LE CAMPAGNE DELLA BONIFICA

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By Luca Gorini

Un sottile filo rosso lega l’evoluzione delle campagne nella Bassa Friulana, un filo che inizia in un passato che pareva eterno, e che stringeva queste terre tra due immense distese di acque. Oggi tutti hanno negli occhi la vastità della Laguna di Marano, giunta quasi integra ai giorni nostri: ma tra quanti vengono da fuori, forse pochi sanno di quell’altra grande distesa, che per tempi immemori cingeva a nord questo territorio, e che ancora nel 1926 la carta fitogeografica di Domenico Feruglio mostra in tutta la sua estensione. Erano tempi duri, dove inondazioni, paludi malariche, scarsa fertilità dei terreni e povertà endemica segnavano la quotidianità delle popolazioni locali; una condizione dalla quale ci si è liberati solo di recente, grazie a un faticoso processo di bonifica che ha cambiato per sempre i paesaggi e la vita di questo territorio.


FERUGLIO, 1926

Occorre avvolgere indietro questo filo, per addentrarsi nel sottofondo degli stati d’animo che accompagnano oggi i luoghi della campagna bonificata. Proprio lì dove il cambio di pendio tra la Alta e la Bassa pianura friulana porta a una diversa caratterizzazione geologica, e le ghiaie cedono il passo agli strati argillosi, nasce la “fascia delle risorgive”. In questa zona lo sgorgare spontaneo delle acque aveva dato origine a un vasto sistema di aree umide interne; a differenza di altre aree del Friuli, infatti, in cui le risorgive hanno un carattere più puntuale, e formano corsi d’acqua ben delineati, qui il fenomeno dava invece origine a un paesaggio fatto di stagni, paludi e torbiere, con una miriade di olle, fontanili, rii e rogge dal flusso spesso lento e tortuoso. 

“In questa zona di risorgiva, l’acqua ristagna; si sono formate torbiere, praterie aride, boschi idrofili e ripariali, ambienti ricchi di endemismi; la freschezza dell’acqua, inoltre, ha tenuto in vita relitti glaciali.”

Ma l’elemento che forse più di tutti ha contribuito a plasmare questa porzione di territorio è la presenza del fiume Cormôr, l’unico di origine morenica tra quelli che sfociano in Laguna, e per questo, caratterizzato da un regime idraulico assai diverso dagli altri corsi d’acqua di risorgiva; il fiume veniva infatti apostrofato dagli abitanti del posto come “Cormôr salvadi”, il Cormôr selvaggio. La forza del torrente fu tale da spingere a valle nel tempo grandi quantità di detriti, fino al limitare della pianura più bassa, dove il cambio di pendenza ne favorì l’accumulo. Il torrente finì così per generare da sé uno sbarramento insormontabile: tanto che, giunto presso Sant’Andrat, poco sotto Castions di Strada, l’alveo del fiume si perdeva, e spandeva le sue acque in quella che divenne nota come “la palude di Mortegliano”. Questa palude in tempo di piena si estendeva per oltre 10.000 ettari, sommergendo ampie estensioni di coltivi, e dava origine una fitta rete di rogge e canali, i quali ancora oggi segnano il paesaggio della Bassa: la Velicogna, la Cornariola, la Revonchio (oggi Turgnano/Muzzanella), la Corgnolizza, la Zellina. Tutte queste rogge, a loro volta, risentivano delle grandi piene del Cormôr, e periodicamente tracimavano, allagando campi e paesi.

Sul versante opposto, quello del mare, anche le acque lagunari reclamavano i propri diritti sulle terre della Bassa: soprattutto in quell’ampia fascia tutt’intorno alla Laguna, che essendo posta ad un livello inferiore a quello del medio mare, ad ogni ciclo di marea veniva invasa dalle acque per centinaia di metri, e sul terreno rimanevano vaste aree di paludi salmastre.

E così la mappa del Feruglio divideva questo territorio in tre fasce dalla superficie equivalente: una zona superiore, caratterizzata dal fenomeno della risorgenza, e quasi totalmente impaludata; una zona intermedia, dove si trovano prati asciutti e vaste aree boschive; e infine una zona inferiore, costituita in larga parte dalle paludi salmastre. Ancora oggi molti toponimi ricordano questo passato: come “il casale del Molo”, nome che apparirebbe più appropriato per una località marinara che non per un villaggio agricolo nell’entroterra; o “via delle paludi”, i cui cartelli punteggiano oggi le ricche campagne coltivate a vite, mais e frumento. In un contesto naturale tanto difficile, le popolazioni locali si sono ritagliate a fatica un proprio spazio vitale, sfruttando ogni dislivello propizio a salvarli dalle esondazioni, dove realizzare i propri paesi, o arare i propri campi. Svolgendo lo stesso filo, tuttavia, compaiono anche altri toponimi, come “Paradiso”, che raccontano di un altro volto della stessa storia; un volto che ci parla anche della grande bellezza e della biodiversità che gli elementi naturali avevano saputo donare a queste terre, delle rogge serpeggianti tra verdi meandri, e delle polle d’acqua limpidissima, tra le quali trovava il proprio habitat, fino a tempi recenti, anche la lontra.

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