratica agricola, ma anche alle stesse bonifiche, perché  gran parte delle opere si attuò grazie alla forza lavoro della popolazione. Vi è infatti una sorta di legame biunivoco tra le parole “bonifica” e “lavoro”: senza le bonifiche, in questi luoghi non sarebbe stata praticabile l’agricoltura, e quindi la possibilità per la popolazione locale di riscattarsi, avviando lo sviluppo agricolo ed urbanistico di tutto il territorio.

Foto 1: Mappa dei bacini di bonifica di Lignano ed entroterra, anni ’20 del ‘900 (Archivio del Consorzio di bonifica Pianura friulana); Foto 2: Canale collettore nei pressi del Cormor; Foto 3: Fossato tra due campi agricoli (© Atlante dei Luoghi); Foto 4: “Piantagione di riso a Paradiso di Pocenia” (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia); le risaie furono una delle prime coltivazioni agricole del territorio, già alla fine del Settecento.

Lo sapevi che

Il recupero dei terreni ad uso agricolo avvenne a discapito delle particolarissime aree umide che caratterizzavano questo territorio, come le zone di intersezione tra boschi e laguna, habitat ideale per le lontre, o le numerose polle di risorgiva, che davano luogo ad ampie praterie umide, o infine le paludi e le torbiere, preziose zone di riproduzione e popolamento per l’avifauna. Oggi alcuni lacerti di questo paesaggio perduto sono stati tutelati o ripristinati attraverso l’istituzione di aree protette, riconosciute come Biotopi e Siti di Importanza Comunitaria. Inoltre, vi sono anche alcune interessanti iniziative “dal basso”, come il progetto che si propone di ricreare, almeno in parte, l’antico rapporto tra laguna ed entroterra attraverso il ripristino di una zona umida all’interno di un terreno agricolo comunale, nelle vicinanze del Bosco di Muzzana.

FIUMI TURGNANO E MUZZANELLA

Questi due corsi d’acqua fanno parte del complesso reticolo di rogge che in passato scaturivano dall’antica palude di Mortegliano, dove il Cormôr perdeva il suo alveo. I percorsi dei fiumi Turgnano e Muzzanella risultano oggi pesantemente artificializzati in seguito ai lavori di bonifica, che li hanno rettificati e arginati, di fatto trasformandoli in canali. Ma non fu sempre così: un tempo essi attraversavano la pianura con percorsi tortuosi e ricchi di meandri, che presso l’abitato di Muzzana si intrecciavano tra di loro, forse spinti a ciò dal lieve rilevato orografico sul quale sorge il paese, e così, lo avvolgevano di corsi d’acqua tutt’intorno al suo perimetro. Verso Muzzana scorrono infatti due rogge, entrambe originate nella fascia delle risorgive: la Revonchio e la Levada Grande. L’idronomo Revonchio, forse derivato dal latino “revunculus”, o fiumicello, fu poi trasformato anche in Arvonchio, e come tale, ha probabilmente dato il nome anche al bosco di Muzzana, detto appunto la “Selva degli Arvonchi”. La roggia Revonchio si separa in due rami appena a monte di Muzzana, i quali scorrono rispettivamente a nord e a sud del paese, per poi ricongiungersi subito a valle di esso. La roggia Levada Grande, invece, storicamente sfiorava la Revonchio, per poi piegare a sud, con corso parallelo alla Revonchio. Entrambe sfociano in laguna nella Secca di Muzzana. È possibile che in seguito ad una piena in epoca storica, la Levada Grande si sia poi immessa direttamente nel Revonchio subito a sud di Muzzana, determinando un assetto idrografico che perdura sino ad oggi. I due tratti di fiume che proseguono a sud di Muzzana hanno quindi preso gli idronomi di Turgnano e Muzzanella: il primo ad indicare il corso del Revonchio a valle del paese, il secondo il corso residuo della Levada Grande a valle della confluenza con il Turgnano. I lavori di bonifica non hanno alterato la struttura di questo sistema, ma solo la conformazione degli alvei, riducendone significativamente il grado di naturalità. In particolare, il vecchio corso della Muzzanella è diventato la parte terminale del canale Cormôr, il cui tracciato dopo aver costeggiato il bosco Coda Manin, piega decisamente a sud, per poi sfociare direttamente in laguna. La Muzzanella attuale, quindi, si getta nel Cormôr appena passato il Coda Manin, nella località detta Rolàz, dove la confluenza tra i due fiumi alle spalle del grande bosco costituisce uno degli elementi di maggior rilievo paesaggistico della zona. Le bonifiche hanno tuttavia conservato l’antico tratto terminale della Muzzanella: poco prima dello sbocco del Cormôr in laguna, infatti, si distacca in destra idrografica il Canal Vecchio, proprio nel punto in cui i muzzanesi hanno costruito la loro darsena sulla laguna, il quale prosegue fino a sfociare nella Secca di Muzzana, dove condivide la sua foce con quella del Turgnano, creando un ultimo intreccio tra le loro acque. Oggi il Turgnano e la Muzzanella costituiscono parte integrante del paesaggio delle bonifiche, contribuendo con i loro alvei rettilinei e i verdi argini in terra, a strutturarlo e a caratterizzarlo. In particolare, in sponda destra del tracciato Muzzanella/Cormôr corre la SP121, la meravigliosa strada bianca che collega Muzzana con i suoi boschi planiziali, e proseguendo, con la darsena e l’argine lagunare: uno dei percorsi preferiti dai Muzzanesi. Il Turgnano non possiede invece un proprio percorso lungoargine: la sua realizzazione consentirebbe di chiudere bellissimo un anello da e verso Muzzana tra boschi, laguna e campagne della bonifica, sfruttando il tratto arginale tra la foce del Cormôr e quella del Turgnano.

Foto 1: Il Turgnano nei pressi della sua foce in laguna (© Atlante dei Luoghi); Foto 2: “Confluenza del fiume Muzzanella nel canale Cormor presso la località Rolàz” (Cartolina virtuale da Renzo di Muzzana); Foto 3: “Argine della Muzzanella, lato bosco Coda di Manin: una volta all’anno viene eseguito sfalcio ed è possibile percorrere l’argine” (Cartolina virtuale da Andrea di Muzzana).

FIUME ZELLINA

Il fiume Zellina è uno dei luoghi più amati dagli abitanti di Carlino. Infatti, è per via del fiume che sorsero i primi insediamenti su questo territorio, sin dall’età preistorica: ci sono una quarantina di siti archeologici che vanno dal neolitico all’epoca romana; alcuni di questi siti, come quello delle Fornaci della Chiamana, sono visitabili accompagnati da archeologi ed esperti, e le scuole locali organizzano abitualmente dei laboratori didattici con i ragazzi. Il Fiume Zellina era una importante via di comunicazione, sia per l’importazione che per l’esportazione dei prodotti locali, ed era navigabile fino a Carlino (si parla di un “Porto di San Tommaso Beckett” poco più a nord della strada provinciale). Oggi il fiume è un contesto naturale molto frequentato dai carlinesi, ma poco conosciuto dagli altri residenti del territorio; è un luogo amato per andare a passeggiare e, soprattutto tra i giovani, è ancora viva l’abitudine di fare il bagno a luglio e agosto presso i salti artificiali a nord del paese di Carlino, dove l’acqua è più corrente e fresca (ad esempio in località Levanduzza). Lungo quasi tutto il suo corso lo Zellina ha mantenuto il proprio alveo sinuoso e ricco di meandri, e grazie alle sue acque pulite, è anche molto pescoso; solo nella zona a sud di Carlino è stato necessario realizzare delle arginature, ma non per proteggersi dal fiume, quanto dalle acque lagunari: le aree adiacenti, infatti, si trovano per la maggior parte sotto il livello del mare, per cui le maree le inondavano risalendo il corso del fiume, generando aree paludose; questo tratto arginale è dunque pienamente funzionale alle opere di bonifica effettuate nel territorio. Oltre alle paludi, storicamente lungo il corso del fiume vi erano anche dei boschi molto estesi, anch’essi in gran parte abbattuti durante le bonifiche; ne restano comunque dei tratti importantissimi, come il Bosco Sacile, in sponda destra, il secondo per estensione tra i boschi planiziali della Bassa, mentre sulla riva opposta sono sopravvissuti altri quattro lembi di bosco: i boschi Bolderatis, Pra’ Quain e Venchiaratis, e il Bosco Code di Culune. Per collegare le aree boschive sulle due sponde del fiume, il Comune, anni fa, aveva proposto la realizzazione di un attraversamento dello Zellina in corrispondenza dell’area archeologica della “Chiamana”, ma la Regione negò il permesso, perché la zona interessata è un importante rifugio per l’avifauna.Tutto l’argine sinistro da Carlino alla foce è percorribile a piedi, quando gli sfalci periodici lo consentono. Uno dei siti più conosciuti e frequentati sullo Zellina è la bilancia; questa attività era diffusa lungo i fiumi della Bassa friulana, ma negli ultimi anni si è di molto ridotta: attualmente sullo Zellina ce ne sono due in attività, ma fino a qualche anno fa’ erano ben cinque. Qui infatti si possono pescare anche cefali, passere, branzini, sogliole: pesci di mare, perché lungo il tratto finale risale la marea, e con essa i pesci. Da Carlino alla foce ci sono mediamente 2 metri d’acqua, quindi la navigazione sul fiume è piuttosto agevole: lungo le sue sponde si possono contare, infatti, circa 50 barchini, con un approdo informale. Per migliorare la fruibilità del fiume, un’associazione del posto vorrebbe la realizzazione di una piccola darsena, come ne esistono sullo Stella e sul Cormôr -Muzzanella: tuttavia il punto critico è a valle della foce del fiume, nella zona detta Boce di Flunc che, come la secca di Muzzana, si sta progressivamente interrando, rendendo quasi impossibile l’uscita in laguna con la barca.

Nell’immagine 3: “Bilancia da pesca presso la foce della roggia Zellina – Carlino (foto del 2010).” Cartolina da Sergio di Carlino.

FIUME CORMÔR

l Cormôr è l’unico fiume di origine morenica (dunque non di risorgiva) che sfocia nella Laguna di Marano, e costituisce il principale elemento generatore di questo territorio: il suo corso torrentizio ha contribuito a plasmare la pianura friulana, provocando tuttavia fino alla prima metà del secolo scorso pesanti disagi alla popolazione, a causa dei suoi continui straripamenti. Va infatti ricordato che sino ai primi decenni del Novecento la Bassa Friulana era scarsamente popolata, proprio perché paludosa, malarica e con pochi terreni utili all’agricoltura. Questa situazione era determinata dal fatto che il Cormôr, nei pressi di Sant’Andrat, perdeva il suo alveo naturale formando una estesa palude, (detta di Mortegliano), che a sua volta generava una fitta rete di rogge e canali tra i quali, ad esempio, la Velicogna, la Cornariola, il Revonchio, la Corgnolizza, la Zellina. In caso di piogge intense queste rogge esondavano allagando i centri abitati. La situazione fu resa ancora più difficile dall’immissione nel Cormôr delle acque del torrente Lurana, attuata nel lontano 1486 dai Comuni di Billerio, Magnano ed Artegna, con la conseguenza di rafforzare ulteriormente le piene del torrente e delle rogge. Incredibilmente, questo stato di cose perdurò fino agli anni Cinquanta, quando vennero avviate le grandi opere di canalizzazione e regimentazione idraulica del fiume, tanto che oggi esso è considerato il cuore del paesaggio agricolo della bonifica. Per gli abitanti, il Cormôr è oggi un fiume da riscoprire. Nonostante in questo territorio il fiume sia stato pesantemente canalizzato, esso presenta ancora diversi ambiti ad elevata valenza paesaggistica e naturalistica, come ad esempio le numerose “cascatelle” formate dalle briglie e dai salti di fondo del canale (funzionali a regolarne le piene), o i laghetti vicini al Bosco Boscat, al confine tra i Comuni di Muzzana, Castions di Strada e Carlino, o infine la Palude Moretto, bacino di laminazione delle piene e ultimo retaggio delle antiche paludi, oggi tutelata come area protetta. Il corso del Cormôr funge anche da corridoio ecologico e nei suoi pressi è facile vedere animali selvatici come volpi, lepri, caprioli o cinghiali. Ma le sue alte arginature non sono solo un passaggio protetto per la fauna: sulla sommità corrono infatti delle comode strade bianche, percorribili a piedi e in bicicletta, che rappresentano un importante asse di collegamento tra gli elementi naturalistici del territorio tanto da essere inserite nel sistema della “Boscovia”, la rete dei percorsi che unisce i boschi planiziali della Bassa.

Foto 1: Il Cormôr a Muzzana; Foto 2: Le “cascate” del Cormôr, nel tratto al confine tra Pocenia e Castions di Strada (© Atlante dei Luoghi). Foto 3: “Tramonto primaverile sul Cormor. Il lento e placido scorrere dell’acqua verso la laguna favorisce lo specchiarsi delle nuvole e del sole al tramonto primaverile in un ambiente tipico della bassa friulana..” (Cartolina Virtuale da Sergio di Carlino).

Lo sapevi che

I residenti, soprattutto i più anziani, vedono nelle bonifiche una grande operazione che portò migliorie e benessere alla popolazione locale, costantemente afflitta da disoccupazione e miseria. Uno degli eventi più rappresentativi di quel periodo furono le “Lotte del Cormôr”, una mobilitazione che coinvolse disoccupati, braccianti e contadini della Bassa Friulana, allo scopo di chiedere alla politica e alle istituzioni pubbliche lavoro e condizioni di vita migliori. All’origine delle manifestazioni stava il disinteresse delle autorità alla realizzazione dell’opera di canalizzazione del Cormôr, che avrebbe costituito l’ultimo grande capitolo delle bonifiche condotte nel corso del Novecento; un fatto che spinse gli stessi cittadini ad agire. Lo “sciopero alla rovescia” iniziò all’alba del 19 maggio 1950 e continuò nei mesi successivi; migliaia di braccianti e disoccupati, muniti di badili e carriole (e auto-organizzati in squadre secondo il Comune di provenienza), iniziarono in autonomia i lavori di scavo e arginatura del canale, dando luogo ad uno storico ed esemplare movimento di protesta popolare non violenta.

LOCALITA’ “ROLÀZ”

Il punto in cui le acque della Muzzanella confluiscono nel Fiume Cormôr, nelle vicinanze del Bosco Coda Manin, è conosciuto con il nome di “Rolàz”. La prima citazione del toponimo risale al periodo Patriarcale (“ad cessum Rovoratij”, a. 1336) ed indicava un antico approdo di barche sulla Muzzanella. Questo luogo è oggi assiduamente frequentato dai pescatori del posto che, con il supporto della loro associazione “El Turgnan”, hanno qui realizzato una piccola area verde attrezzata, molto frequentata dalla popolazione anche per fare pic-nic e scampagnate, ad esempio in occasione di Pasquetta o Ferragosto, o semplicemente per sostare sotto agli alberi ascoltando il rumore delle acque di questi fiumi. Fino a non molto tempo fa, questo era anche un famoso punto di balneazione sul Cormôr: i giovani si tuffavano dal lato a monte del ponte sul canale, per poi passare sotto alle arcate, e dimostrare così il loro coraggio. Oggi la balneazione in questo luogo non è più permessa: segno dei tempi che cambiano?

Lo sapevi che

Nel piccolo parco vi è una scultura in legno che rappresenta un uomo a grandezza naturale. È dedicata alle migliaia di “Badilanti” e “Carriolanti” che, con la sola forza delle loro braccia, contribuirono alla bonifica della Bassa Friulana, con particolare riferimento all’imponente opera di arginamento del Cormôr avviata, per l’appunto, con le Lotte del Cormôr. La loro vicenda passò alla storia come esempio di “sciopero alla rovescia” che vide coinvolta l’intera popolazione locale nella realizzazione delle opere di canalizzazione del fiume, come reazione alla perdurante inerzia delle Autorità Pubbliche.

IDROVORE

La Bassa Friulana è chiamata così perchè molta parte delle sue terre si trova sotto il livello del mare. Per questo motivo nel territorio sono oggi presenti numerosi impianti idrovori, che mantengono le terre all’asciutto, difendendo i centri abitati dagli allagamenti e dalle alluvioni, e rendendo possibile la coltivazione dei campi. Queste strutture costituiscono dei veri e propri “landmark” all’interno del paesaggio di bonifica, segnalando la prossimità del margine lagunare. Le prime grandi idrovore risalgono alle bonifiche di inizio secolo, e si caratterizzano per le loro architetture ben curate, che si stagliano nelle campagne: in particolare, le idrovore Planais (1921), in Comune di San Giorgio, Lame Vecchia (1925), in Comune di Latisana, e Fraida (1925-6), in Comune di Palazzolo. Alcune idrovore sono vissute dai residenti anche come luoghi di socialità, come ad esempio l’idrovora Punta Turgnano di Muzzana, zona di ritrovo per i ragazzi del paese e di campeggio durante i giorni di Pasquetta e ferragosto, oppure l’idrovora Fraida a Palazzolo, attigua alla Bilancia di Bepi e alla darsenella turistica, due importanti punti attrattivi del territorio. In alcuni casi, queste strutture rappresentano degli interessanti esempi di storia della tecnica; il macchinario dell’idrovora “Lame Vecchia”, ad esempio, venne trasportato via mare da Venezia: pesava 1000 quintali! Entrò in funzione nel 1925 ed è ancora oggi operativo, con una capacità di 6500 litri al secondo. Molti edifici recano inoltre i segni del periodo storico in cui furono realizzati come, ad esempio, i fasci littori affissi nei manufatti degli anni Venti e Trenta (in parte oggi rimossi), o le tracce dei proiettili esplosi durante la Seconda Guerra Mondiale (sembra per la fucilazione di alcuni partigiani), ancora visibili sulla parete sud dell’idrovora Lame. Alle idrovore i residenti associano anche le figure dei tecnici manutentori che ancora oggi sovrintendono al corretto funzionamento degli impianti; questo personale viene assegnato stabilmente a un ambito territoriale per cui, dovendosi recare con frequenza in loco per effettuare i controlli, è una figura conosciuta dai residenti; se si è fortunati, può anche capitare di ascoltare le memorie e gli aneddoti legati al suo lavoro. In generale, gli abitanti sono molto affezionati a queste strutture, che sono state decisive per lo sviluppo agricolo, e non solo, di questo difficile territorio. 

Foto 1: “La vecchia idrovora di Planais” (Cartolina virtuale da Antonella di San Giorgio di Nogaro); Foto 2: Idrovora Fraida (Palazzolo dello Stella); Foto 3: Idrovora Lame Vecchia (Latisana); (© Atlante dei Luoghi). Foto 4: Schema di un impianto idrovoro (© Consorzio di Bonifica Pianura Friulana).

BIOTOPI SELVUCCIS E PRAT DAL TOP

Biotopi e zone umide rappresentano parti residuali del territorio della Bassa rimasti nella condizione “naturale”, pre-bonifica. In molti casi sono frutto di interventi di rinaturalizzazione, mentre alcuni si sono conservati nel tempo, mantenendo inalterate le proprie caratteristiche ambientali e una elevatissima biodiversità. Sono visti dai residenti come un tratto eccezionale del paesaggio agricolo, che un occhio attento riesce subito a identificare rispetto alla campagna circostante, coltivata in modo intensivo, e che per questo contribuiscono a rendere vario e articolato il paesaggio agricolo circostante. Non sempre sono facili da raggiungere: generalmente non sono segnalati, e non è previsto che siano visitabili e fruibili dalle persone. In particolare, questi due biotopi in Comune di Pocenia sono stati istituiti per la presenza di habitat di specie a rischio di estinzione, oltre che per la presenza di numerosi uccelli e mammiferi, che attirano qui molti appassionati di birdwatching. Entrambi i siti erano aree agricole fino agli anni Ottanta: sono infatti ancora riconoscibili, anche se in fase di interrimento e rinaturalizzazione, i segni dei canali di scolo per il drenaggio dei terreni. Il biotopo “Selvuccis” è un prato umido delimitato a est dalla Roggia Velicogna, nei cui pressi si possono ancora osservare alcune olle di risorgiva, coperte da vegetazione spontanea; il “Prat dal Top” è invece un’area boscata e selvaggia; queste zone lasciate allo stato naturale attirano molti animali, e soprattutto alla mattina presto si possono facilmente vedere volpi e caprioli. I residenti amano fare passeggiate nei pressi di questi siti, grazie alla presenza di una rete di strade bianche molto ben tenute, e facilmente percorribili anche in bicicletta.

Foto 1: Il biotopo Prat dal Top; Foto 2: Biotopo Selvuccis (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

La zona delle risorgive è protetta dal 1975, poco dopo alla conclusione delle opere di bonifica fondiaria. Ad oggi sono stati realizzati dalla regione diversi progetti di ripristino ambientale, ad esempio ricreando le condizioni originarie delle antiche torbiere in alcune aree che erano diventate campi di mais. Anche se le istituzioni e alcune comunità locali si stanno impegnando a proteggere e a ripristinare questi ambienti particolari, ancora oggi vi è poca consapevolezza da parte della popolazione dell’importanza e del valore ambientale di tali aree, che permettono la sopravvivenza di piante uniche e rare.

BIOTOPO PALUDE FRAGHIS

Quest’area umida, ricca di acque di risorgiva (anche nota come “palude di Porpetto”), è situata tra il centro abitato del capoluogo e l’autostrada A4.  È tutelata come biotopo regionale sin al 1998 e la sua estensione è di circa 23 ettari: è un’area ambientale particolarmente importante perché conserva una delle più estese olle di risorgiva superstiti in questo territorio e rappresenta un vero scrigno di biodiversità soprattutto per le specie vegetali. Anche dal punto di vista faunistico l’importanza del sito è rilevante, data la funzione di rifugio svolta dall’area per molte specie caratteristiche delle zone umide, tra le quali diverse specie anfibie, rettili e la testuggine d’acqua. Infine, l’area è anche un importante sito di rifugio e riproduzione per molte specie di uccelli, tra le quali anche il Tarabusino (Ixobrychus minutus), il Falco di palude (Circus aeruginosus), il Tarabuso (Botaurus stellaris), l’Airone cenerino (Ardea cinerea) e il Martin pescatore (Alcedo atthis). Purtroppo in anni recenti questo sito è stato colpito da un incendio che ne ha compromesso una porzione significativa.

(Foto © Regione Fvg).

BIOTOPO PALUDI DEL CORNO

BIOTOPO PALUDE MORETTO E CASSA DI ESPANSIONE DEL CORMÔR

BIOTOPO TORBIERA SELVOTE

(Foto © Atlante dei Luoghi).

FOCE DEL FIUME CORNO E DARSENE DELLE ASSOCIAZIONI NAUTICHE

La foce del fiume Corno costituisce l’affaccio sulla laguna del Comune di San Giorgio di Nogaro. Superati il porto e la zona industriale si raggiungono le darsene delle associazioni diportistiche locali (Gruppo Sportivo Dilettantistico Lagunare, Associazione Nautica San Giorgio, Circolo Nautico Laguna San Giorgio), poste proprio sul limitare del margine lagunare. Queste strutture, insieme ad alcune scuole di vela, sono state realizzate piuttosto recentemente, usando soprattutto legno e altri sistemi leggeri e reversibili, quindi compatibili con il paesaggio e con l’ambiente, e sono molto utilizzate dai residenti. Infatti, anche se il paese è situato nell’entroterra, San Giorgio è storicamente legato alle attività marinare grazie alla sua posizione sul fiume Corno, che gli apriva la via della laguna e poi del mare. Il rapporto dei sangiorgini con la Laguna è molto personale: mentre le grandi Marine create sul fiume ospitano yatch e imbarcazioni d’altura a vela e motore, portate qui da armatori provenienti anche da lontano, in molti a San Giorgio possiedono una piccola barca per la navigazione lagunare: si sentono quindi parte della Laguna, e la vivono in modo stretto. Non per tutti però è così: chi non ha la possibilità di vivere il fiume navigandoci, si sente più legato all’entroterra e percepisce la laguna come un elemento distante. Anche i fruitori delle Marine lungo il fiume generalmente vivono poco la laguna, e sfruttano il canale di Porto Buso per raggiungere velocemente il mare aperto. Il quadro della foce del Corno non può mancare di un’ultima pennellata: la presenza di alcuni Casoni da pesca maranesi. Sono situati oltre l’argine lagunare, e risultano accessibili solo dalla laguna; chi tenta di raggiungerli provenendo dalle vicine darsene, trova una folta barriera di tamerici ad impedirne non solo l’accesso, ma addirittura, anche quasi la vista.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

CENTRO CANOA SAN GIORGIO

L’Associazione sportiva Canoa San Giorgio è un fiore all’occhiello di questo territorio, sin dalla sua nascita nel 1968: i suoi atleti hanno infatti vinto numerosi titoli sia a livello nazionale (ben 357 titoli di Campione d’Italia!) che a livello internazionale, distinguendosi per diversi anni come migliore Società canoistica in Italia. La sede attuale si trova sulla sponda sinistra del fiume, nella frazione di Villanova; in questo tratto il Corno è percorso anche da navi di grandi dimensioni, ma la larghezza del fiume è tale che si può praticare, compatibilmente con la navigazione, anche il canottaggio tradizionale a remi, e non solo la canoa. Questa è una realtà molto sentita e frequentata dai residenti: chi non fa canottaggio viene in questa zona per passeggiare, e magari osservare gli atleti allenarsi sulle calme acque del fiume, che qui è stato rettificato anche per consentire lo svolgimento dei campionati internazionali. Alla vivacità di questo luogo contribuisce anche la piccola darsena adiacente alla Canoa, realizzata nel punto di immissione della roggia Zumiel nel fiume Corno.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Da circa una ventina d’anni sul Corno si tiene una manifestazione, chiamata “Batelade di Villegnove”, che consiste nella risalita del fiume con partenza dal Centro canoa. Questa gara si svolse per la prima volta nella primavera del 2002, quando un gruppetto di amici della frazione di Villanova decise di sfidare la frazione di Porto Nogaro in una gara di velocità da compiersi sulle tipiche imbarcazioni da fiume, le “batele”. Il percorso è rimasto invariato fino ad oggi, prevedendo la risalita del fiume Corno fino al ponte di Villanova, dove la gente si raduna per assistere all’arrivo e così iniziare la festa nei chioschi.

ARGINE DESTRO

In Comune di San Giorgio ci sono numerosi approdi informali lungo il Corno, soprattutto verso Nogaro, fino all’altezza del Porto Vecchio. Tuttavia, non esiste un percorso che segua il fiume a sud del capoluogo comunale; inoltre, a partire dalla frazione di Porto Nogaro, l’unica infrastruttura percorribile è la SP 80 che attraversa la zona industriale di San Giorgio. Questa strada a doppia corsia è sentita come una forte cesura tra il paese e il fiume, perché non permette di vivere il Corno lungo la sponda destra, sino alla Foce. Come conseguenza, questo lato del fiume è frequentato solo da chi lavora negli stabilimenti industriali, o da chi frequenta le marine turistiche. Fra queste, la prima, storica, fu Marina San Giorgio; la struttura può ospitare fino a 300 imbarcazioni, anche di grandi dimensioni: infatti, per la facile raggiungibilità della bocca di Porto Buso, queste marine sono molto apprezzate per ormeggiarvi in tutta sicurezza imbarcazioni per la navigazione in mare aperto, e non nei bassi fondali lagunari. Le marine commerciali sul Corno complessivamente oggi ospitano circa 2000 posti barca; sono dotate di numerosi servizi, e per questo motivo sono frequentate non solo dai residenti nella zona, ma anche dai navigatori stranieri, soprattutto quelli provenienti dall’ Austria. Nonostante questi poli turistici siano di fatto circondati dalla grande zona industriale dell’Aussa-Corno, l’impressione dei navigatori che discendono il tratto finale del fiume, anche in canoa o con piccole barche, è comunque quella di ritrovarsi in un luogo naturale, piacevole da percorrere per quanto fortemente antropizzato, e a tratti, persino selvaggio.

Foto 1: La riva destra a nord di Porto Nogaro; Foto 2: Uno dei pochi punti fruibili, nei pressi della Chiesa di Nogaro; Foto 3: Vista della sponda destra e della Marina San Giorgio (© Atlante dei Luoghi).

ARGINE SINISTRO A VILLANOVA

La sponda sinistra del fiume, dalla frazione Villanova di San Giorgio fino al fiume Ausa, è caratterizzata dalle grandi opere di bonifica realizzate nel corso della prima metà del Novecento, che hanno radicalmente trasformato la fisionomia di queste terre, in origine paludose e malariche. Sulla sponda opposta campeggiano invece gli insediamenti industriali dell’Aussa-Corno, cesura invalicabile tra il paese ed il fiume. Come conseguenza di questa situazione sulle due sponde, lungo il suo tratto finale il Corno perde in gran parte la caratteristica vegetazione riparia o quelle aree allo stato naturale che lo avevano accompagnato lungo tutto il suo corso; tuttavia, il fiume presenta ugualmente un aspetto suggestivo, che lo rende un luogo amato dai sangiorgini; forse anche per via della notevole larghezza dell’alveo che il fiume qui acquista, che riesce a svaporare l’affollamento delle attività sulle sue sponde in un senso di pace e tranquillità. La zona maggiormente frequentata è proprio quella in sponda sinistra, da Villanova in giù: in particolare, dove c’è la sede della Canoa San Giorgio, inizia una strada sterrata che prosegue sotto l’argine fino alla foce dell’Ausa; è un percorso usato da moltissime persone sia per camminare che per fare jogging; ma è molto utilizzata anche dai pescatori, che da essa risalgono poi sull’argine, dove si sistemano per le loro pescate. Se ne stanno così, anche pomeriggi interi, magari sotto l’ombrellone, per ripararsi dal sole. La zona più frequentata è quella dell’ultimo tratto, verso la confluenza dell’Ausa, per la tranquillità dei luoghi (qui c’è anche un’importante area naturalistica a canneto, su cui da alcuni anni nidifica il Tarabuso), ma anche per la possibilità di pescare diverse varietà di pesci, grazie alla commistione tra acque dolci e salmastre provenienti dalla laguna di Marano. Infine, la sponda sinistra del fiume è anche ben collegata da una fitta rete di strade bianche ai vicini paesi di Malisana e Torviscosa, meta abituale per gite in bici attraverso le campagne; le comunità di San Giorgio e di Torviscosa, infatti, sono strettamente legate, visto che fino al 1940 erano soggette ad un’unica amministrazione. Dalla sponda sinistra non è però possibile raggiungere la foce del Corno, che è raggiungibile solo dalla sponda destra.

Strada bianca nei pressi dell’argine sinistro a sud della Roggia Zumiel (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Il tratto finale del fiume presenta delle arginature più consistenti, dovute al fatto che il Corno risente molto delle maree, e in alcune condizioni atmosferiche alcuni tratti del basso corso possono essere a forte rischio di esondazione.

IL CORNO A PORPETTO

Il Corno a Porpetto ha un tracciato ancora molto naturale, solo in parte ritoccato dagli argini, e per questo conserva una particolare bellezza del paesaggio. Nella frazione di Castello molti abitanti hanno la casa che confina direttamente con il fiume, che è un fondamentale punto di riferimento per la comunità e che viene anche fruito a scopi sportivi con canoe e con imbarcazioni di piccola taglia. In questo tratto il fiume ha un carattere abbastanza selvaggio: l’altezza dell’acqua può arrivare a due metri, ma in generale il livello del fiume si alza e si abbassa all’improvviso (in questo tratto è anche stata anche misurata la sua profondità massima, ad oltre 5 metri). Per questa caratteristica, in questa zona era praticata una particolare tecnica di navigazione, che utilizza lo “Sbordon”, ossia una pertica lunga 4-5 metri, fatta in legno di salice, che serve a spingere anche controcorrente le tipiche imbarcazioni fluviali a fondo piatto: si naviga così, ricercando sul fondale i punti più duri su cui far leva per poter spingere in avanti le imbarcazioni. Le discese in canoa e Sbordon partono tipicamente da Castello, per arrivare fino a sotto Porpetto, in corrispondenza del “Puint di Stalis”: è una bella navigata, che attraversa zone molto verdi, dove si può godere di un ambiente suggestivo. Dopo questo punto il Corno è deviato nell’allevamento di trote, per cui la navigazione deve continuare nel ramo morto del fiume, ma si fa meno agevole e decisamente difficoltosa.

Foto 1: Vista del fiume nel tratto a valle dell’allevamento di trote; Foto 2: Discesa del fiume con lo Sbordon (© Simone Bernardi).

Lo sapevi che

La navigazione con lo Sbordon è una tradizione abbastanza unica che si ritrova solo a Porpetto, e che è la protagonista di una manifestazione che si tiene sul fiume Corno da oltre 30 anni, coinvolgendo soprattutto i giovani del paese. Si tratta di una gara di andata e ritorno, prima in discesa e poi in salita lungo il fiume, nella quale i concorrenti debbono usare esclusivamente questo strumento. La vittoria va a chi impiega il minor tempo tra discesa e risalita. Questa gara costituisce forse il principale presidio per la trasmissione di questa tradizione alle nuove generazioni, e per questo viene considerata come un evento di grande importanza dalla popolazione locale, come fattore sia di aggregazione sociale, sia di rafforzamento della comunità e del suo rapporto millenario con il fiume.

STRADA BASSA

La strada che costeggia il fiume Corno collegando il paese di Porpetto alla frazione Chiarisacco di San Giorgio di Nogaro, detta anche “strada bassa”, è utilizzata dai residenti per andare a camminare e a correre. Gli abitanti sono infatti molto legati a questo percorso che attraversa la campagna tra i due Comuni, e intercetta il fiume Corno subito a monte dell’allevamento ittico. Un tempo, il ponte sul fiume era di legno, ed era detto “il Puint di Stalis”; oggi è in cemento, con un intradosso particolarmente basso; la presenza del ponte e, subito dopo, dello sbarramento fluviale dell’impianto ittico, costituiscono un ostacolo insuperabile per la navigazione nel tratto alto, tanto che proprio al “Puint de Stalis” hanno tradizionalmente termine le discese con canoe o “sbordon”. Dopo il ponte la strada prosegue in sponda sinistra del fiume, costeggiando l’allevamento di trote; per molti residenti questo impianto, realizzato proprio sull’alveo del fiume, è “una ferita” che preclude la piena valorizzazione di questo tratto del Corno, perchè non consente né la navigazione, né di passeggiare lungo le sue sponde. L’impossibilità di realizzare un percorso continuo lungo il fiume tra San Giorgio e Porpetto è visto da molti come una opportunità persa, anche in considerazione del fatto che questo corso d’acqua è molto stabile dal punto di vista delle portate, con esondazioni praticamente inesistenti, ed è quindi molto sicuro.

Foto 1: Il Punt di Stalis; Foto 2: La strada a sud di Porpetto (© Atlante dei Luoghi).

LAGHI DEL FIUME CORNO

Storicamente, lungo il tratto del fiume Corno in Comune di Porpetto si potevano individuare tre aree umide importanti: i “laghi di sopra”, situati al confine con il Comune di Gonars, i “laghi di mezzo” a Castello, e il “lago di sotto” a Porpetto. I laghi di sopra sono noti per la presenza del “vecchio mulino”, risalente al XVIII° secolo e ancora esistente anche se in stato di abbandono; oggi in quest’area vi è un ristorante noto per servire la miglior trota affumicata della zona, che viene allevata nell’attiguo allevamento ittico. Questi laghi sono un importante punto di ritrovo per la comunità locale e non solo: qui ha infatti sede l’associazione canoistica del Fiume Corno, che organizza gare di livello internazionale tra le quali spicca la disciplina della Canoa-Polo, uno sport di squadra simile alla pallanuoto, ma praticato su canoe o kayak.

I “laghi di mezzo” costituiscono l’ultimo lacerto dell’antico Parco della Quiete; quest’area fu infatti risanata nei primi anni dell’Ottocento dal nobile friulano Cintio Frangipane, che qui volle realizzare un grandioso giardino romantico, con l’inserimento di laghi, colline artificiali e altri punti attrattivi, quali la ‘casina di meditazione’. Del Parco originario, diviso in due dal tracciato dell’Autostrada A4, restano pochi lacerti, tra cui i laghetti (oggi di proprietà privata) posti tutt’intorno alla chiesa e al suo centro parrocchiale. 

Il “lago di sotto”, infine, è quello situato a fianco della chiesa di Porpetto; un tempo il lago era molto più grande, tanto che la chiesa stessa sorgeva su di un’isola al suo centro, ed era raggiungibile solo con un ponticello di pietra. Questo lago venne poi in gran parte bonificato, in modo da collegare la chiesa direttamente con il paese e da ricavare nuovi spazi aperti, oggi destinati a parcheggio, sagrato, giardino e aree giochi, e molto utilizzati soprattutto dai più giovani. Il lago di sotto è compreso nell’ambito del Parco Intercomunale del Fiume Corno: subito dietro l’abside della chiesa, un ponticello lo collega con il percorso attrezzato che si estende in sponda destra del fiume; si tratta di un luogo ameno, molto frequentato dalle famiglie del paese. 

Foto 1: I Laghi di sopra, utilizzati anche per tornei di Canoa-Polo; Foto 2: Il mulino settecentesco nei Laghi di sopra; Foto 3: Uno dei Laghi di mezzo, situati a ridosso dell’Autostrada A4;  Foto 5: Area verde realizzata sul “fossato” che originariamente cingeva la Chiesa di Porpetto, in corrispondenza dei Laghi di sotto (© Atlante dei Luoghi). Foto 4: Planimetria del Parco della Quiete a Castello di Porpetto, disegno acquerellato, XIX secolo, collezione privata (© Regione Fvg).

Lo sapevi che

Da una ventina d’anni il fiume e i laghetti sono protagonisti di una gara a squadre, la “Reinocarb” (ossia la parola Braconier al contrario): le attività organizzate durano l’intera giornata e coinvolgono i partecipanti (inizialmente soprattutto pescatori e cacciatori del posto) in prove di abilità, precisione e forza, ispirate ai giochi della tradizione storica del paese. Questa manifestazione è molto seguita dai giovani e, grazie alla nutrita partecipazione da fuori comune registrata nelle ultime edizioni, permette di far conoscere i tanti luoghi di interesse lungo il Corno.

PARCO DEL FIUME CORNO

Questo parco intercomunale si sviluppa lungo tutto il corso del fiume, dalle sue sorgenti, in Comune di Gonars, fino alla foce, coprendo una estensione di circa 200 ettari; include due importanti aree protette: il Biotopo “Paludi del Corno” e il Sito di Importanza Comunitaria (S.I.C.) “Palude Fraghis”, che rappresentano un importante presidio per la biodiversità di questo territorio. A Porpetto alcuni ambiti del parco sono stati attrezzati come aree verdi comunali, come ad esempio l’area retrostante la Pieve di San Vincenzo; in altre zone invece ci sono dei semplici punti di accesso; alcune aree infine non sono fruibili liberamente in quanto sono di proprietà privata, come nel caso dei laghetti vicino alla Chiesa di Castello (anche detti Laghi di mezzo). A San Giorgio il Parco è fruibile in diversi punti, dove sono state realizzate anche delle zone verdi attrezzate, anche se per gli abitanti potrebbe esprimere una valenza maggiore se le varie aree fossero collegate tra loro, ove possibile, lungo il fiume; ci sono infatti diversi parchi pubblici sul Corno, piccoli o grandi: a Chiarisacco, nel capoluogo, a Villanova e a Nogaro, ciascuno delle quali potrebbe essere valorizzato, ad esempio assegnando delle funzioni prevalenti (sportiva, ricreativa e/o di ritrovo, ecc.). Questa rete diventerebbe anche un importante asse di collegamento fra i tre Comuni (Gonars, Porpetto e San Giorgio), offrendo ai cittadini la possibilità di scoprire anche altre zone sul corso del fiume, sinora dimenticate o poco conosciute; in tal modo, si rafforzerebbe anche il tradizionale ruolo del fiume quale elemento di unione tra le comunità che vivono sulle sue sponde, un ruolo che già in passato gli valse l’appellativo di “fiume delle quattro chiese” in quanto univa le parrocchiali dei principali paesi sorti sulle sue sponde: la chiesa di Castello (che un tempo era un convento di Frati Francescani), la Pieve di San Vincenzo a Porpetto, la chiesa di San Floriano Martire a Villanova e infine la chiesa di San Leonardo nella frazione di Nogaro.

Foto 1: Il Parco del Corno a Porpetto, nei pressi della Pieve di San Vincenzo; Foto 2: Area attrezzata a Chiarisacco;  Foto 3: Area verde sul Corno a San Giorgio; Foto 4: Il parco di Villanova (© Atlante dei Luoghi).

PERCORSO CICLABILE SULLA CORGNOLIZZA

Nel suo tratto finale, la roggia Corgnolizza attraversa l’abitato di San Giorgio di Nogaro, tra il capoluogo e la frazione Zuccola. Il toponimo di questa località deriva dal friulano zùc o cùc, che indica un terreno elevato: sembra infatti che, nei pressi della Corgnolizza, esistesse un castelliere e quindi, in epoca romana, un edificio in muratura. A fianco del corso d’acqua è stato realizzato un bel percorso ciclopedonale, che inizia nei pressi dell’area sportiva e termina nel punto in cui la roggia si immette nel fiume Corno, vicino alla stazione delle corriere. Questo percorso è molto apprezzato dai residenti, perché corre vicino al centro del paese di San Giorgio, e allo stesso tempo, permette un contatto molto ravvicinato con questa storica roggia, da sempre molto frequentata dagli abitanti, tanto da essere un tempo considerata la “spiaggia” del paese.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PALUDE SELVOTE E ROGGIA CORGNOLIZZA

La fascia delle risorgive, situata a sud della Strada Napoleonica (SR 252) che divide l’Alta dalla Bassa pianura friulana, è molto frequentata da studiosi, amanti della natura a dagli appassionati di caccia e pesca. Tutta la zona è infatti punteggiata da numerosi biotopi e Siti di Importanza Comunitaria (S.I.C.), aree protette per la presenza di habitat dove si possono ancora osservare specie endemiche e a rischio, sia animali che vegetali. Anche se questi luoghi per la maggior parte non sono fruibili al loro interno, proprio per non interferire con il delicato ecosistema che preservano, essi sono abitualmente meta di gite a piedi o in bicicletta, grazie alla rete di strade bianche che li costeggiano, permettendo un contatto ravvicinato con queste aree ad elevata naturalità. Questi siti riescono a restituire ancora oggi un’immagine del territorio così come doveva essere prima delle opere di bonifica; nel loro insieme, inoltre, contribuiscono a rendere variegata e articolata la campagna bonificata, che infatti nella Bassa friulana assume caratteri decisamente meno monotoni e banali rispetto ad altre zone di Italia. 

Una di queste aree è la “Palude Selvote”, in Comune di Castions di Strada, dalla quale ha origine la Roggia Corgnolizza. Questa roggia prende il suo nome dal paese di Corgnolo, in Comune di Porpetto, bell’esempio di borgo rurale ancora ben conservato, famoso per il grande presepe a grandezza naturale che viene allestito proprio negli ambiti adiacenti alla roggia. La Corgnolizza collega diversi ambiti naturalistici, come torbiere, zone umide e boschi; ci sono inoltre diversi percorsi che, partendo dal biotopo, attraverso strade bianche e sterrate raggiungono questi siti, anche se manca una segnaletica specifica, e chi non è del posto può incontrare difficoltà ad orientarsi.

La roggia nei pressi del Bosco della Sgobitta a Porpetto (© Atlante dei Luoghi).

MARINA SAN GIORGIO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PORTO VECCHIO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PUINT DI STALIS

(Foto © Atlante dei Luoghi).

LANTERNA DI LIGNANO

Il Faro rosso che si trova davanti alla bocca di Porto di Lignano è uno dei simboli più distintivi di Lignano Sabbiadoro. Dal faro, collegato alla spiaggia da una passerella di legno, si gode di una splendida vista sulle isole lagunari, e sul viavai di barche che vanno e vengono dai numerosi approdi in laguna, come Aprilia Marittima, le darsene sullo Stella, o della stessa Marano. Ogni anno, all’alba del solstizio d’estate, qui si tiene un concerto di musica classica. Il faro è anche un luogo di ritrovo per i giovani, e punto di partenza o di arrivo delle passeggiate sul lungomare.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

LITORANEA VENETA

Questo canale artificiale lungo ben 127 chilometri, di cui 68,5 sono in Veneto e 58,5 in Friuli Venezia Giulia, ancora oggi collega la Laguna di Venezia con la foce dell’Isonzo attraversando ambiti molto suggestivi e di interesse storico-ambientale. La navigazione endo-lagunare in questo territorio era utilizzata già in epoca romana, ed è poi stata sviluppata dalla Serenissima a cui si deve gran parte dell’attuale tracciato. La Litoranea era ancora perfettamente in funzione fino al secolo scorso, soprattutto per il trasporto di merci, ma negli ultimi decenni è andata in disuso, anche per l’assenza di manutenzione e dei dragaggi, tanto che è ormai poco conosciuta dai residenti, nonostante rappresenti una grandissima potenzialità per lo sviluppo di un turismo “lento”, come avviene già su numerosi fiumi e canali navigabili europei.

Nel tratto che attraversa la Laguna di Marano, la Litoranea coincide con i principali canali navigabili lagunari, mentre all’imbocco del Canale Bevazzana la Litoranea riprende il suo corso come via di navigazione interna, segnando il confine tra Lignano Sabbiadoro e Latisana. Il suo percorso attraversa quindi il fiume Tagliamento, che risulta in tal modo collegato alla laguna da un sistema di Porte Vinciane, che permettono di separare i due bacini d’acqua (la differenza del livello medio è di circa un metro) e di proteggere la laguna dalle piene del fiume.

Foto storica: Naviglio nel Canale di Bevazzana (© Associazione La Bassa, Latisana); Foto 2: le Porte Vinciane sul fiume Tagliamento.

Lo sapevi che

In epoca romana, nei mesi invernali, a causa della bora e della nebbia, il mare Adriatico restava «clausum», cioè precluso alla navigazione. Pertanto, ove possibile, si cercò di attivare la navigazione interna, sfruttando i fiumi e gli altri corpi d’acqua naturali, collegandoli con canali artificiali chiamati «fossae». In epoca Augustea, con lo spostamento della flotta militare a Ravenna, la navigazione endolitoranea nell’alto Adriatico ricevette un forte impulso: venne realizzata in quel periodo la Fossa Augustea, che permetteva di congiungere tragitti precedenti in un’unica infrastruttura per la navigazione interna, capace di congiungere Ravenna con Aquileia; questa opera consentiva una navigazione sicura per battelli con una stazza fino a 20-25 tonnellate. Una descrizione di questo tipo di navigazione, particolarmente dettagliata e suggestiva, è fornita da Cassiodoro in pieno VI° secolo d.C.: «Le vostre imbarcazioni non hanno da temere gli aspri venti: raggiungono il porto felicemente e non possono affondare, anche se spesso si incagliano. Da lontano sembra quasi che siano guidate in mezzo ai prati, perché non se ne vede lo scafo. Avanzano trainate da funi, esse che solitamente dalle gomene sono tenute ferme e, mutata condizione, sono gli uomini che aiutano le loro navi sospingendole. Le imbarcazioni procedono senza difficoltà e, invece dell’incerta navigazione a vela, si giovano del passo sicuro dei marinai».

BOCE DI FLUNC

Il toponimo “Boce di Flunc”, che significa “foce del Fiume”, indica l’ambito in cui lo Zellina sfocia nella laguna, formando una barriera fangosa. Questo fiume infatti, a differenza del Corno o dello Stella, non ha più un suo canale di sbocco diretto verso il mare: lo scavo del canale di Porto Buso, effettuato per favorire la navigazione delle grandi navi da e verso il fiume Corno, ha determinato squilibri alla circolazione delle correnti lagunari tali da determinare l’interramento dell’antico canale dello Zellina, che originariamente conduceva le sue acque tra l’isola di Sant’Andrea e l’isola delle Conchiglie; questa alterazione del regime idraulico lagunare ha causato di conseguenza anche l’interramento progressivo di tutta la zona intorno alla foce. Questa criticità è un ostacolo rilevante alla fruizione e valorizzazione dello Zellina, sul quale esistono ancora numerosi posti barca informali, utilizzati dai residenti di Carlino, e alcune bilance da pesca, il cui numero si sta via via riducendo (oggi ne permangono due). Un tempo, a partire da questa zona, nota anche come “Sacca di Valle”, si estendeva un ambito lagunare che giungeva fino all’isola di San Pietro, sul quale i Comuni di San Giorgio, San Gervasio e Carlino avevano un proprio diritto di pesca riconosciuto. Si trattava, analogamente ai diritti dei Muzzanesi sulla Secca di Muzzana, di una pesca per la mera sussistenza, praticata con attrezzi limitati, ad esempio tramite la “Palmolà” (o palmolata). Era una pesca, oggi praticata solo da qualche appassionato, tipicamente volta alla cattura di Passere (passarìn) o Ghiozzi (gût); i pescatori si spostavano su piccoli barchini dal fondo piatto, detti “batele”, adatti a fondali molto bassi, semplicemente muovendo le mani sul fondo: e mentre si muovevano lentamente, setacciavano il fondale alla ricerca di pesce, che catturavano a mano.

“Foce del fiume Zellina verso l’ Isola di Sant’Andrea” (Cartolina virtuale da Antonella di San Giorgio di Nogaro).

Lo sapevi che

Questa zona lagunare fu a lungo contesa tra Carlino e Marano: ai tempi del Trattato di Worms (1521), che sancì i confini “a macchia di leopardo” tra lo Stato della Serenissima e i domini dell’Impero Austro-Ungarico, determinando una situazione di forte instabilità politica, qui insisteva il confine di Stato, in quanto Marano era Veneta, mentre Carlino era un’enclave Austriaca.

PORTO DI MARANO E CANAL DELLA CUNA

Gli spazi attigui al porticciolo di Marano, con le barche da pesca strette attorno al Bastione di Sant’Antonio e alle vecchie mura e le reti dei pescatori ammassate sui moli, sono uno dei luoghi più caratteristici e vissuti del paese, e non solo dalla popolazione locale: qui si può percepire con forza l’odore pungente della brezza fresca e salmastra proveniente dalla laguna, che nelle sere d’estate regala passeggiate ristoratrici sulle rive del porto e nelle vie del centro storico. Il Canal della Cuna rappresenta un altro uno scorcio caratteristico della vita marinaresca di Marano, con i pescherecci e le barche per la raccolta dei fasolari ormeggiate con ordine lungo le banchine. In particolare, il percorso ad anello che unisce riva Niccolò Tommaseo a via Serenissima, attraverso l’isola del Dossat, rappresenta uno degli itinerari preferiti dai maranesi per le loro passeggiate. Dal porto, nei pressi del vecchio Mercato del Pesce – realizzato a fine Ottocento con standard igienici all’avanguardia per l’epoca e trasformato oggi in Ufficio di Informazione turistica, partono i battelli per le visite didattico ambientali della Laguna, nonché i traghetti che effettuano il servizio di trasporto pubblico tra Marano e Lignano Sabbiadoro.

Foto 1: Il Porticciolo delle barche da pesca, stretto attorno alle mura della fortezza veneziana; Foto 2: vista del Canale di Marano; Foto 3: Il Canal de la Cuna (© Atlante dei Luoghi).

RISERVA VALLE GROTARI-VULCAN

Come la Valle Canal Novo, anche questa Riserva Naturale Regionale, la terza ad essere istituita nel comune di Marano, nel 2018, era in origine una valle da pesca. 

Questa area protetta non è dotata di strutture didattiche e di accoglienza per i visitatori, come la Riserva delle Valli Canal Novo, sia perché è di più recente costituzione, sia per limitarne la frequentazione da parte dell’uomo, e favorirne così la rinaturalizzazione e colonizzazione da parte delle specie animali e vegetali.

Gli abitanti apprezzano questo luogo, ancorché ancora poco conosciuto e frequentato, soprattutto perché costituisce l’unico tratto di argine lagunare in Comune di Marano: nel periodo invernale, quando con la bassa vegetazione diventa percorribile, il percorso arginale permette di passeggiare a diretto contatto con l’ambiente lagunare, con una vista suggestiva sull’isola di S. Pietro e sulle barene circostanti. Recentemente è stato inoltre realizzato un collegamento ciclopedonale che, costeggiando a nord la Riserva, collega il paese di Marano alle valli da pesca del comune di Carlino.

RISERVA NATURALE VALLE CANAL NOVO

La riserva naturale Valle Canal Novo ha una superficie di 116 ettari e prende il nome dalla preesistente valle da pesca; è gestita dal comune di Marano Lagunare, come le altre due riserve naturali regionali della Foce del Fiume Stella e della Valle Grotari e VulcanLa rinaturalizzazione della valle da pesca ha creato un ecosistema unico, dove avio e ittiofauna possono vivere tranquille; infatti, la valle comunica direttamente con la laguna. Dentro la riserva sono stati realizzati percorsi pensili che permettono di visitare i diversi ambienti e di immergersi nella suggestiva atmosfera delle valli, sulle quali è ricresciuta nel frattempo una folta vegetazione. L’area protetta include numerosi servizi tra cui il Centro Visite della Laguna e l’Acquario lagunare; quest’ultimo presenta diversi percorsi didattici, i quali consentono di acquisire conoscenze approfondite sui fenomeni idrologici che hanno permesso la formazione delle lagune e la loro evoluzione, nonché sugli habitat acquatici. La riserva è visitata da scolaresche e gruppi organizzati in tutte le stagioni; anche il WWF porta qui numerosi ragazzi, soprattutto per osservare le migrazioni degli uccelli, o le diverse fioriture delle piante, come il “Limonium” (o fiore di barena), che in estate punteggia di rosa la laguna. Va evidenziato come il perimetro dell’area protetta includa anche una vasta superficie agricola coltivata a mais: si tratta di un terreno appartenente alla così detta “bonifica  Marzotto”, la cui realizzazione nel secondo dopoguerra ha fortemente ristretto la circolazione delle acque lagunari ad ovest di Marano. L’idea iniziale era quella di procedere a un riallagamento di quest’area bonificata, in modo da estendere la superficie dell’area umida protetta, e favorire il ripristino di condizioni ambientali migliori sia per gli animali che per l’uomo; tuttavia l’operazione non è mai stata condotta a termine, soprattutto a causa degli ingenti costi da affrontare.

Foto 1: I percorsi della riserva; Foto 2 e 3: L’Acquario lagunare (© Atlante dei Luoghi).

VALLI DA PESCA

Le valli da pesca rappresentano una particolarità degli ambiti lagunari.  Esse sono infatti porzioni arginate di laguna, dotate di chiuse regolabili che permettono alle acque lagunari di allagare, in maniera controllata, l’interno della valle. I pesci più piccoli, che tipicamente vivono nei canneti e lungo i margini lagunari, sono quindi indotti a entrare nelle valli seguendo la marea, attratti dalle acque calde e basse; per poter entrare essi debbono passare attraverso una griglia posta all’imbocco delle chiuse di accesso e una volta dentro, iniziano a crescere di dimensione grazie all’abbondanza di cibo presente nelle valli (sia per le specie erbivore che si nutrono di alghe, come i cefali, che per quelle carnivore, che si nutrono di vermi, molluschi, o di pesci più piccoli, come orate e branzini). Crescendo, gli avannotti non riescono più ad uscire dalla griglia di ingresso, e restano quindi intrappolati nella valle, dove divengono adulti, per poi essere facilmente pescati. Tradizionalmente, le spine di terra che conformano la tipica geometria “a pettine” delle valli da pesca, erano coltivate: ad esempio per piantumare vigneti o alberi da frutto. Per questa ragione, le valli sono viste sia come parte della laguna che del territorio rurale: rappresentano un paesaggio ibrido, capace di produzioni di altissima qualità, sia dal punto di vista ittico che agricolo, dato che le componenti saline nel terreno e la brezza marina donano una particolare sapidità ai frutti qui coltivati. Purtroppo oggi la concorrenza sul mercato degli allevamenti intensivi in mare, che richiedono meno investimenti e si avvalgono di una maggiore industrializzazione, sta mettendo a dura prova questo settore tradizionale. Un’altra difficoltà è rappresentata dai cambiamenti climatici, che stanno sempre più impoverendo la presenza di pesci in laguna. Per questi motivi, alcuni gestori delle valli hanno deciso di abbinare l’attività di allevamento con l’ospitalità turistica, mentre altri si sono specializzati nella produzione vitivinicola; altri ancora stanno sperimentando nuove modalità di allevamento ittico estensivo,  secondo criteri di qualità elevata, e gestendo l’avannotteria direttamente in-situ. Altre valli, infine, sono state abbandonate, ed oggi sono riserve naturali, come la Valle Canal Novo e le Valli Grotari e Vulcan.

Sia a Marano che a Carlino vi sono percorsi lungo gli argini lagunari che permettono di raggiugere le valli da pesca, e di immergersi nel loro particolare paesaggio, giocato sull’alternanza tra canali d’acqua e lembi di terra; sono percorsi ancora poco conosciuti anche dagli stessi abitanti. Inoltre, negli ultimi anni alcune valli propongono anche visite guidate, per fare conoscere queste realtà caratteristiche del territorio della Laguna di Marano.

Foto 1: Valle Ca’ del Lovo a Carlino; Foto 2: Avannotteria dell’Azienda agricola Valle del Lovo (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Il concetto base delle “valli da pesca” era noto già in epoca romana, con il nome di “piscinae piscariae”; il termine “valle” è però attestato per la prima volta in un documento della Serenissima del XV secolo, con la dizione “clausura valium”, probabilmente con riferimento alle strutture arginali esterne. Le attuali valli da pesca di Marano e Carlino furono realizzate dai Veneziani in epoca Settecentesca, ma insistono su un passato molto antico; proprio su questi siti, infatti, i Romani realizzarono delle saline,  che rimasero in uso a lungo, fino all’epoca veneta; la loro gestione avveniva tramite un bando pubblico, che veniva celebrato a Marano nell’edificio adiacente alla Torre civica. Era un prodotto talmente prezioso che la Serenissima non consentiva ai maranesi di usare il sale prodotto dalle saline locali per conservare il pesce, che doveva quindi essere venduto fresco. Durante il Settecento, i provveditori veneziani favorirono la trasformazione dei bacini allagabili delle antiche saline in valli da pesca, ritenute più redditizie: a tal fine, aggiudicarono le concessioni di gestione a chi si fosse impegnato a sostenere in prima persona gli investimenti necessari per tali trasformazioni.

FOCE DELLA MUZZANELLA E DARSENA COMUNALE

Il corso della Muzzanella è stato profondamente alterato nei primi anni Cinquanta del secolo scorso, quando si realizzarono le opere di canalizzazione del Cormôr, che hanno in gran parte cancellato l’alveo naturale di questo piccolo fiume. Solo nel suo tratto finale la Muzzanella si separa dal Cormôr, per riconquistare il suo alveo originario (chiamato anche “Canal Vecchio”) e sfociare quindi in laguna, condividendo la sua foce con il fiume Turgnano. Su di un’ansa fossile della Muzzanella, proprio nel punto in cui questa si separa dal Cormôr, qualche anno fa è stata realizzata dal Comune di Muzzana una piccola darsena, gestita dall’associazione nautica “al Punt”. Questo è un luogo molto significativo per gli abitanti, memoria dell’antico legame con Marano e la sua laguna. Infatti, in epoca veneta sulla Muzzanella e sul Turgnano esistevano degli approdi, e anche un porto, impiegato per il trasporto del legname ceduato dai boschi planiziali. Attualmente, dalla darsena le barche possono uscire in laguna attraverso il Canal Vecchio, percorrendo la famosa curva a gomito detta “volt da li blestemis”, perché era il punto dove storicamente i barchini in risalita dalla laguna carichi di materiali rischiavano di andare ad arenarsi, oppure seguire il corso del Cormôr fino alla sua foce in laguna, compiendo però un percorso più lungo. L’accumulo progressivo di sedimenti nella Secca di Muzzana, unitamente alla mancanza di dragaggi nei canali, sta rendendo sempre più difficile raggiungere la laguna lungo il Canal Vecchio; già oggi questo tragitto è possibile solo con le alte maree e se l’attuale dinamica dovesse perdurare nel tempo, si teme che in futuro la foce della Muzzanella sarà del tutto impraticabile. Oltre a gestire la darsena l’associazione nautica “al Punt” vi organizza ogni anno, alla fine di giugno, una “Sardellata” molto frequentata dagli abitanti di Muzzana.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

La foce del Cormôr presenta un andamento meandriforme caratterizzato dalla formazione di mote, canneti e barene, sulle quali sono stati costruiti numerosi Casoni. Tuttavia, la loro formazione non si deve all’antico corso del fiume (come nel caso delle foci dello Stella), quanto all’azione marina. L’area è di grande interesse dal punto di vista ambientale; in particolare, l’isolotto del Maneral rappresenta una zona di grande valore naturalistico: il canneto è riparo per diversi animali tra i quali anche volpi, tassi, cinghiali e caprioli. Sulla sponda sinistra del fiume molti anni fa erano presenti dei Casoni, ora abbandonati; nei pressi, sotto all’argine, era anche stato creato un punto di ritrovo per i ragazzi, denominato “lì dal puest”. Ora anche quel luogo è andato in disuso a causa dell’impossibilità di arrivarci, per l’assenza di manutenzione dei percorsi di accesso.

CANALI LAGUNARI

Per conoscere e vivere appieno l’esperienza della laguna una escursione in barca è imprescindibile: è l’unico modo per poterci “entrare dentro”, ed esplorarla in tutta la sua bellezza e diversità. Per chi non possiede una imbarcazione, è possibile vivere l’esperienza della navigazione in laguna attraverso i servizi di motonave turistica, che consentono di visitare anche i tipici Casoni maranesi sulla Foce del Fiume Stella, o presso l’Isola di Sant’Andrea; oppure usufruire dei traghetti che nel periodo estivo collegano Lignano a Marano e alle isole (anche con un servizio di trasporto biciclette). In laguna è inoltre possibile praticare sport di mare, come il kayak, il kitesurf o il paddle: si viene portati con la barca in vari punti della laguna, e da lì si inizia l’attività, direttamente all’aperto. Va detto che la navigazione in laguna non è affatto semplice: occorre conoscere bene l’ambiente in cui ci si trova, i canali navigabili e le dinamiche della marea, per non restare arenato. Tutta la laguna, infatti, è come un grande polmone che respira, inspirando ed espirando l’acqua del mare, al ritmo delle maree periodiche; proprio come un polmone ha grandi bronchi (le bocche di porto), che si ramificano via via sino a formare i così detti “ghebi”, piccoli canali terminali, la cui capillarità raggiunge e ossigena l’intero bacino lagunare. Chi conosce e vive abitualmente la laguna di Marano con la propria imbarcazione evidenzia un tema cruciale per il futuro di questo delicato ecosistema: il mancato dragaggio dei canali, dovuto essenzialmente alle normative più recenti sullo smaltimento dei fanghi, il quale sta determinando un forte livellamento dei fondali, con l’erosione di velme e barene e l’interrimento dei canali; questo fenomeno sta progressivamente banalizzando l’antica complessità geomorfologica del fondale lagunare, rendendo già oggi in alcune zone – come la Secca di Muzzana o la stessa Foce dello Stella – molto difficoltoso il passaggio delle barche, anche di quelle più piccole. Il dragaggio dei canali non è solo funzionale alla navigabilità, ma anche a garantire il ricambio delle acque interne, una condizione fondamentale per la conservazione della biodiversità, e quindi, anche per garantire la sostenibilità e la produttività della pesca in laguna.

“La “strada” in laguna verso l’isola del sole in una splendida serata estiva. Laguna di Marano-via Grado”. (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia).

ARGINI LAGUNARI

L’argine lagunare è stato eretto a più riprese tutt’intorno alla laguna, e ora la circonda, come una barriera insuperabile – anche alla vista! Tuttavia, al di là dell’argine, oltre ai vasti canneti delle barene lagunari, o alle folte siepi di tamerici, rifugio per una grandiosa biodiversità, si riesce a percepire la vastità dello specchio lagunare. Per le sue valenze naturalistiche, l’argine è quindi molto frequentato da chi pratica il birdwatching. Lungo il perimetro della laguna, da Planais a Lignano, è possibile trovare molti appassionati con binocolo e macchina fotografica sempre in tasca. D’inverno, con la vegetazione bassa e spoglia, si può ammirare l’avifauna al riparo dai venti di bora: qui si radunano anche 500-600 tipi diversi di uccelli, e perciò è proprio questa la stagione preferita dagli appassionati. Ancorché spesso di difficile fruizione, per via dei rari sfalci che vengono eseguiti sul suo corso, l’argine resta comunque un luogo ricercato dagli abitanti del territorio perché permette anche a chi non dispone di una barca di entrare in contatto con la laguna e il suo paesaggio: solo dalla sommità degli argini, infatti, la visuale si apre sull’intera laguna – anche se molto spesso i folti canneti non permettono proprio di vederla. Alcuni tratti sono ben mantenuti, curati e accessibili, come quelli tra le Foci del Fiume Stella e Aprilia Marittima, l’argine Lungolaguna di Lignano, o il tratto presso la valle Ca’ del Lovo di Carlino. in altri casi sono più difficoltosi da raggiungere e poco accessibili, come l’argine che costeggia la foce del Cormôr. Alcuni tratti arginali sono molto brevi, perché interrotti dai fiumi e dai canali di bonifica che sfociano numerosi in laguna. Tra questi vi è quello in Comune di Muzzana, tra la foce del Turgnano e quella del Cormôr; lungo poco più di un chilometro, questo percorso arginale è molto frequentato dai muzzanesi: assieme alla Darsena comunale costituisce un importante elemento di connessione con la laguna. 

In corrispondenza di alcune di queste interruzioni sono previsti nuovi attraversamenti ciclopedonali, per dare continuità ai percorsi più importanti di fruizione del territorio; uno di questi riguarda proprio l’attraversamento del Turgnano, che consentirebbe di collegare la zona delle foci del fiume Stella al tratto dell’argine di Muzzana, quindi fino alla foce del Cormôr.  Lungo gli argini lagunari ci sono luoghi belli e ancora poco conosciuti: uno di questi è l’affaccio sulla laguna posto alla fine del viale alberato della tenuta Villa Bruna, in Comune di Carlino: lì era stata realizzata un’altana, che un tempo era un approdo oggi interrato, dalla quale è possibile godere di una splendida vista a 360° sia sulla laguna che sul suo retroterra agricolo. Purtroppo la zona è di proprietà privata, quindi normalmente non accessibile ai visitatori.

Foto 1: L’argine lagunare a Ca’ del Lovo; Foto 2: I folti canneti del tratto arginale nel comune di Muzzana, al di là dei quali si intravvede la laguna, Lignano e le isole litoranee; Foto 3: L’approdo dismesso nella tenuta Villabruna, Carlino

SECCA DI MUZZANA

Questa zona, che si estende tra le foci dello Stella, del Turgnano, della Muzzanella e del Cormôr, e dove le acque sono oggi talmente basse da non essere navigabili durante le basse maree e nel periodo invernale, è storicamente stata chiamata “Secca di Muzzana”. Per chi ha la passione del birdwatching, la Secca di Muzzana è uno dei posti più interessanti dal punto di vista dell’osservazione delle specie, sia per chi ha la barca, sia per chi frequenta la laguna a piedi o in bicicletta, nei tratti dove è possibile percorrerne gli argini. Numerose sono le specie endemiche che popolano i folti canneti lungo i margini lagunari, come il Martin Pescatore, l’Airone Cenerino, il Fratino o il Cavaliere d’Italia, ma negli ultimi anni nell’ambito della laguna di Marano sono stati avvistati anche Fenicotteri, Gru e Ibis Sacri, non originari di questo territorio. Le motonavi turistiche (come la Geremia, la Saturno e la Santa Maria), da qualche anno non passano più in questa parte di laguna, proprio per via dell’interrimento dei fondali dovuto ai depositi portati dai fiumi; per questo alcuni operatori si sono organizzati con delle imbarcazione dal fondo piatto, per navigare anche in presenza di bassi fondali e poter effettuare così le visite anche in questa parte di laguna e nella vicina riserva delle Foci dello Stella.

 

Lo sapevi che

Molti anni fa, la secca di Muzzana era spesso oggetto di liti tra Maranesi e Muzzanesi; una lite che si risolse nel 1886, dopo oltre un secolo di controversie e scontri anche cruenti, con l’assegnazione a Muzzana di un diritto di pesca “di sussistenza” su quest’area, ossia esercitata a braccio e a fiocina, o al massimo con reti di modesta dimensione.  Per questo, una delle modalità più comuni era la “palmolata” (palmolà in dialetto), che si praticava a mano. Si pescava prevalentemente la Passera di laguna (Platichtys flesus) con battelle a fondo piatto sulle quali il pescatore setacciava il fondale con le mani, catturando il pesce che si nascondeva sotto alla sabbia. Ci sono ancora alcune persone che la praticano, per passione più che altro, ma la Passera ormai scarseggia, soprattutto per via del cambiamento che interessa il suo habitat, basato sulla presenza di vasti fondali sabbiosi che stanno diventando sempre più limacciosi. Un’altra pesca ancora praticata a mano è detta andare “a Goo”, che sarebbe il Ghiozzo (Gobius ophio-cephalus); questa pesca è praticata in inverno, in occasione di una secca molto forte: quando il terreno emerge, si cercano i buchi nella melma dove si nasconde il pesce; per catturarlo si può far scendere anche tutto il braccio nel fondale, arrivando quasi con la testa nel fango!

CASONI DA PESCA MARANESI

È grande la laguna di Marano, ancora oggi, persino a percorrerla su una barca a motore: per questo in molti tendono ad accelerare, superando i limiti di velocità stabiliti per preservare mote, velme e barene dall’erosione indotta dal moto ondoso. Pensate quanto doveva apparire grande, quando le barche erano mosse solo dalla forza dei rematori, o dalle piccole vele; troppo grande, per poter pensare di uscire a pesca, addentrarsi tra gli alveoli del sistema di canali e ghebi, e poi rientrare per vendere il pescato fresco. Così i Maranesi presero a realizzare, presso le zone di pesca, i loro Casoni. Non era un’impresa semplice: prima dovevano creare una piattaforma tra i fanghi lagunari, sufficientemente stabile per erigervi un edificio; sono le così dette “mote”, isolette artificiali realizzate con semplici palizzate, a volte protette dall’erosione solo da canne e tamerici. Poi occorreva portare, sui piccoli barchini spinti a forza di braccia, i materiali necessari: per lo più legnami leggeri, canne di laguna, corde e malte povere, tutti reperiti in loco. Nascevano così queste opere effimere che senza una attenta manutenzione tendono a deperire nel breve volgere delle stagioni, ma che proprio per questa ragione, per gli abitanti del territorio, formano un tutt’uno con il paesaggio lagunare; il fatto che ancora oggi se ne contino oltre quaranta nella sola laguna di Marano indica come questa tradizione sia fortemente radicata nella cultura locale. Sono concentrati in prevalenza alle foci dello Stella e del Cormôr; altri ne restano nelle mote di fronte a Marano, presso la bocca di porto di Sant’Andrea (quella tra le due isole litoranee), e infine presso la foce del fiume Corno. 

Fino a non più di cinquant’anni fa, prima dell’avvento delle barche motorizzate, nelle stagioni buone i pescatori stavano fuori anche settimane, e il loro unico punto di appoggio e ricovero erano proprio i Casoni, dove potevano dormire e mangiare attorno al fuoco che si accendeva al centro della stanza, riempiendola di fumo – il che però era funzionale a tener lontane le zanzare e a migliorare l’impermeabilizzazione del tetto. Tipicamente, uno dei pescatori aveva il compito di fare avanti e indietro dal mercato di Marano per vendere il pesce, e per approvvigionare il resto del gruppo rimasto al Casone: doveva dunque essere una persona “colta”, capace di fare di conto, così da spuntare un buon prezzo per il pescato. La conservazione del pesce pescato presso il Casone avveniva usando un tipo particolare di barca, detto “burchiello”, o anche “marotta”, che aveva questa particolarità: era chiusa da tutti i lati, tranne una botola superiore, ed era forata, così che dentro entrasse l’acqua. Il pesce veniva gettato dalla botola e poteva restare in vita, così che quando ne fosse stato pescato abbastanza, si poteva fare il viaggio verso il mercato.

Oggi queste “capanne”, conservate e manutenute nel rispetto delle tecniche tradizionali, vengono usate soprattutto a scopo ricreativo e per il tempo libero, in prevalenza nella stagione autunnale e in inverno: in quelle occasioni si accende il fuoco al centro dell’edificio, proprio come un tempo, e si pranza in compagnia di amici e familiari. Altri Casoni, tipicamente quelli sulla foce del Cormôr, mantengono un utilizzo destinato alla pesca. Altri infine, come quelli presso l’isola delle Conchiglie, o altri presso la foce dello Stella, sono entrati a far parte del circuito del turismo esperienziale. La visita ai Casoni sullo Stella costituisce oggi, infatti, per molti ragazzi del territorio e per turisti e visitatori il primo approccio alla Laguna. È un’esperienza molto istruttiva: la narrazione della loro funzione originaria, di dimora e ricovero per i pescatori, permette di conoscere molti aspetti storici, sociali e culturali che sono alla base del profondo legame tra la comunità maranese e la Laguna. Questo legame è talmente profondo e radicato nel tempo, che per alcuni storici il paesaggio dei Casoni della laguna di Marano rappresenta uno scorcio della Venezia delle origini, quando era solo un villaggio di pescatori; come ricorda Cassiodoro, che visitò e descrisse la laguna veneta ben prima della nascita della città di Venezia, con queste parole: “Qui voi avete la vostra casa simile in qualche modo ai nidi degli uccelli acquatici. E infatti ora appare terrestre ora insulare, tanto che si potrebbe pensare che esse siano le Cicladi, dove improvvisamente si può scorgere l’aspetto dei luoghi trasformato. In modo simile le abitazioni sembrano sparse per il mare attraverso distese molto ampie, ed esse non sono opera della natura, ma della cura degli uomini. […] Perciò riparate diligentemente le navi che tenete legate alle pareti delle vostre case come animali…”

Purtroppo negli ultimi anni, molti Casoni, soprattutto quelli sullo Stella, sono meno frequentati di un tempo; diversi sono degradati, o addirittura distrutti. Questo è dovuto in buona parte all’abbassamento dei fondali dei canali secondari, e quindi, alla crescente difficoltà di accesso, essendo i Casoni maranesi raggiungibili solo dall’acqua, ma forse anche ad una certa disaffezione delle nuove generazioni, che non trovano più un interesse concreto nel conservarli.

Foto 1: Casoni alla foce del Cormor; Foto 2: Casoni alla foce dello Stella; Foto 3: Casoni presso l’isola di Sant’Andrea (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Queste costruzioni per molti rappresentano un punto di connessione tra laguna ed entroterra: non solo in quanto situati in corrispondenza delle foci dei principali fiumi (le strade di un tempo), ma anche perché tradizionalmente erano luoghi votati all’accoglienza e all’ospitalità. Infatti, anche se la proprietà dei Casoni viene trasferita di madre in figlio, ed è quindi prerogativa delle famiglie di Marano, questi luoghi erano aperti per chiunque ne avesse necessità, come ad esempio i pescatori dell’entroterra i quali, durante le battute di pesca, potevano trovare lì un ricovero per dormire. Ora sono i turisti ad essere bene accolti, in un clima di convivialità: per tradizione, però, non ci si deve mai presentare a mani vuote, ma possibilmente con una buona bottiglia di vino, da bersi in compagnia!

FOCE DEL FIUME STELLA

La foce dello Stella, dove le acque dolci del fiume si incontrano con quelle salmastre della laguna, costituisce un sistema che trova pochi paragoni nel mondo e che oggi è diventato il segno più evidente del sottilissimo equilibrio su cui si gioca la conservazione della laguna intera. A volte chiamata impropriamente “Delta dello Stella”, questa struttura costituisce in realtà un prolungamento del corso del fiume, che si addentra per alcuni chilometri all’interno della laguna. La sua genesi è strettamente legata a quella della laguna, la cui formazione si attesta intorno a 7.000 anni fa, quando essa occupava circa la metà della sua estensione, e allora il fiume Stella continuava a serpeggiare con il suo tipico andamento meandriforme sulla terra ferma, prima di sfociare in mare. Quando la laguna continuò progressivamente ad espandersi, sino a raggiungere la sua dimensione attuale, questo tratto d’alveo in qualche modo riuscì a sopravvivere, trasformandosi in un serpeggiare di barene ricoperte di canne e tamerici, le quali protessero gli antichi meandri finali del fiume. La foce dello Stella costituisce un luogo di enorme biodiversità; un paradiso appartato vociante di uccelli, dove gli abitanti di Marano si recavano a pescare dimorando nei loro Casoni immersi tra i canneti dei meandri. Oggi la pesca qui non è più praticata come un tempo (come invece ancora avviene lungo la foce del Cormôr): i Casoneri di oggi l’hanno eletta a propria meta preferita per trascorrervi il tempo libero con gli amici; alcuni Casoni svolgono anche un ruolo didattico, e sono approdo dei turisti portati da Marano alla scoperta di questo ambiente. Inoltre, tutta la zona è meta prediletta di escursioni in barca o kayak anche da parte degli abitanti del territorio, che qui si recano volentieri dagli approdi sullo Stella (da Palazzolo o Precenicco) per godere di questi spazi naturali senza tempo. 

L’intera foce è un’area protetta sin dal 1976: prima come Oasi del WWF (una delle prime a livello nazionale) e poi, a partire dal 1996, come Riserva Naturale Regionale. La Riserva è estesa per ben 1.377 ettari, ed è gestita dal comune di Marano Lagunare; è visitabile, accompagnati da guide naturalistiche, attraverso i servizi di motonave turistica. Un tempo il Comune di Marano organizzava anche visite guidate che duravano un’intera giornata, permettendo così di visitare in compagnia di un esperto tutti i luoghi significativi del territorio: al mattino la Riserva Valli Canal Novo, dove è stato realizzato un centro visite didattico, quindi il centro di Marano e il Museo Archeologico, e infine, con la barca, la zona dei Casoni. Recentemente, l’accessibilità alla foce dello Stella via barca o motonave è resa sempre più difficoltosa a causa del progressivo interrimento dei canali; questo fenomeno, in parte naturale e in parte dovuto all’uomo, è aggravato dalla mancata effettuazione dei dragaggi e dalla ridotta portata di questo ramo antico del fiume, visto che oggi lo Stella sfocia in laguna direttamente dal canale denominato “Verto Grande”. Questo varco nel corso del fiume, che di fatto ha “tagliato via” l’antica foce, venne aperto da uno storico evento di piena a metà del 1800, e fu poi successivamente ampliato in occasione delle opere di Bonifica di inizio Novecento, anche per favorire la navigazione e l’attività diportistica, in particolare del Porto di Precenicco.

Foto 1: Vista aerea dei canneti che caratterizzano il tratto finale del fiume Stella (© Francesco Biasutti); Foto 2: I Casoni all’interno della Riserva (© Atlante dei Luoghi).

APRILIA MARITTIMA

Aprilia Marittima nasce negli anni ’70 sul margine lagunare dei Comuni di Latisana e Marano come porto turistico e Marina residenziale sull’Alto Adriatico. Questa collocazione era stata scelta sia per la facile raggiungibilità da terra che per la posizione riparata e protetta tra le acque della laguna di Marano. Nel corso degli anni la marina di Aprilia ha assunto un posto di rilievo a livello europeo, anche grazie alla presenza di servizi specialistici per il rimessaggio e la cantieristica, e per la grande marina “a secco”. La località è inoltre collegata agli itinerari ciclopedonali dell’entroterra, sia in direzione di Lignano Sabbiadoro, attraverso l’argine Lungolaguna, che verso il Tagliamento e il fiume Stella. Nascendo come polo turistico, prevalentemente rivolto al mercato delle seconde case, questa località è pressoché spopolata durante il periodo autunnale ed invernale e, al di fuori dell’attività diportistica, è un luogo poco vissuto dalla popolazione del territorio.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

VAL PANTANI

La Valle dei Pantani è l’unico ambito lagunare del Comune di Latisana. Il toponimo parla da sé: questi terreni storicamente sono sempre stati una zona paludosa; in particolare, l’area era considerata il più grave centro di infezione malarica della Bassa Friulana e per questo motivo è stata uno dei primi territori dove si è provveduto alla bonifica tramite prosciugamento meccanico, nel ’27-’28, riducendo di molto l’originaria estensione dell’area umida. Attualmente Val Pantani è una proprietà privata: ospita una valle da pesca certificata biologica per l’allevamento del branzino e, nella parte lasciata allo stato naturale, una riserva di caccia; rappresenta inoltre un’interessante zona di osservazione dell’avifauna. La Valle è raggiungibile sia dal percorso ciclabile lungo l’argine tra Aprilia Marittima e Bevazzana, sia in barca, dalla laguna (sul Canale della Litoranea Veneta, in corrispondenza dell’ingresso alla proprietà, c’è anche un piccolo approdo).

Foto 1: La zona bonificata negli anni ’20; Foto 2: La valle da pesca (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Queste aree paludose, così come le acque lagunari comprese tra la Foce dello Stella e la bocca di porto tra Lignano e l’isola di Martignano, sono state oggetto di secolari contenziosi e scontri armati tra la comunità di Marano e quelle di Latisana, Latisanotta, Sottopovolo e Pertegada. L’origine degli scontri si deve agli ampi privilegi che la Serenissima, dopo aver occupato il Friuli patriarcale nel 1420, concesse alla comunità di Marano, in particolare sui diritti di pesca in laguna, al fine di assicurarsi il favore di quel popolo nella gestione del porto-fortezza ritenuto strategico nel controllo dell’attività navale nell’Alto Adriatico. Questa decisione avvenne però a scapito degli antichi diritti di pesca delle comunità dell’entroterra, che da sempre li avevano goduti e rivendicati. Il contenzioso riguardante la Val Pantani proseguì fin quasi ai giorni nostri: di fatto, ancora negli anni Sessanta, il Comune di Marano pagava un affitto per i diritti di pesca nelle acque lagunari di Latisana.

ARGINE LUNGOLAGUNA DI LIGNANO

Il percorso ciclopedonale sull’argine lagunare di Lignano è una meta molto frequentata sia dai residenti che dai turisti della località balneare. Ci si può andare a correre, praticare sport, fare una gita in bicicletta o camminare all’aria aperta; rappresenta un luogo tranquillo che permette di stare a contatto con la natura, lontano dalla “movida” che caratterizza le estati lignanesi al punto che, per gli abitanti, non sembra neanche di trovarsi a Lignano! Sul percorso, lungo quasi quattro chilometri, vi sono alcuni punti di sosta dai quali si può godere di alcune delle migliori viste panoramiche sulla laguna, come il trabucco, un romantico pontile in legno recentemente ristrutturato dall’amministrazione comunale, o il terrapieno nei pressi di via dello Stadio, oggi area verde. La pista ciclabile arriva fino alla zona del “Pantanel” (ex centro di raccolta rifiuti), nei pressi del Canale della Litoranea Veneta; da lì si può proseguire verso Aprilia Marittima, ma il percorso non è segnalato, e per superare il canale occorre immettersi sulla SR 354.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Un tempo, prima che in quest’area realizzassero gli attuali quartieri residenziali, lungo l’argine le donne andavano a raccogliere il “Santonico” (Artemisia caerulescens), una pianta spontanea che aveva proprietà per il respiro. Nonostante la progressiva urbanizzazione, ancora oggi, al mattino presto, quando il percorso è ancora immerso nel silenzio, si possono qui osservare moltissimi uccelli e pesci.

ISOLA DEL DOSSAT

L’isola del Dossat si trova di fronte all’abitato di Marano Lagunare e ospita la nuova pescheria, nonché le infrastrutture diportistiche maranesi. L’isola (artificiale) è raggiungibile direttamente dal paese grazie a un ardito ponte pedonale sul canal della Cuna; per i maranesi è una meta abituale per passeggiate e gite in bicicletta, magari fino al bar della Marina. La sua posizione permette di godere di scorci suggestivi sul porto e sullo skyline della citttà storica.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

ISOLA DI BIONI

L’antica isola di Bioni (in realtà formata da due isolette, anche dette “i Biùni”) giace ormai sommersa dalle acque della Laguna; tuttavia, questo luogo è ancora ben ricordato dai residenti come uno dei più famosi “paesi fantasma” della Laguna di Marano. Si trova a sud-ovest di Marano Lagunare, in corrispondenza dell’attuale foce del Cormôr. Nel corso del Novecento le due isolette sono state a lungo tempo visitate dai residenti, spinti dal desiderio di scoprire un presunto “tesoro” immaginato a seguito degli importanti ritrovamenti archeologici avvenuti nel 1911: si narra infatti che lungo il canale dei Bioni si potessero ben distinguere, quasi toccare, candide colonne, capitelli e gradini in pietra d’Istria, forse appartenuti a una villa o a un porto d’epoca romana; questo luogo, infatti, fu un importante centro abitato e portuale, noto come Bibiones, attivo per tutta l’età imperiale. L’isola continuò ad essere frequentata anche nel periodo medioevale, e ancora nel 1516 era attestata in quel punto un’attività cantieristica, dove si realizzavano i “burchi” per Venezia.

Bioni non è l’unico sito archeologico della laguna: le tracce degli antichi insediamenti romani affiorano ancora oggi, qua e là, su velme o antiche isole, sottoforma di pietre affioranti, mosaici, o di oggetti come anfore e vasellame. I toponimi di alcune zone della laguna ne sono un chiaro riferimento: Piere d’Isela, Piere del Ficariol, Piere del Tribel. Tutti i ritrovamenti sono depositati nel Museo archeologico di Marano, polo didattico e culturale molto frequentato dalle scuole, che presenta una interessante ed approfondita esposizione della storia e dell’evoluzione di tutto il territorio della laguna di Marano nel corso della sua lunga storia.

Immagine: ©Museo Archeologico della Laguna di Marano.

Lo sapevi che

Oggi il nome “Bibione” è inevitabilmente associato alla località balneare sulla sponda veneta del Tagliamento, e non più all’originario insediamento sulla laguna di Marano. Successe infatti che quando nel 1932 si realizzarono le prime strutture della Colonia Marina, primo avamposto turistico della zona, i fondatori scelsero proprio quel toponimo per indicare l’area. Per giustificare il “prestito linguistico” dell’antico toponimo Maranese si fece allora riferimento ai termini “bibio” e “onis”, “moscerino del vino”, mentre secondo altri l’antica città di Bibiones doveva sorgere in quel punto, invece che sull’isola di Bioni, sulla base di generici ritrovamenti di epoca romana. Sta di fatto che i fondatori della nuova località turistica riuscirono nell’intento di adottare il prestigioso nome di “Bibione”, che venne riconosciuto ufficialmente nel 1960 come toponimo della Pineda Destra del Tagliamento, per distinguerla dalla Sinistra dove era invece ubicata l’altra nascente località turistica del territorio, Lignano Sabbiadoro.

ISOLA DI SAN PIETRO

Questa piccola isoletta di fronte a Marano è una delle poche isole rimaste all’interno della laguna; per alcuni, essa è addirittura “l’ultima isola” della Laguna, perché tutte le altre si sono di fatto trasformate in barene, sommerse periodicamente dall’alta marea. Anticamente sembra che ospitasse un santuario e un piccolo borgo di pescatori, mentre in tempi più recenti i residenti ricordano la presenza di un folto boschetto. Purtroppo, anche quest’isola rischia oggi di scomparire, a causa dei fenomeni di erosione che interessano tutto il fondale lagunare.

(Foto © ERPAC – Regione FVG). 

ISOLE LITORANEE

Le isole di Sant’Andrea e della Marinetta (o Martignano, anche nota come “isola delle conchiglie”) delimitano la laguna rispetto al mare Adriatico; sono luoghi importantissimi per tutte le comunità di Marano, Carlino, Muzzana e Palazzolo. Ogni estate sono infatti una meta abituale per chi, attraccando con la propria barca o usufruendo dei servizi di traghetto del TPL, le raggiunge per fare il bagno o prendere il sole sulle loro spiagge libere e dal sapore selvaggio, molto diverse da quelle di Lignano; ma anche nelle stagioni intermedie, e persino d’inverno le isole sono molto frequentate da chi va a vongole, o cerca la tranquillità passeggiando sulle spiagge vuote. Alcuni si fermano a campeggiare la notte, ad esempio, per trascorrerci il weekend; le albe e i tramonti, infatti, soprattutto quelli invernali, sono i momenti che regalano i panorami più belli e suggestivi, nei quali la Laguna si tinge di colori stupendi. L’isola di Marinetta presenta due proprietà private: una legata alla cooperativa dei vongolari, un’attività che è all’avanguardia in questo settore, la seconda è un’ex avannotteria abbandonata. Nell’isola di Sant’Andrea è invece presente un’azienda agricola e una piccola riserva di caccia. Fino a qualche anno fa le isole erano vissute come luoghi tranquilli e per l’appunto, isolati, dove respirare pace, natura, silenzio e mare, e lo sono ancora senz’altro, soprattutto nelle stagioni non turistiche; tuttavia negli ultimi decenni, con la realizzazione di numerose darsene nella laguna e sui fiumi che vi sfociano, l’affollamento di barche è cresciuto tanto che, a detta dei residenti, sull’isola di Sant’Andrea, dal lato di Porto Buso, in estate si fa fatica a trovare un posto dove mettere la barca! 

Foto 1: Spiaggia sull’isola di Sant’Andrea; sullo sfondo l’isola Marinetta (© Atlante dei Luoghi). Foto 2: “Lo spettacolo della natura in un tramonto lagunare; zona Sant’Andrea” (Cartolina virtuale da Andrea di Muzzana).

Lo sapevi che

L’isola di Sant’Andrea era certamente insediata in epoca romana, come attestano numerosi reperti archeologici, tra i quali una bellissima statua in calcare a grandezza naturale, forse proveniente da un monumento funebre, oggi conservata ai Musei Civici di Udine. Inoltre, secondo quanto è riportato nella “Cronaca Altinate”, un documento redatto nel XIII° secolo, ma che narra di fatti di epoche precedenti, l’isola sembra essere stata uno dei primi siti cristiani del territorio: qui sarebbero esistiti una chiesa intitolata a Sant’Andrea Apostolo e un monastero femminile, fondati nel quinto secolo dal patriarca di Grado, Elia. Sull’isola di Martignano, invece, si dice che nell’autunno del 1192 sia naufragato nientemeno che Riccardo Cuor di Leone, di ritorno dalle Crociate (all’epoca il Porto di Latisana era infatti uno dei principali punti di partenza e arrivo dalla Terrasanta).

AREE DI PESCA LAGUNARI

La laguna ha una toponomastica molto ricca, definita da carte molto dettagliate, che individuano una ricca varietà di luoghi sommersi, ciascuno dei quali è definito da un proprio nome che lo distingue da tutti gli altri; questi luoghi costituiscono le aree lagunari su cui si pratica la pesca tradizionale. Per regolamentare lo sfruttamento di tali aree, tre volte all’anno viene svolto il Toco (il primo all’inizio della Quaresima, il secondo a San Vito, il terzo a San Giacomo), un sorteggio tra i pescatori maranesi finalizzato all’assegnazione degli ambiti di pesca. I primi sorteggiati hanno il diritto di scegliere come propri ambiti riservati i luoghi più pescosi, e si procede così sino all’esaurimento dei partecipanti. Un tempo il Toco era determinante per la sussistenza delle famiglie maranesi: se in un determinato anno toccava in sorte una zona poco pescosa, generalmente si mandavano i figli a lavorare nelle campagne, per garantire un pasto alla famiglia. Se al contrario si poteva scegliere una delle aree più produttive, allora si chiamavano a rinforzo dell’attività di pesca anche i parenti, e in alcuni casi anche manodopera dall’entroterra, soprattutto tra quella vasta fascia di popolazione rurale non proprietaria dei terreni agricoli (mezzadri o braccianti), e che per questo vivevano in condizioni di povertà; così venivano imbarcati dai maranesi, per arrotondare i magri proventi famigliari. Così si era avviata una fraternizzazione tra le comunità, un po’ per senso di solidarietà, e un po’ perché, come si diceva a Marano, “il cumpàr in Furlanìa g’ha il vin e g’ha il salàm!” La pesca tradizionale si pratica ancora oggi: si impiegano reti lunghe fino a 150 metri per creare le Seraje, le reti da posta lagunari, che erano dotate di una nassa terminale, detta Cogol atta ad intrappolare i pesci. La rete è fissata su bastoncini alti un metro e dieci, in origine realizzati con la canna palustre, che vengono impiantati direttamente nei bassi fondali lagunari, in modo da bloccare le vie di uscita dei pesci, e viene rimossa e riposizionata in occasione della stagione di pesca. Le Seraje vengono posizionate seguendo gli spostamenti dei pesci lungo l’articolato fondale della laguna, sfruttando i cambi di marea che li spingono a spostarsi. In passato il Toco vedeva la partecipazione anche di 150 pescatori, mentre all’ultimo vi hanno preso parte solo in 29; questo è dovuto sia alla riduzione del pescato, sia all’invasione di una specie alloctona, lo ctenoforo (detto Bufola in maranese), un animale simile a una medusa che infesta la laguna divorando le larve delle specie locali, e ostruendo reti e Cogoi. Il timore è che questo fenomeno, dovuto al surriscaldamento delle acque lagunari, associato alla progressiva riduzione del personale specializzato in questo tipo di pesca, porti alla perdita di questa eredità culturale che affonda il suo passato nella storia della laguna.

Foto 1: Modellino di un tipo di Serraja per la pesca esposto nel centro didattico della Riserva Naturale “Valle Canal Novo”; Foto 2: tipico Casone per la pesca (© Atlante dei Luoghi). Foto 3: “Secche in laguna con graticci per la pesca” (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia).

Lo sapevi che

La laguna di Marano è tra le ormai pochissime aree di pesca italiane in cui ancora oggi si esercitano dei diritti collettivi (usi civici), i quali consentono ai cittadini di Marano l’esercizio della caccia e della pesca. Il regolamento che disciplina la pesca tradizionale praticata negli usi civici risale al 1899, ed è ancora in vigore. La sua amministrazione è competenza del Comune, ma la gestione è affidata all’insieme degli aventi diritto, ovvero tutti i nati e residenti a Marano.

“MOTE, VELME E BARENE”

La laguna di Marano si distingue per un paesaggio in costante mutamento, caratterizzato da acque basse, terre semisommerse e canneti, habitat ideali per molte specie animali e vegetali, anche rare e per questo protette. Questa geografia include una vasta serie di parole, tra cui in particolare tre termini possono essere usati per descriverla: barene – terre emerse di origine naturale, allagabili con l’alta marea; mote – terre emerse realizzate artificialmente per la costruzione dei Casoni, e come tali, isole effimere, che senza manutenzione tendono a scomparire nel tempo; velme – terre sommerse al livello del medio mare, ma che emergono con la bassa marea. Una delle particolarità della Laguna di Marano è che, mentre le acque lagunari sono di proprietà della Regione, le terre emerse sono di proprietà comunale. Storicamente, di fronte a Marano c’erano ben 15 mote. La loro geografia è molto variabile, in quanto dipende dalla manutenzione dei Casoni che vi insistono; inoltre, è sempre fatta salva la possibilità di costruire nuove mote per insediarvi altri Casoni: è parte dei diritti associati all’uso civico in favore della Comunità locale di Marano Lagunare. La regolamentazione degli usi civici della laguna risale all’anno Mille, con il “Privilegium Poponis”, e ancora oggi sono disciplinati da un regolamento comunale che data oltre a un secolo fa, a testimonianza di una tradizione ininterrotta che perdura da oltre un millennio.

Foto 1: “Dalla laguna ai monti” (Cartolina virtuale da Andrea di Muzzana); in primo piano, barene lagunari. Foto 2: Giovani fenicotteri in laguna (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Uno degli aspetti più importanti per la salvaguardia del delicato ecosistema della Laguna è la sua “manutenzione continua”, attraverso il dragaggio dei canali e il ripristino di mote e velme; la laguna infatti, in natura non è destinata a perdurare: prima o poi, ritorna ad essere terraferma, oppure diventa mare: solo l’intervento dell’uomo fa sì che continui ad esistere così come la conosciamo.

ISOLA DEL MANERAL

Lì DAL PUEST

VERTO GRANDE

Il tratto finale dello Stella; sullo sfondo si può vedere il tracciato del “Verto Grande”, dal quale sfocia in laguna la maggior parte della portata del fiume (Foto © Francesco Biasutti).

PORTO BUSO

“Una stupenda giornata invernale in laguna; Isola Bocca d’anfora laguna di Marano” (Cartolina virtuale da Vittorina di Pocenia).

TERRAPIENO LUNGOLAGUNA

(Foto © Atlante dei Luoghi).

TRABUCCO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

APPRODO

(Foto © Atlante dei Luoghi).

BOSCO DELLA SGOBITTA

Quest’area boscata, posta in Comune di Porpetto ed estesa per poco più di 10 ettari, costituisce un ulteriore lacerto degli antichi boschi planiziali della Bassa. All’interno del bosco esisteva una sentieristica, oggi purtroppo non più facilmente percorribile per la mancanza di manutenzione e segnalazione. In corrispondenza del punto di accesso al bosco, sulla strada che lo collega a Porpetto (via delle Querce), un tempo vi era un’area attrezzata utilizzata per l’organizzazione di centri estivi ed altre iniziative didattiche con le scuole locali, che oggi non è più esistente a causa dell’eccessivo impatto nei confronti del delicato ecosistema di quest’area naturale. Infatti, nonostante le piccole dimensioni, il bosco è molto ricco di specie importanti tra le quali, unico caso tra i boschi planiziali, anche l’Elleboro (Helleborus), pianta ormai rara nel nostro territorio; inoltre, la sua collocazione a ridosso della roggia Corgnolizza lo rende ancor più prezioso in termini di biodiversità sia per le specie vegetali che animali.

Foto 1: Lo spiazzo posto all’ingresso del bosco: qui sino a qualche anno fa vi erano alcuni giochi e attrezzature; Foto 2: Vista dell’interno del bosco (© Atlante dei Luoghi).

BOSCO BOSCAT

Questo bosco, anche se situato in Comune di Castions di Strada, quindi al di fuori della Comunità della Riviera Friulana, è sentito come parte integrante del sistema dei boschi planiziali della Bassa; infatti è compreso sia nel progetto della Boscovia, un itinerario che collega tra loro tutti i boschi del territorio, che nell’iniziativa dei “Boschi in Festa”. Il bosco copre una superficie di 52 ettari, ed è adiacente al Canale Cormôr, che costituisce un importante punto di connessione tra le aree umide a nord dell’autostrada e il sistema dei boschi planiziali: infatti, i residenti utilizzano abitualmente il percorso sull’argine del Cormôr che, dalla località Casali Franceschinis, arriva sino ai boschi di Muzzana, senza mai incontrare strade trafficate. Anche in questo caso, la compagine arborea del bosco è del tutto affine a quella dei boschi di Muzzana.

Foto 1: © Atlante dei Luoghi; Immagine 2: Mappa della Boscovia.

BOSCO RONC DI SASS

Questo bosco, esteso per oltre 20 ettari, si trova lungo la rete di strade bianche che partono dal Centro Canoa San Giorgio, dove esiste anche un parcheggio attrezzato per la sosta dei Camper, molto utilizzate dalla popolazione di San Giorgio per camminate e gite in bicicletta verso Torviscosa. Vi è una stretta relazione tra questi i due Comuni, in quanto Torviscosa faceva parte del territorio amministrativo di San Giorgio di Nogaro fino al 1940, quando divenne un comune autonomo; il Bosco, però, in quanto rientrante nei beni di uso civico della frazione di Villanova, è ancora proprietà del Comune di San Giorgio. Il bosco è ben tenuto, ricco delle specie tipiche dei maggiori querco-carpineti della Bassa Pianura Friulana, e la sua superficie è stata recentemente accresciuta con la messa a dimora di nuove piante, selezionate con l’intento di conservare struttura e composizione della vegetazione spontanea.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

BOSCO CODE DI CULUNE

Il bosco “Code di Culune”, di 14 ettari circa, occupa una posizione particolare, in quanto la proprietà è del Comune di Carlino, ma è ubicato in territorio di S. Giorgio di Nogaro. Questa particolarità è dovuta all’unione di Carlino a S. Giorgio durante il periodo fascista; al ritorno della sede comunale a Carlino nel ‘47 i confini territoriali furono ridiscussi, e venne concordato di lasciare parte del territorio di Carlino ai sangiorgini, ma non la gestione del bosco, che consentiva alla popolazione locale di attingere risorse come il legname e i prodotti del sottobosco.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

LACERTI DEL BOSCO BANDO

Il bosco Bando di Carlino era un bosco regio, come dice il nome, ovvero “bandito” in quanto di proprietà governativa. Si estendeva per circa 500 ettari a sud del Bosco Coda Manin di Muzzana, nell’areale compreso tra il canale Cormôr e le attuali strade Savalona (SP124), e Bosco Bando (SP121). Il Bosco, passato quindi a proprietà private, è stato progressivamente disboscato e messo a coltura; oggi quei terreni sono destinati in gran parte a campi fotovoltaici, e alla produzione di biogas. L’ultima parte del bosco, estesa per circa 150 ettari, è stata definitivamente tagliata nel 1977-78. Del grande Bosco di un tempo sussistono tuttavia ancora piccoli lacerti, situati presso il Canale Cormôr, che nell’insieme assommano a circa 10 ettari, appena il 2% della sua antica estensione.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Fin dal Medioevo a Carlino i boschi coprivano una larga porzione del territorio, almeno 1500 ettari. Erano in parte demaniali (ovvero del principe feudale di turno), in parte di possidenti privati, e per almeno un terzo possesso delle comunità rurali (vicinie) di Carlino e San Gervasio. La proprietà collettiva era costituita soprattutto da boschi, prati, pascoli e paludi, che permettevano a tutti i componenti della comunità di sopravvivere. Vi si ricavava il pascolo per gli animali, lo strame, la legna da ardere e da opera, i rami di ligustro per fare cesti, erbe commestibili, nocciole, corniole, ghiande, lumache, funghi, pesce e selvaggina. L’uso era regolato dalla “vicinie”, le assemblee dei capifamiglia che eleggevano annualmente un decano e alcuni giurati.

BOSCHI BOLDERATIS, PRA’ QUAIN E VENCHIARATIS

Questi boschi, che insieme raggiungono l’estensione di quasi 29 ettari, costituiscono le parti rimanenti dell’antico “Bosco dei Larghi” di Carlino, che un tempo si estendeva dalla sponda sinistra della roggia Zellina. Ancora oggi costituiscono uso civico del paese di Carlino, e sono gestiti direttamente dal Comune. Anche se possiedono una minore estensione rispetto ad altri boschi planiziali della Bassa, costituiscono un elemento molto importante per il paesaggio locale e la sua storia: il bosco Bolderatis, in particolare, si caratterizza per la presenza al suo interno di circa 50 stagni di forma squadrata, che lo punteggiano in tutta la sua estensione. Queste pozze sono il risultato delle escavazioni di argilla praticate per approvvigionare la vicina fornace romana, scoperta di recente presso l’argine dello Zellina, che era specializzata nella produzione di ceramiche invetriate. E’ un bosco visitabile liberamente, dove l’abbondanza d’acqua crea un microclima particolare: a partire da marzo, prima che gli alberi mettano le foglie, si susseguono bellissime fioriture, tra cui ricche popolazioni di violette d’acqua (hottonia palustris).

I boschi denominati “Pra’ Quain” e “Venchiaratis” formano in realtà un tutt’uno, essendo separati solo da una strada sterrata che dalla zona industriale di San Giorgio si prolunga fino all’argine dello Zellina; erano chiamati anche con il nome unitario di “Bosco Codis”.

Foto 1: Uno degli stagni scavati all’interno del bosco Bolderatis; Foto 2 e 3: i boschi “Pra’ Quain” e “Venchiaratis” (© Atlante dei Luoghi).

BOSCO SACILE

Il Bosco Sacile è situato in Comune di Carlino e con i suoi 147 ettari è per estensione il secondo bosco planiziale della Riviera Friulana. Secondo gli esperti, la compagine arborea di questo bosco è in tutto e per tutto simile a quella dei grandi boschi di Muzzana (Bosco Baredi e Selva di Arvonchi, Bosco Coda Manin), segno dell’antica appartenenza ad un’unica, vasta compagine boschiva, e presenta una ricca componente floreale e faunistica (cinghiali, caprioli, volpi, tassi, puzzole lepri e scoiattoli). Originariamente, il Sacile era un bosco regio, ed ora è suddiviso in due proprietà private: la parte a sud è dei medesimi proprietari della contigua tenuta Villabruna; la parte nord è invece stata acquisita da una società veneta. Per questa ragione, nel bosco non si può accedere: gli si gira intorno, magari nell’ambito di escursioni più lunghe, che per le vie basse raggiungono il bosco di Muzzana passando per le Turunduzze, e ancora oltre, fino alla Bilancia di Bepi e alla Foce dello Stella. Nonostante l’inaccessibilità, gli abitanti del territorio hanno stabilito un forte legame con questa imponente massa verde che sorge proprio al limitare dell’abitato di Carlino: i percorsi campestri che lo circondano, provenendo da Marano, a sud, e da Carlino, a nord, lungo lo Zellina, sono molto frequentati a scopo ricreativo. Il bosco Sacile, come molti boschi della Bassa, è caratterizzato dalla presenza di un percorso centrale che lo attraversa da parte a parte, usato in passato per l’accesso ai mezzi agricoli; tale percorso prosegue fuori dal bosco in direzione sud, attraversando l‘azienda agricola Villabruna e giungendo sino all’argine lagunare, dando così forma ad uno dei percorsi paesistico/ambientali di maggior interesse della Riviera Friulana. Proprio in quel punto è stata costruita un’altana che permettendo allo sguardo di valicare il limite percettivo dell’argine, consente di godere di una delle viste più belle sulla Laguna dal territorio di Carlino.

Foto 1: La strada che costeggia il bosco sul lato verso il fiume Zellina; Foto 2: Il bosco visto dalle campagne circostanti; Foto 3: la strada di spina interna (© Atlante dei Luoghi).

BOSCO CODA MANIN

Il bosco Coda Manin copre un’estensione di circa 145 ettari ed è quindi uno dei maggiori del territorio; da lungo tempo non viene più gestito dall’uomo e questo fatto, unitamente all’essere circondato su tutto il perimetro da canali e corsi d’acqua, lo rendono un luogo selvaggio e impenetrabile, tanto da essere usato anche come riserva di caccia. Il bosco è di proprietà privata ma, in alcune occasioni, era un luogo frequentato anche dalla comunità: molti abitanti ricordano ancora il grande prato al suo centro (ancora visibile nelle ortofoto), dove era possibile giocare a calcio o fare un pic-nic. Oggi il bosco lo si può osservare bene dall’esterno, ad esempio dal percorso lungo l’argine del Canale Cormôr che lo delimita a sud-est, e che è parte del sistema della Boscovia; inoltre, grazie ai recenti lavori di sistemazione e riapertura dei sentieri interni, è nuovamente possibile visitare ed esplorare questo bosco, rimasto tanto a lungo inaccessibile.

Foto 1: Il bosco visto dal canale Cormôr; Foto 2: Uno dei percorsi di accesso al bosco prima dei recenti lavori di sfalcio e manutenzione (© Atlante dei Luoghi).

Foto 3: “Bosco Coda di Manin, incontro con l’alba lunare” (Cartolina virtuale dalla Pro Loco di Muzzana).

LE “TURUNDUZZE”

La località Toronduze, anche detta “Turunduzze”, indica un’area verde situata all’ingresso dei Boschi Baredi e Selva di Arvonchi di Muzzana, in corrispondenza del ponte della SP 121 sul Fiume Cormôr. L’ambito funge anche da area informativa e didattica, grazie alla presenza di diversi pannelli che raccontano i boschi planiziali della Bassa. Questo è un luogo molto frequentato sia dai muzzanesi che dagli abitanti del territorio più vasto. Il toponimo è relativamente recente, e riprende il nome della particella del bosco Baredi a nord dell’area attrezzata, detta “bosco della Toronda”, ossia un bosco recintato di proprietà regia, interdetto alla popolazione locale. Le Turunduzze rappresentano uno snodo molto significativo per il territorio: qui si incrociano infatti due importanti direttrici su strada bianca, percorribili anche in auto, ma utilizzate soprattutto a scopo agricolo e ciclabile: quella est-ovest, che collega i boschi di Muzzana con Marano e Carlino da un lato, e dall’altro con Piancada e Precenicco, e quella nord-sud, che collega il paese di Muzzana all’argine lagunare e alla Darsena comunale posizionata presso la foce della Muzzanella.

Foto 1: Vista dell’area attrezzata; Foto 2: Segnaletica posta all’incrocio stradale, con indicazione degli itinerari ciclopedonali della “Boscovia” (© Atlante dei Luoghi).

Foto 3: “Area Turunduze, Opera Land art Lupanica edizione 2018 raffigurante un lupo” (Cartolina virtuale dalla ProLoco di Muzzana).

BOSCO BAREDI E SELVA DI ARVONCHI

Il Bosco Baredi e la Selva di Arvonchi sono di fatto un’unica area boscata, con una superficie di oltre 160 ettari, la maggiore tra tutti i boschi planiziali della Riviera Friulana. Costituiscono una proprietà collettiva degli abitanti del Comune di Muzzana: l’utilizzo delle sue risorse boschive è infatti disciplinato dall’uso civico, una istituzione che risale al XIV° secolo e che affonda le sue radici nella tradizione delle “Communie”, ovvero quei terreni pubblici nei quali tutti gli abitanti potevano attingere risorse per la sussistenza, in base al proprio bisogno. In passato il bosco era soprattutto una grande riserva di legna per uso domestico: questa è la radice storica del legame della comunità con il bosco. Ma il bosco non è solo patrimonio dei Muzzanesi: se lo sfruttamento delle sue risorse è soggetto all’uso civico, la fruizione del bosco è libera, e ogni volta che viene organizzata una qualche manifestazione a Muzzana, una visita al bosco è immancabile. Il bosco è valorizzato dalla comunità locale attraverso numerosi eventi: vi hanno luogo la Festa dei Beni Comuni, la Festa del Tartufo (dove il bosco diventa il campo per dimostrazioni della raccolta con cani da tartufo), la Lupanica Race, e l’iniziativa Boschi in Festa, che coinvolge tutti i Comuni dove insistono i principali boschi planiziali del territorio; inoltre, vi si svolgono anche eventi temporanei, come concerti e camminate all’alba, giochi e spettacoli. La manutenzione del bosco è affidata direttamente al Comune, ed è molto curata. Il bosco è facilmente accessibile ed esplorabile grazie ad una rete di percorsi ben segnalati: lo si può visitare percorrendo il percorso esterno che ci gira attorno, oppure lo si può attraversare a piedi o in bicicletta, addentrandosi nella rete dei suoi sentieri interni. L’accesso principale al bosco si trova presso le “Turunduzze”, che è lo snodo più importante della rete ciclo-viaria locale; è un luogo ameno, accogliente e ben attrezzato, che fin da subito mostra l’attenzione e la cura della popolazione locale per questo vero e proprio monumento naturale. Forse anche per questa passione che si percepisce, per questa storia e questo rispetto giunti vivi sino ai giorni nostri, il bosco attrae un gran numero di persone da tutto il territorio, che vengono a visitarlo, prevalentemente in bicicletta, sfruttando la rete di strade bianche che attraversano le campagne della bonifica. Il bosco è attualmente al centro di un importante progetto di ripiantumazione di iniziativa comunale, volto alla creazione di un corridoio ecologico che lo collegherà con l’altro grande bosco di Muzzana, il Coda Manin, fiancheggiando il Canale Cormôr.

Foto 1: Vista aerea del bosco (© Francesco Biasutti).

Foto 2 e 3: Sentieri del bosco (© Atlante dei Luoghi).

Foto 4: Mappa dei sentieri (© Comune di Muzzana).

 

Lo sapevi che

Fino alla prima metà del Novecento i boschi si estendevano fino alla Laguna, occupando anche le aree poste sotto il livello del mare medio, periodicamente allagate da alte maree e alluvioni. Vi era dunque una particolare simbiosi tra i boschi e le aree umide e salmastre, che dava luogo ad un habitat unico. Gli anziani ancora raccontano come i Boschi si “tuffavano” in Laguna: con le maree, l’acqua invadeva la terraferma, e si poteva andare dentro al bosco con la barca; alcuni ricordano anche la presenza delle lontre, ormai scomparse da questi territori. L’azione combinata dei disboscamenti da un lato e delle bonifiche dall’altro hanno purtroppo cancellato questo paesaggio ibrido e particolarissimo.

BOSCO BRUSSA

Il bosco Brussa è di proprietà del Comune di Palazzolo, ed ha un’estensione di circa 30 ettari. È l’unico bosco planiziale del territorio frutto di un progetto di rimboschimento, portato avanti dall’amministrazione comunale e da un gruppo di cittadini volontari a partire dal 1985. L’attuale bosco occupa solo in parte la superficie dell’antico bosco Brussa, che misurava ben 92 ettari, ma che venne completamente abbattuto nel 1957 per ampliare la superficie coltivabile. La ripiantumazione del bosco Brussa, avviata a meno di trent’anni dal suo abbattimento, è sintomatica del sentire di larga parte della popolazione locale, che dopo una lunga storia di bonifiche volte ad accrescere la produzione agricola in questo difficile territorio, guarda oggi con favore ad una prospettiva di recupero degli ambienti naturali e soprattutto dei boschi, che costituiscono ancora parte integrante dell’identità e del modo di vivere delle comunità locali. A conferma di questo, il bosco è oggi gestito attivamente da una associazione del paese, denominata “Amici del Bosco Brussa”, che cura non solo la manutenzione del bosco e dell’area attrezzata per feste e ritrovi, ma ne promuove la conoscenza e la fruizione grazie a gite organizzate in collaborazione con altri operatori del territorio. Il Bosco Brussa è dunque un vero e proprio spazio di comunità, luogo di aggregazione e testimonianza di ciò che può rinascere grazie alla volontà e la passione di un gruppo di persone.

Foto 1: sentiero del bosco; Foto 2 e 3: area gioco e centro feste realizzati all’ingresso dell’area boscata (© Atlante dei Luoghi).

BOSCO BANDO DI SOTTO

Il bosco, con estensione di circa 10 ettari, è l’unico bosco planiziale in Comune di Precenicco. Nonostante sorga vicino al paese, raggiungerlo non è immediato: non tanto per la mancanza di percorsi (la SP102 è affiancata da una pista ciclabile), ma soprattutto per l’assenza di segnaletica. Inoltre, la forma del bosco, stretta e allungata con asse principale in direzione nord-sud, lo rende scarsamente visibile dalla strada. Lasciata questa, invece, e giunti nelle sue vicinanze, il bosco si presenta in tutta la sua massa arborea, esaltata dalla campagna aperta che si estende tutto attorno. Al bosco si arriva affiancando un canale irriguo che lo attraversa da parte a parte e che, addentrandosi tra gli alberi, dà luogo ad un ampio passaggio, dal quale si può partire ad esplorare l’interno. È in corso di realizzazione un progetto per collegare questo sito naturalistico, poco conosciuto anche dagli abitanti di Precenicco, alla rete ciclabile d’area vasta e, quindi, agli altri boschi planiziali del territorio.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Dentro al bosco e sul fondo del canale di bonifica si trovano mucchi di grandi conchiglie grigie e sottili; i pescatori della zona sostengono si tratti di mitili selvatici – non commestibili per gli uomini – che crescono nella Laguna e che gli uccelli più grandi, come i gabbiani e gli aironi, pescano nei fondali lagunari lasciati scoperti dalle basse maree, per portarli poi nel bosco, e consumarli al riparo da occhi indiscreti.

BILANCIA DI BEPI E DARSENELLA

La “Bilancia di Bepi” è uno dei luoghi più conosciuti e frequentati alla Foce del fiume Stella: si tratta di una caratteristica costruzione in legno per la pesca con la bilancia, tipica degli ambiti fluviali e lagunari. Da tre generazioni è un punto di riferimento per gli abitanti di Palazzolo (e non solo), vero e proprio “piede sull’acqua” del paese in Laguna: oltre all’attività turistica e ristorativa, infatti, qui si possono noleggiare kayak, sia per andare in Laguna che lungo lo Stella, o effettuare visite guidate in barca e in canoa. È inoltre possibile “noleggiare” la bilancia per una giornata: si cucina e si mangia quello che si è pescato con la rete. La particolarità della struttura e il meraviglioso contesto paesaggistico lo rendono un luogo particolarmente apprezzato sin dai tempi di Ernest Hemingway, che frequentò a lungo questi posti, e che proprio qui lasciò una testimonianza del suo passaggio. Nelle vicinanze della Bilancia esiste da qualche anno una piccola darsena, realizzata e gestita dall’Associazione Nautica Fraida; questa infrastruttura, seppure di ridotte dimensioni, è un luogo molto utilizzato dalla popolazione, perché rappresenta un punto di collegamento molto più diretto con la laguna, rispetto al sistema degli approdi situati più a monte lungo il fiume.

Foto 1 e 2: © Atlante dei Luoghi; Foto 3: Foto aerea con la rete in immersione; Foto 4: La darsena turistica; sullo sfondo, l’area protetta della Foce dello Stella (© Francesco Biasutti).

Lo sapevi che

La bilancia (o bilancione, se leggermente più grande) è una tipologia di rete da pesca, di forma generalmente quadrata, che viene fissata mediante un sistema di funi ad un’asta o a dei pali collocati sulla terraferma, e il cui sollevamento avviene tramite motore. La pesca avviene calando la rete fin sul fondale del fiume, e poi sollevandola, di solito ogni dieci minuti circa. Si tratta quindi per sua natura di una piccola pesca, praticata soprattutto sui fiumi. Nell’ambito della laguna di Marano ne sono rimaste circa una decina.

CHIESETTA DELLA MADONNA DELLA NEVE E S.I.C. “ANSE DELLO STELLA”

Scendendo il corso del fiume a sud di Precenicco, nella piccola frazione di Titiano, si incontra la chiesetta della Madonna della Neve, originaria del XIII° secolo e legata alla frequentazione di questo territorio da parte dei Cavalieri Teutonici. Questa chiesetta in riva al fiume, situata in un contesto paesaggistico di rara bellezza, è ancora oggi un luogo suggestivo e romantico, al quale la popolazione locale è molto legata. Per gli abitanti di Precenicco questo luogo è vissuto quasi come un prolungamento del paese, ed è parte integrante dello storico rapporto della comunità locale con il fiume. La chiesetta si trova all’interno di un’importante area protetta, il Sito di Interesse Comunitario (S.I.C.) “Anse del Fiume Stella”; in questo tratto del fiume, infatti, le sponde si trovano quasi allo stato naturale, e presentano diversi habitat ripari e acquatici legati alla presenza di grandi “anse morte”, segno del mutevole tracciato del fiume nel tempo. Il sito è dotato anche di un piccolo approdo, che consente di giungervi direttamente dal fiume.

Foto 1: La chiesetta vista dalla riva del fiume; Foto 2: cigni nidificanti sulle sponde dello Stella (© Atlante dei Luoghi).

Foto 3: “Tramonto sullo Stella: Titiano” (Cartolina virtuale da Milena di Rivignano Teor).

Lo sapevi che

Il Santuario della Madonna della Neve, un tempo meta di pellegrinaggi, è legato a diverse tradizioni e leggende locali: si racconta che, a causa delle frequenti esondazioni dello Stella, si fosse deciso di abbandonare la chiesetta, e di trasferire la statua della “Madòne pizule” (un’antica scultura in legno d’olivo) ivi custodita nella chiesa principale di Precenicco. Miracolosamente, però, la Madonna continuava ad apparire agli abitanti fra i canneti del fiume, davanti alla chiesa ormai in rovina; fu così deciso di ricostruirla in quello stesso luogo. Per commemorare questo evento ancora oggi, il 5 agosto di ogni anno, gli abitanti festeggiano la “Madòne di Titian”: in questa suggestiva ricorrenza la statua viene portata in processione da un corteo di barche che da Precenicco arriva fino a Titiano, dove è accolta dalle celebrazioni e accompagnata alla sua chiesetta originaria.

DARSENA TURISTICA E AVIOSUPERFICIE

La darsena “Marina Stella” è il principale centro turistico del fiume. Sorge su un’ansa fossile, e nasce da un concetto imprenditoriale innovativo, volto ad unire ospitalità, servizi di rimessaggio-assistenza alle imbarcazioni, e valorizzazione dei prodotti enogastronomici locali. Il complesso ospita anche un centro sportivo, con piscina e campo da tennis. In questa zona si concentrano anche altri servizi attrattivi: proprio di fronte alla darsena, sulla sponda opposta del fiume, vi è un ristorante molto frequentato d’estate, raggiungibile direttamente in barca grazie a un piccolo approdo, mentre sul lato verso il Bosco Brussa si trova un’avio-superficie per aerei ultraleggeri, utilizzata anche dai turisti stranieri, in particolare austriaci. Presso l’avio-superficie vi è un bar-ristorante, ritrovo usuale non solo per gli aviatori, ma anche per gli abitanti, che da lì possono osservare il decollo e l’atterraggio dei velivoli. La darsena Marina Stella rappresenta il capolinea attuale del percorso lungo l’argine sinistro del fiume Stella che parte da Palazzolo, in quanto il tratto successivo, per quanto molto suggestivo, risulta attualmente impraticabile, o comunque di difficile percorrenza.

(Foto 1 © Marina Stella; Foto 2 © Atlante dei Luoghi).

PIAZZA E PORTO DI PRECENICCO

La vita degli abitanti di Precenicco è fortemente legata al fiume Stella. Simbolo di questo legame è la piazza del paese, principale luogo di incontro per la comunità, che si affaccia sullo Stella formando un tutt’uno con il porto fluviale; proprio per questo, infatti, viene detta “Piazza del Porto”. Vi si possono ammirare gli edifici del “Canevon” e, sulla sponda opposta, già in Comune di Palazzolo, la “Casa del Marinaretto”, edificio costruito negli anni Trenta del Novecento e oggi centro civico, il quale chiude idealmente questo lato della piazza, inglobando in essa lo scorrere del fiume. D’estate, ad agosto, nella Piazza del Porto si tiene la “Festa sul Fiume”, cui partecipano numerosi turisti, oltre agli abitanti con le loro barche. Il Porto fluviale che si allunga verso sud a partire dalla piazza ospita soprattutto le imbarcazioni turistiche e da diporto; le barche degli abitanti sono invece ormeggiate nella Darsena comunale di Pescarola, posta più a nord, a breve distanza dal centro del paese. La Piazza è anche il punto d’attacco del ponte ciclo-pedonale sullo Stella. Per gli abitanti di Piancada e di Palazzolo questo ponte è il principale punto di accesso a Precenicco, in quanto permette di arrivare comodamente in centro sia in bicicletta che in auto, parcheggiando sulla sponda opposta; chi vive a Palazzolo infatti, sente Precenicco e la sua piazza un po’ come casa propria. Ma il ponte è molto utilizzato anche da turisti e amanti delle due ruote perché rappresenta il principale attraversamento ciclabile lungo il fiume, nonché un prezioso nodo intermodale (bici-barca) all’interno del sistema della mobilità dolce del territorio, che collega i paesi e i sistemi boschivi attraverso le campagne della bonifica.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

ARGINE DESTRO DEL FIUME STELLA

Dalla chiesetta della Madonna della Neve, nella frazione Titiano di Precenicco, è possibile raggiungere la Laguna seguendo il fiume Stella in sponda destra, percorrendo un nuovo percorso realizzato in fregio all’argine fluviale, ideale per escursioni in mountain-bike o a piedi. Dal centro di Precenicco fino alla chiesetta, invece, l’argine non è percorribile; gli abitanti, in questo tratto, devono quindi passare lungo la SP56 (strada non ottimale da percorrere in bicicletta per via del traffico consistente), oppure seguire le strade bianche che attraversano la campagna; proprio su questa viabilità secondaria è previsto che passerà anche l’itinerario della Ciclovia del Mare Adriatico (FVG2). Una volta arrivati alla foce del fiume, è possibile proseguire nel percorso lungo l’argine lagunare, arrivando fino ad Aprilia Marittima e, da qui, anche a Lignano.

L’argine dello Stella nei pressi di Titiano (© Atlante dei Luoghi).

ARGINE SINISTRO DEL FIUME STELLA

Lungo il fiume Stella, a sud dell’abitato di Palazzolo, è in corso di realizzazione un nuovo percorso ciclo-pedonale, inserito in uno degli itinerari della rete “AsterBike”. Tale percorso passa nelle vicinanze di alcune anse morte di grande interesse, seguendo l’argine fluviale fino al ponte ciclopedonale di Precenicco; qui l’itinerario ciclabile procede in sponda destra, lungo il tracciato della Ciclovia del Mare Adriatico (FVG2), oppure in direzione di Piancada. Tuttavia, per chi volesse, è possibile proseguire a piedi e in bicicletta seguendo il corso del fiume sino in prossimità della Darsena turistica Marina Stella. A sud di questo punto l’argine non è più percorribile a causa della scarsa manutenzione; per proseguire sino alla foce dello Stella o alla Bilancia di Bepi, occorre dunque abbandonare la linea arginata in prossimità del Bosco Brussa, e proseguire sulla rete di strade bianche che innervano la campagna, e da queste immettersi sulla viabilità ordinaria (Via Casali Paludo) che permette di raggiungere facilmente l’argine lagunare e la foce del fiume. Sulla via del ritorno è possibile compiere un percorso ad anello che, costeggiando i canali della bonifica, risale verso Piancada, sempre per vie interne poco trafficate.

Il percorso arginale nei pressi del Cantiere nautico di Piancada (© Atlante dei Luoghi).

PORTO DI PALAZZOLO

Il Porto di Palazzolo si sviluppa a nord del ponte stradale della SR14. È formato da una banchina galleggiante attrezzata per 41 posti barca, riservati prevalentemente alle imbarcazioni per uso turistico o ricreativo dei residenti. Alle spalle del Porto, in un luogo fresco e ameno, in parte ombreggiato da alberi ad alto fusto, si trovano un’area verde e alcune attrezzature per lo sport e il gioco; questo ambito è molto utilizzato dagli abitanti, soprattutto dai più giovani. Vicino al Porto si trova anche la passerella ciclopedonale sul fiume Stella, che collega il centro di Palazzolo con i quartieri residenziali in sponda destra; grazie a questa passerella, realizzata negli anni Sessanta e ristrutturata nel 1998, il Porto acquista una posizione centrale rispetto a un insediamento che si specchia su entrambe le sponde del fiume. L’abitudine di frequentare in barca lo Stella è ancora molto forte tra la popolazione; sono in molti a Palazzolo a possedere una imbarcazione, chi nel Porto del paese, chi sulla Darsena alla foce dello Stella. La navigazione è infatti per loro il modo principale per vivere il fiume e i suoi diversi paesaggi.

Foto 1,2,3 (© Atlante dei Luoghi).

Foto 4: “Passerella all’alba” (Cartolina da Milena di Rivignano Teor).

Lo sapevi che

Poco più a sud dell’attuale ponte della SR14 sono stati rinvenuti i resti sommersi dei due piloni e della massicciata in pietra del Ponte Romano sulla via Annia, che in antichità attraversava il fiume in corrispondenza di Palazzolo. La costruzione del ponte risale al 131 a.C., anno di realizzazione della via consolare, e sembra che fosse ancora percorribile in età medievale. L’antico ponte sulla via Annia segnava anche il limite superiore della navigabilità commerciale del fiume, e in epoca romana rappresentava quindi un importante punto di interscambio dal mezzo fluviale a quello stradale.

PONTE BAILEY E ANSA DELLO STELLA

Dalla Chiesa di Santo Stefano a Palazzolo parte una strada, molto utilizzata dai residenti, che porta alla frazione di Rivarotta, in Comune di Rivignano-Teor. Subito alle spalle della chiesa la strada attraversa il fiume Stella su di un vecchio ponte Bailey, una struttura militare in ferro realizzata alla fine della seconda guerra mondiale e più volte ristrutturata, ancora oggi chiamata dagli abitanti “il Ponte Bailey”. Il ponte costituisce anche un parziale limite per la navigazione sul fiume: sotto al Bailey passano solo barchini di piccola dimensione, che possono arrivare fino al porticciolo di Rivarotta. In questo tratto del fiume, inoltre, nei periodi di secca è facile arenarsi, ma la gente del posto conosce bene le sue anse, e sa dove passare. Superato il ponte Bailey lo Stella forma un’ansa naturale, che costituisce uno dei punti di maggiore contatto visivo tra il paese e il fiume; in quest’area, infatti, sino a pochi anni fa si svolgeva la “Sardellata sullo Stella”, organizzata dall’associazione “Amici della Sardellata” di Palazzolo. L’evento attirava molta gente, e si faceva festa tutto il sabato e la domenica. Purtroppo, qualche anno fa è mancato il principale organizzatore, e la manifestazione non si è più svolta.

Foto 1: Piccola area attrezzata sull’ansa dello Stella; Foto 2: Il ponte Bailey (© Atlante dei Luoghi).

PERCORSO CICLOPEDONALE TRA PALAZZOLO E POCENIA

L’argine del fiume Stella tra Pocenia e Palazzolo è molto bello da percorrere, a piedi o in bicicletta, ma non è sempre facile farlo: in alcuni tratti non vi è un vero e proprio percorso segnato, in altri si deve passare attraverso proprietà private, altrove è necessario procedere a piedi, bici in spalla; alcuni tratti, infine, non sono affatto accessibili. Un altro limite è la mancanza di manutenzione dell’infrastruttura arginale, anche da parte dei proprietari delle aree agricole e dei pioppeti adiacenti al fiume. Per questi motivi, per le loro escursioni in campagna, gli abitanti preferiscono percorrere la strada secondaria che unisce Palazzolo con Pocenia; questo itinerario comincia dall’area sportiva di Palazzolo e passa soprattutto su strade bianche o campestri, che solo in un punto si avvicinano al fiume. Per molto tempo questo percorso è stato utilizzato come via alternativa alla strada asfaltata che unisce i due Comuni (la SP43), mentre oggi è utilizzato per lo più dai mezzi agricoli, e per questo la carreggiata è spesso danneggiata. Malgrado ciò, il percorso è molto apprezzato dagli abitanti, per via della bellezza e della tranquillità del paesaggio agrario che affianca il corso del fiume.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PARCO DELLO STELLA A POCENIA

Il Parco dello Stella è un’ampia area verde posta tra il paese di Pocenia e la sponda sinistra del fiume, facilmente visitabile grazie a una rete di sentieri realizzati dal Comune. Quest’area è parte del più ampio “Parco Comunale dei Fiumi Stella e Torsa”, che si estende per 334 ettari di superficie e circa 7 km di lunghezza, istituito per la salvaguardia del paesaggio, della flora e della fauna presenti lungo i due fiumi, nonché per promuoverne l’osservazione naturalistica. Il Parco dello Stella è direttamente raggiungibile dal paese, attraverso strade bianche che giungono sin nei pressi del centro, ed ha il pregio di mettere i visitatori a diretto contatto con lo splendido paesaggio fluviale dello Stella, una caratteristica che si ritrova in pochi altri tratti del fiume. Per questa ragione il parco è molto amato dai cittadini, che lo usano per passeggiare, andare in bici, correre, pescare, o semplicemente per sedersi tra amici lungo le rive erbose, all’ombra dei grandi alberi. La rete attuale dei percorsi del Parco non consente di raggiungere il fiume Torsa, che invece è fruibile grazie al Sentiero degli Alpini.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

“IL SALT”

Il punto sul fiume Stella in cui era stata realizzata una briglia, per rallentare la forte corrente del fiume a seguito del “taglio” dell’ansa di Chiarmacis, avvenuto nel 1934, è conosciuto dagli abitanti di Pocenia come “il Salt”.  Storicamente in questo tratto di fiume i ragazzi di Pocenia andavano a nuotare, o anche semplicemente a lavarsi: fino agli anni Settanta, infatti, in pochi disponevano in casa di acqua corrente, e l’unico modo per fare un bagno completo (solo per gli uomini!) consisteva nell’andare sul fiume.  Il punto esatto del Salt è ancora osservabile dal percorso del Parco dello Stella di Pocenia: tra la vegetazione riparia è infatti possibile scorgere uno dei due blocchi di cemento ferma argine, ultima traccia ancora esistente delle due arginature realizzate con le opere di rettificazione del fiume. Questi blocchi servivano anche per la possibile costruzione di un ponte che collegasse Pocenia con Chiarmacis, come già avveniva in precedenza lungo il corso originario del fiume, oggi divenuto un’ansa morta. Tuttavia a realizzare il ponte, una decina di anni dopo, fu il comando tedesco di stanza a Pocenia nel corso del secondo conflitto mondiale, allo scopo di catturare i partigiani che si riunivano nei paesi di Chiarmacis e Rivarotta. Questa passerella, realizzata nel ’44 in tronchi di pioppo e della quale esiste solo un dipinto, fu distrutta un anno più tardi dagli abitanti di Chiarmacis per impedire l’accesso all’ansa morta, dove avevano preso ad allevare anatre ed altri animali: questo perché la situazione di estrema miseria in cui versava la popolazione locale all’indomani della guerra aveva spinto numerosi Poceniesi a superare il fiume, fiocina in mano, per catturare una cena per la famiglia! 

Oggi questo luogo è al centro di un importante progetto di valorizzazione del territorio che, grazie alla realizzazione della rete ciclabile “AsterBike”, permetterà di ripristinare lo storico passaggio sul fiume attraverso un ponte ciclopedonale, rinnovando la memoria delle numerose vicende legate a questo breve tratto dello Stella. Il ponte consentirà inoltre di connettere il Parco con la grande ansa “ad orecchio” posta sulla sponda destra del fiume, ma ricadente in territorio di Pocenia, che oggi rappresenta un’interessante zona di ripopolamento della fauna selvatica.

Foto1: Il punto denominato “il Salt” (© Atlante dei Luoghi); Nell’immagine 2: Pocenia, 04.03.1934. Il taglio della grande ansa del fiume Stella. Si possono ben distinguere i due punti di attraversamento del fiume: quello sull’ansa di Chiarmacis (n.10), dove sino al 1924 esisteva un ponte in legno, e il punto della briglia del “Salt” (n.13). Nel punto indicato con il n.1 insisteva il mulino di Chiarmacis (Archivio Giovanni Forni). Nell’immagine 3: La passerella sullo Stella detta “del Salt” 1944, in un disegno di Galliano Iusso (Archivio Giovanni Forni).

Lo sapevi che

Questo è sempre stato un luogo molto importante sul corso del fiume: in corrispondenza dell’ansa di Chiarmacis esisteva un facile guado sullo Stella, utilizzato sin dall’epoca preromana; sembra inoltre che da qui passasse l’antica direttrice stradale, diramazione della via Annia, che univa Muzzana a Codroipo. Successivamente, a partire dal XVI° secolo, il guado di Chiarmacis era il punto in cui gli abitanti di Pocenia, allora possedimento veneto, attraversavano clandestinamente il fiume per motivi legati all’infeudazione del territorio. I signori locali, i Conti Savorgnan, avevano infatti imposto pesanti tasse e restrizioni alla popolazione; i coloni attuavano così la pratica del furto campestre, rubando il grano nelle stesse terre del feudatario e andandolo poi a trebbiare e a macinare al di là dello Stella, nei molini di Chiarmacis e Rivarotta (proprietà degli Strassoldo, legati invece all’Impero). Dell’antico mulino di Chiarmacis, passato poi alla famiglia dei conti Panciera di Zoppola, tutt’ora proprietari dell’intero borgo agricolo, non esiste più traccia.

FIUME TORSA – SENTIERO DEGLI ALPINI

Lungo il fiume Torsa esiste un percorso a carattere ricreativo, detto “degli Alpini” in quanto realizzato grazie a un grande lavoro di volontariato della locale sezione degli Alpini; anche per questa ragione questo è sentito come un “sentiero di comunità”, e viene ben manutenuto dagli abitanti. Il tracciato corre tra il paese ed il fiume, costeggiando la vegetazione riparia ed entrando in uno stretto rapporto visivo con le anse ancora intatte del Torsa, che lo rendono un itinerario interessante in tutte le stagioni. Lungo il percorso sono stati realizzati dei punti di sosta, dove potersi fermare e contemplare il paesaggio fluviale. Da anni le associazioni locali riescono a rendere vivo questo tratto del fiume Torsa organizzando diverse attività: una di queste era la “Bici in Giro”, che si svolgeva nel mese di giugno e percorreva tutto il territorio comunale. In altre occasioni sono state coinvolte le scuole: ad esempio, nel 2019, i bambini hanno realizzato casette e nidi da posizionare lungo il sentiero, costruiti con materiali di recupero portati dalle famiglie. Gli abitanti di Pocenia avvertono la mancanza di una connessione diretta tra il sentiero degli Alpini e i percorsi nel Parco dello Stella, entrambi in Comune di Pocenia. Tuttavia, grazie al progetto “Stella Boschi Laguna”, è previsto il collegamento del sentiero al sistema di reti ciclo-pedonali che collegheranno i punti di interesse del territorio.

(Foto © Atlante dei Luoghi).

PORTO DI PESCAROLA

Foto © Atlante dei Luoghi.

PORTICCIOLO DI RIVAROTTA

“Riflessi a Rivarotta” (Cartolina virtuale da Milena di Rivignano).

VILLA OTTELIO SAVORGNAN

“Relax”: il fiume Stella ad Ariis, nei pressi di villa Ottelio (Cartolina Virtuale da Milena di Rivignano Teor).

VILLA BADOGLIO-ROTA – FLAMBRUZZO

“Giardino di Villa Badoglio, Flambruzzo” (Cartolina Virtuale da Milena di Rivignano Teor).

ISOLA PINGHERLI

L’Isola Pingherli costituisce ormai un’ansa fossile (come l’Isola Picchi a Pertegada), in quanto solo il ramo di valle dell’antico meandro è rimasto aperto. È un’area verde caratterizzata da ampie zone umide, appartenente al Comune di Lignano Sabbiadoro, ma accessibile dalla sponda veneta del fiume, attraverso la rete dei percorsi ciclo pedonali di Bibione. Attualmente esiste un progetto per rendere visitabile l’isola anche dalla sponda friulana, attraverso la realizzazione di un passo barca che la collegherebbe al Sito di Interesse Comunitario “Pineta di Lignano”, istituito dalla Regione nel 1999 nell’ambito della Rete Natura 2000.

(Foto © Francesco Biasutti).

PORTE VINCIANE DELLA LITORANEA VENETA

Il ponte girevole presso le Porte Vinciane della Conca di Bevazzana è oggi uno degli elementi più caratteristici del percorso ciclopedonale tra Latisana e Lignano. Le Porte Vinciane, realizzate nel 1922, originariamente in legno e oggi in acciaio, si serrano quando per il Tagliamento è prevista un’ondata di piena, in particolare per evitare allagamenti nelle zone di Lignano e Aprilia Marittima, e il danneggiamento degli argini. Il sistema, progettato all’inizio del secolo scorso, è ancora molto efficiente, tanto che viene ancora usato per il passaggio delle barche dal Tagliamento alla Laguna di Marano, attraverso il canale navigabile della Litoranea Veneta. A tal proposito, un sistema di porte simmetrico a questo, ma di costruzione più recente, è posizionato poco più a valle sulla sponda veneta del fiume, e consente di proseguire lungo la Litoranea fino alla Laguna di Venezia.

Foto 1: Le Porte Vinciane (© Atlante dei Luoghi); Foto 2: Ponte di barche sul Tagliamento a Bevazzana (1965-1988) (© Paolo Strazzolini, “I Passaggi del Tagliamento”).

Lo sapevi che

Poco sopra alle Porte Vinciane, dove oggi scorre libera l’acqua del fiume, esisteva un ponte di barche, percorribile a un solo senso di marcia (e, per le automobili, dietro il pagamento di 500 lire). Rimase in servizio dal 1965 al 1988, quando è stato sostituito dall’attuale ponte in cemento armato. La memoria del traballante e pittoresco ponte di barche di Bevazzana, e del rapporto diretto e sorprendente che esso consentiva con l’ambiente del fiume durante l’attraversamento, è ancora vivida tra gli abitanti.

FOCE DEL TAGLIAMENTO

L’ambito della foce era meta tradizionale degli abitanti di Lignano e degli altri paesi della zona; in questo punto c’era una spiaggia, contornata dalla pineta, utilizzata abitualmente come luogo di balneazione, per grigliate all’aperto e altre attività ricreative. La pineta è oggi parzialmente occupata dal Camping e la spiaggia, a seguito delle numerose piene del fiume, si è molto ridotta, scomparendo del tutto in alcuni tratti. Per consentire la difesa e il graduale ripristino della riva sabbiosa, recentemente sono stati eseguiti dei lavori di messa in sicurezza e consolidamento della sponda fluviale; queste opere hanno consentito anche di realizzare un nuovo percorso pedonale, che dalla darsena “Marina Uno” arriva alla spiaggia, denominato “Passeggiata Hemingway” in ricordo dello scrittore americano che a lungo soggiornò in questo territorio. Nonostante la foce rappresenti il tratto terminale di un grande fiume, essa conserva un elevato grado di naturalità: gli abitanti ancora ricordano quando, nel 2002, qui si pescò un “favoloso” Pesce Luna, oggi esposto a Marano, nell’Acquario Lagnare all’interno della Riserva naturale Valle Canal Novo, per le sue notevoli dimensioni. Chi frequenta oggi quest’area ne apprezza soprattutto l’atmosfera appartata e tranquilla, che nemmeno le numerose attività sorte lungo la sponda sinistra sembrano poter intaccare: l’ampiezza dell’alveo e il lento scorrere delle acque del fiume in questo tratto, l’aprirsi della vista sul mare aperto e il silenzio del vento, ispirano istintivamente un senso di pace e serenità.

Foto 1 e 2: © Francesco Biasutti; Foto 3: © Atlante dei Luoghi.

Lo sapevi che

La Pineda sinistra e l’ambito della foce ricadente nel Comune di San Michele sono tutelati come Sito di Interesse Comunitario. Si tratta di un’area naturalistica di grande pregio, visitabile attraverso la rete dei percorsi ciclopedonali di Bibione, raggiungibili anche dalla sponda friulana attraverso un passo barca dedicato. Questo servizio di traghetto, appositamente pensato per il cicloturismo, è stato inaugurato qualche anno fa con un notevolissimo riscontro tra gli utenti; qui, infatti, si incontrano due importanti direttrici ciclabili: quella Nord-Sud del percorso sull’argine tra Latisana e la Foce del fiume, attraverso la “Ciclovia del Tagliamento” (recentemente completata), e quella Est-Ovest, che collega le località balneari di Lignano e Bibione.

ISOLA PICCHI

L’isola Picchi è il risultato di una rettificazione artificiale del corso del fiume, definito anche “drizzagno”, effettuato nella seconda metà del Novecento dall’Autorità idraulica. Per questo motivo la località “Picchi”, pur facendo parte del comune di Latisana, oggi risulta accessibile solo dalla sponda veneta. Un tempo, l’ansa fossile dell’isola era uno dei numerosi punti di balneazione sul fiume, ed esisteva anche una barca facente servizio di traghetto tra le due sponde. Sull’isola (che ormai non è più tale, in quanto è collegata in vari tratti alla sponda veneta), sono presenti delle abitazioni e diverse attività agricole.

Foto 1: La sponda dell’isola sul Tagliamento (© Atlante dei Luoghi); Foto 2: Esercitazioni sul fiume (© Esercito Italiano).

Lo sapevi che

Parte dell’isola e l’area antistante sulla riva sinistra del fiume è tuttora un’Area Addestrativa demaniale in uso all’Esercito Italiano, gestita dal 3° Reggimento Genio Guastatori con sede in Udine. Quando, per iniziativa dell’Autorità idraulica, si effettuò il “Taglio” dell’ansa dei Picchi, l’Esercito Italiano propose l’esproprio di questi terreni ai fini addestrativi per i propri reparti. Tra le varie esercitazioni svolte in passato in quest’area, si puo’ annoverare la realizzazione di ponti galleggianti per il collegamento delle due rive. Attualmente l’area viene periodicamente utilizzata per addestramenti riguardanti operazioni anfibie, quali ad esempio il guado del fiume o le ricognizioni tecniche del Genio Militare, sia delle sponde, sia dei ponti che insistono sul fiume Tagliamento, nonché per l’abilitazione alla guida di mezzi natanti in dotazione ai reparti del Genio dell’Esercito Italiano. L’ingresso all’Area avviene dalla viabilità sotto l’argine (via Forte); quando non è utilizzata, l’area viene data in concessione ad uso agricolo, per lo sfalcio dell’erba.

SPIAGGIA DI PERTEGADA

La frazione di Pertegada è l’unico centro abitato ad avere un rapporto diretto con il fiume, non filtrato dalle aree golenali o dall’imponente argine eretto a Latisana: infatti, dalla piazza del Paese si raggiunge facilmente il fiume, scendendo su un ampio slargo cha presenta una magnifica vista sul Tagliamento. Da oltre trent’anni anni in questo punto si organizza uno dei più suggestivi falò epifanici della Regione: la “Foghera tal Timent”. Questo evento, oltre ad essere molto sentito dalla popolazione locale, richiama visitatori non solo dal Friuli e dal Veneto, ma anche da Austria, Germania e Olanda.

Foto (© Atlante dei Luoghi).

PERCORSO SULL’ARGINE TRA LATISANA E LA FOCE DEL FIUME

L’infrastruttura arginale del Tagliamento cambia fisionomia a sud di Latisana: si fa più stretta, meno agevole da percorrere, di sapore più “extra-urbano” rispetto al tratto da Latisana verso Fraforeano; anche per queste ragioni, i latisanesi identificavano nella SR14 un limite per le loro passeggiate lungo l’argine. I recenti lavori per la realizzazione tra Latisana e la foce del fiume dell’itinerario “AsterBike” (parte della Ciclovia regionale del Tagliamento), hanno cambiato sostanzialmente questa percezione, estendendo la piena fruibilità dell’argine anche in direzione di Lignano. Infatti, questo percorso è oggi molto frequentato sia a piedi, fino alla località “Case Masato”, che in bicicletta, per escursioni a più lungo raggio che toccano Pertegada, le Porte Vinciane sulla Litoranea Veneta, la Foce del Tagliamento, e volendo, arrivano a Bibione, tramite il Passo Barca che nella stagione estiva consente alle biciclette di attraversare il fiume.

Foto 1: Il percorso arginale nei pressi di via Sabbionera a Latisana; Foto 2: Il ponte girevole sulla Litoranea Veneta (© Atlante dei Luoghi).

ANSA FOSSILE DI GORGO

Quest’ambito del Tagliamento era un tempo frequentato soprattutto dai ragazzini, che qui venivano a giocare, anche se meno frequentemente rispetto alle aree golenali più vicine a Latisana. Nel tratto a sud della SR14, infatti, l’argine e il fiume in generale diventavano meno accessibili e quindi, più misteriosi; tuttavia, questi luoghi regalavano anche sorprese, come poter andare alla scoperta dei laghetti e delle aree umide nascoste dalla vegetazione, là dove un tempo scorreva l’acqua del fiume, o trovare un fango particolarmente adatto a modellare costruzioni e oggetti, quasi come se fossero di “terracotta”. Oggi l’intera ansa fossile è piuttosto inaccessibile, nonostante sia costeggiata dal nuovo itinerario ciclopedonale sull’argine tra Latisana e la Foce del fiume.

Nella foto: La “lanca” formata dal fiume sull’ansa fossile di Gorgo; queste acque stagnanti ospitano numerosissime specie vegetali ed animali (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Nel suo tratto terminale, il Tagliamento assume un andamento “meandriforme” dovuto alla pendenza scarsa o nulla: un minimo ostacolo, come un deposito fluviale, può deviare la corrente, provocando l’incurvamento dell’alveo. 

I fenomeni di erosione delle sponde esterne (dove la velocità della corrente è maggiore) e di deposizione dei sedimenti su quelle interne (dove la velocità è minore) portano alla formazione di meandri sempre più accentuati, separati da un lembo di terra chiamato “collo del meandro”. Durante una piena, le acque possono rompere il collo, così che il meandro viene tagliato fuori dalla corrente; nelle fasi iniziali di questo processo la corrente scorre ancora su entrambi i bracci, e si ha la formazione di vere e proprie isole fluviali. Con il tempo, i collegamenti del vecchio meandro con il nuovo corso del fiume tendono a chiudersi, e si forma il cosiddetto “meandro morto” o anche “ansa fossile”. Quando uno dei due collegamenti rimane aperto, si ha una situazione simile a quella dell’ansa di Gorgo; quando anche quest’ultimo collegamento si chiude, il meandro diventa uno stagno dalla forma di un quarto di luna, chiamato “mortizza” o “lanca”. Queste casistiche sono tutte ben osservabili sia lungo il corso del Tagliamento che del Fiume Stella.

Le anse fossili e le isole fluviali rivestono una grande importanza ecologica: sono zone umide molto ricche di avifauna e rappresentano lo stato più naturale di un sistema fluviale, una caratteristica ormai raramente riscontrabile nelle aree ad alta antropizzazione.

ANSA FOSSILE DI LATISANA – TAJAMENTO MORTO

Il corso del Tagliamento è andato lentamente ma incessantemente modificandosi nel corso degli anni; ancora oggi si possono osservare in diversi punti del fiume i resti del vecchio alveo, nella forma di vere e proprie “anse fossili”. In altri casi, invece, il corso è stato rettificato per opera dell’uomo, come è avvenuto in questo tratto, al fine di eliminare la curva secca del fiume in corrispondenza del centro abitato di Latisana. 

L’ansa fossile di Latisana, detta localmente “Tajamento morto”, è un luogo particolarmente vivo nella memoria degli abitanti: fino a qualche decennio fa, era uno dei principali punti di balneazione perché, nelle anse, l’acqua è più ferma e calda rispetto al corso del fiume. Ad esempio, a San Rocco, il 16 agosto, era consuetudine andare a fare il bagno in questo punto, perché poi da lì si andavano a vedere i fuochi artificiali di San Giorgio (in Comune di San Michele). Allora, era una pratica diffusa quella di attraversare il fiume a nuoto, anche per raggiungere le anse fossili. Oggi non più: vuoi per la forte corrente, o per la ripidezza delle sponde (che in certi tratti rendono difficoltoso il ritorno a riva), queste anse fossili non sono più frequentate come un tempo.

Lo sapevi che

Il modificarsi del percorso del Tagliamento è riscontrabile anche negli attuali confini amministrativi, sia comunali che regionali: fissati oltre un secolo fa in corrispondenza del corso fluviale del tempo, ora sono completamente differenti rispetto all’attuale posizione del fiume. Accade così che vi siano porzioni di territorio friulano sulla sponda veneta, e aree appartenenti al comune di San Michele al Tagliamento situate sulla sponda sinistra del fiume.

BOSCHI E AREA GOLENALE DI LATISANA

Tutta l’area golenale compresa tra l’argine di Latisana e il fiume Tagliamento era un tempo molto vissuta dalla popolazione locale, a tutte le ore; qui, sino agli anni Novanta, si potevano incontrare bambini giocare con il fango depositato dal fiume, anziani intenti a pescare, persone a passeggio o in bicicletta, giovani sulle moto da cross… Per gli abitanti, nei ricordi del periodo della giovinezza, fino a dove si arrivava con la bicicletta era tutto territorio per giocare: tutto l’argine, lungo il fiume, e anche dentro il fiume. A partire dagli anni Duemila, lo stretto legame degli abitanti con questo corso d’acqua maestoso e imprevedibile è mutato, e il modo di vivere il fiume si concentra oggi prevalentemente sui percorsi arginali, assiduamente frequentati; tuttavia, l’interesse a vivere in modo rispettoso il fiume è ancora vivo, soprattutto nelle giovani generazioni, come testimoniano le recenti iniziative per ripulire gli ambiti golenali e le spiagge dai rifiuti e dagli oggetti trasportati dalla corrente. Inoltre, la rete di sentieri che innervano la golena, ben mantenuti e segnalati, viene utilizzata non solo dagli agricoltori, ma anche dai residenti, che qui vengono a passeggiare all’ombra dei boschetti e della vegetazione riparia, fino a raggiungere la spiaggia di Latisanotta.

Foto 1: Ambiti agricoli nell’area golenale a Latisana; Foto 2: I sentieri nei “boschetti” a Latisanotta (© Atlante dei Luoghi).

PERCORSO SULL’ARGINE TRA FRAFOREANO E LATISANA

Il tratto di argine tra Fraforeano e Latisana è sempre stato molto vissuto dalla popolazione locale. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta, le gite e le scampagnate in bicicletta organizzate dalla Parrocchia erano molto popolari: allora, tutta la zona golenale racchiusa dall’argine era liberamente frequentata dalle famiglie e anche dai bambini, che qui trovavano un spazio ideale per il gioco. Infatti, l’argine era soprattutto il punto di partenza per le tante attività svolte sul fiume: giocare con la sabbia o con il fango, fare il bagno, prendere il sole, pescare… Anche il tratto urbano dell’argine a Latisana era molto frequentato, ben prima degli interventi di riqualificazione e pavimentazione del percorso: in particolare, i ragazzi amavano ritrovarsi nei luoghi semi appartati al di là del terrapieno come, ad esempio, “la scaletta” vicino alla ferrovia. Oggi la vita della popolazione locale ha in parte perso l’antica simbiosi con il fiume, ma il percorso ciclopedonale sull’argine resta un luogo molto utilizzato per andare a correre e a passeggiare: a detta degli abitanti di Latisana, la passeggiata lungo argine è ancor più vissuta della stessa piazza del paese!

Foto 1: Il campanile di Latisana visto dal percorso lungo argine; Foto 2: La passeggiata realizzata sull’argine nel tratto urbano di Latisana (© Atlante dei Luoghi).

SPIAGGIA DI LATISANOTTA

La spiaggia di Latisanotta è una vera sorpresa. Ci si arriva superando l’argine a nord del paese, addentrandosi lungo i sentieri che si diramano nell’area golenale; quasi d’improvviso, ci si trova a calpestare una sabbia dorata e finissima che si immerge dolcemente verso l’acqua cristallina del fiume. Quando lo sguardo si apre sulla riva ci si sente trasportati in un’altra dimensione: l’intera spiaggia, lunga tanto da abbracciare la grande ansa che fa il fiume a Latisanotta, è avvolta da fitti boschi ripari (i “boschetti”) che ne esaltano l’aspetto di naturalità intatta, mentre più dietro, le alte arginature ammutoliscono i rumori e i suoni del paese. Vi è una stretta relazione tra queste aree boscate e la riva sabbiosa del fiume, in quanto le prime offrono a chi la frequenta un riparo naturale dalla calura estiva. A conferma di questo, nel folto dei boschetti sono sorte capanne fatte con rami, canne e tronchi reperiti in loco, quali punti d’appoggio per vivere la spiaggia. Più a nord le sponde del fiume sono più impervie e conducono a improvvisi strapiombi, segno evidente dell’incessante lavorio della corrente e delle periodiche piene, che mutano continuamente la geografia di questi ambiti. Un tempo questi luoghi erano molto vissuti dalla comunità, soprattutto durante la bella stagione. Ancora oggi la spiaggia di Latisanotta è utilizzata come punto di ritrovo e balneazione da parte della popolazione, soprattutto dei giovani, che amano immergersi nel silenzio incantato e nella bellezza senza tempo di questi vasti spazi.

Foto 1: La spiaggia di Latisanotta; Foto 2: Una capanna realizzata nei boschetti; Foto 3: Accesso al fiume nelle vicinanze di Latisanotta (© Atlante dei Luoghi).

Lo sapevi che

Per i latisanesi, nel giorno di Pasquetta, era consuetudine organizzare in questa zona grigliate e scampagnate, mentre tradizionalmente si faceva qui il primo bagno dell’anno, in occasione della festa del 25 aprile.