LAGUNA DI MARANO

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By Luca Gorini

Parlare della Laguna di Marano è parlare di Marano. Almeno fin dal 1420, quando i Veneziani vennero in possesso di queste terre, e concessero agli abitanti del paese l’utilizzo esclusivo delle acque lagunari per la pesca, al fine di rafforzare quel porto-fortezza ritenuto strategico per il controllo dell’attività navale nell’Alto Adriatico. Pensando a questo ancora oggi c’è un dettaglio che colpisce: l’intera superficie del Comune coincide infatti con lo specchio d’acqua della laguna. Non si ricorda un altro territorio che abbia questa caratteristica: Marano è un Comune fatto d’acqua, è privo di estensioni di terra che non siano isole, mote, velme e barene; per dirla con le parole stesse dei Maranesi, “fin che xe aqua, xe Maran!” (finché c’è acqua, c’è Marano). A dire il vero, il perimetro Comunale include anche alcuni lembi di terraferma: sono quelli prosciugati con le opere di bonifica, che in passato erano parte integrante dell’ambito lagunare. 

C’è una ragione precisa per tale assetto: per secoli, forse millenni, la laguna di Marano è stata l’ambiente più ricco e produttivo della Bassa. Il suo ecosistema unico rendeva queste acque molto pescose, e la ricchezza che se ne poteva estrarre era incomparabilmente più alta di ciò che potevano offrire i boschi, le paludi e i prati umidi dell’entroterra. Certo questa risorsa non si dava da sé; il regime di uso civico che da allora caratterizza lo sfruttamento per la pesca della laguna è una simbiosi di diritti e doveri che chiamavano in causa l’intera comunità maranese nel tutelare e preservare i sottili equilibri lagunari: dal dragaggio dei canali alla protezione di velme e barene, all’assunzione di un codice di comportamento compatibile con questo contesto così fragile. 

“La laguna di Marano è un territorio antropizzato, perché legato al lavoro della popolazione: è un insieme di terre e acque plasmato dagli abitanti, e i suoi abitanti sono plasmati dalla laguna”

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