BOSCHI

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By Luca Gorini

Un nome su tutti aleggia su queste terre: è quello della Silva Lupanica, l’antica foresta che da tempi immemori ricopriva il Basso Friuli. Aleggia nei racconti degli abitanti del posto, nei fondi di giornale e nei discorsi degli amministratori, degli esperti e delle istituzioni d’area vasta. Poco importa che poco ne resti, della selva di un tempo, o che forse non si tratti di un nome storico, ma leggendario: quel nome incarna oggi una coscienza collettiva, nella quale la vita degli abitanti è come ospitata, accolta da un contesto che ancora in tanti ricordano, per aver assistito al suo epilogo. Ciò che rimane delle antiche selve che un tempo si estendevano a perdita d’occhio si estende ancora oggi nella mente degli abitanti, al di là dei resti che ancora ombreggiano queste terre, e che assumono per questo un valore più di grande di ciò che appare. 

“I boschi sono grandi non solo per la loro superficie, perché questa è una cosa relativa: sono molto grandi per la loro capacità di portare l’essenza del territorio che una volta regnava dal Livenza all’Isonzo” 

Sì perché a differenza di tante altre parti d’Italia e del Friuli, dove l’agricoltura già da secoli aveva ripreso il sopravvento sulle foreste cresciute dopo la fine dell’impero, nella Bassa Friulana le selve sono sopravvissute molto più a lungo. Avevano attraversato l’epoca Romana, dove il lavoro degli agrimensori era riuscito solo in parte ad intaccarle; avevano resistito all’espansione agricola medievale, ed erano poi state protette da Venezia, che nei boschi della Bassa vedeva una delle sue fonti di approvvigionamento di legname pregiato; tanto che sul Turgnano c’erano diversi approdi della Serenissima, adibiti al trasporto degli alberi ceduati nei boschi di Muzzana.

Al tramonto della Repubblica, la mappa militare Asburgica mostra un paesaggio dove paesi e villaggi sono incastonati in un mosaico di boschi e aree umide, i quali lasciavano all’agricoltura solo i terreni limitrofi ai nuclei urbani. In queste terre, i boschi e le acque si sono intrecciati per millenni in un legame indissolubile che solo l’opera di bonifica dell’ultimo secolo ha reciso, come un nodo gordiano. Un’opera che si è interrotta solo in tempi recenti: basti pensare che il bosco Brussa di Palazzolo, vasto oltre 90 ettari, venne abbattuto solo alla fine degli anni ’50, e il grande bosco Bando di Carlino, di circa 500 ettari, addirittura negli anni ’70. Tuttavia, ciò che resta di essi ancora forma uno degli elementi più caratteristici di queste terre. 

“Vedendo questi boschi ho quasi l’impressione che facciano parte di un tutt’uno, un qualcosa che è stato ritagliato dalla presenza umana, ma è come se fosse un ritagliare qualcosa che ha la stessa origine.”

Appaiono così, da lontano, come profili verdi a frastagliare il paesaggio delle campagne; avvicinandosi, prendono ad imporsi con la loro massa verde che quasi scolpisce lo spazio aperto, indirizzando lo sguardo, erigendo barriere, incanalando prospettive, e avvolgendo l’osservatore in modo discreto e impenetrabile. Anche il legame con le acque resta sensibile: quasi tutti questi boschi, infatti, sorgono in prossimità di importanti corsi d’acqua, e in molti casi sono circondati da canali che li proteggono, e che ricordano la continua azione di drenaggio dei terreni.

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